KARNIVOOL - In Verses

2026 (Cymatic records)
alternative-rock, progressive metal

There ain’t no place I’d rather be
But I’ve gotta go, I’ve gotta run away

A un certo punto, l’ipotesi che i Karnivool non avrebbero più pubblicato un nuovo album ha smesso di essere un’esagerazione. La formazione di Perth, tra le realtà più rilevanti emerse a cavallo degli anni Dieci grazie a un equilibrio raffinato tra alternative rock, heavy metal e progressive, aveva lasciato un vuoto quasi incolmabile dopo “Asymmetry” (2013).
Le prime notizie su un successore iniziarono a circolare solo sei anni più tardi, ma la storia del gruppo lasciava presagire la solita gestazione lunga e complessa. A complicare il quadro si è inserita la pandemia di Covid-19, che – come dichiarato dal frontman Ian Kenny – ha reso il processo creativo “mentalmente devastante”, alimentando momenti di stallo fino a una vera e propria paralisi compositiva. In questo contesto, il ritorno del produttore Forrester Savell, già artefice di “Themata” e soprattutto di “Sound Awake”, assume un valore strategico: non un semplice recupero nostalgico, ma la scelta di ristabilire un equilibrio espressivo che negli anni aveva definito l’identità della band.

Alla luce di una lavorazione che ha stratificato idee sviluppate nell’arco di oltre quindici anni, le aspettative nei confronti di questo agognato “In Verses” erano inevitabilmente ambigue. Eppure, la sorpresa più evidente risiede proprio nella sua coesione: un lavoro compatto, solido, sorprendentemente organico. Fin dall’apertura affidata a “Ghost”, emerge con chiarezza un approccio quasi maniacale alla gestione delle dinamiche e della macrostruttura dei brani. I passaggi più rarefatti e quelli più massicci convivono senza soluzione di continuità, evitando derive autoreferenziali e mantenendo costante la tensione narrativa. La successiva “Drone” consolida questa direzione con una costruzione ritmica serrata, che richiama esplicitamente il linguaggio di Tool e A Perfect Circle, sorretta dal drumming preciso e nervoso di Steve Judd.
Il trittico iniziale si completa con “Aozora”, già nota ai fan come anticipazione, una mini-suite di ampio respiro dove accade letteralmente di tutto: oltre sei minuti in cui la band dispiega l’intero arsenale espressivo fatto da intrecci chitarristici, cambi di registro repentini, uno squarcio atmosferico centrale e la prova vocale di Kenny, capace di oscillare con versatilità tra aggressività e introspezione.

Rispetto a “Asymmetry”, lavoro ricco di intuizioni ma talvolta sbilanciato verso soluzioni estreme e ipertecnicistiche, stavolta i Karnivool segnano un ritorno a quell’equilibrio tra complessità e immediatezza che aveva reso brani come “Goliath” e “New Day” dei veri cardini della loro discografia. Pur nella sua compattezza, l’album è attraversato da una chiara articolazione interna separabile in tre macro-sezioni. Dopo “Animation”, che insiste su coordinate dichiaratamente tooliane, il disco cambia marcia ed entra in una fase più introspettiva: i tempi si dilatano, le strutture sonore lasciano più in secondo piano le inflessioni prog, mentre le componenti atmosferiche guadagnano spazio, con aperture che sfiorano il post-grunge. Il punto culminante di questo atto è “Conversations”, uno degli apici dell’album. Una ballad estesa e stratificata, curiosamente esclusa dal tour europeo, che rappresenta il fulcro emotivo del lavoro: il ritornello, anziché imporsi come elemento centrale, diventa snodo tra le varie sezioni, accompagnando l’ascoltatore con facilità lungo un percorso di oltre otto minuti.
Determinante, oltre alla consueta prova di Judd, è il contributo del bassista Jon Stockman, autore di linee sghembe e dinamicamente decisive. “Reanimations” prosegue su coordinate analoghe, arricchendosi del contributo chitarristico dell’ospite Guthrie Govan.

“Remote Self Control” è incaricata a sua volta di porre un sigillo per aprire verso il finale del lavoro. Brano del lotto più riconducibile al loro primo full lenght “Themata”, almeno per costruzione armonica e melodica, è probabilmente il momento più fuori contesto del lavoro. Un episodio tecnicamente impressionante, ancora una volta trainato dalla batteria di Judd, ma che può apparire eccessivamente indulgente verso un virtuosismo fine a sé stesso e soprattutto rappresentare una rottura stilistica troppo brusca tra il precedente stadio del disco e il finale, fortemente emotivo, che gli autori hanno previsto a suggello della loro opera. Le due tracce conclusive segnano infatti un netto cambio di prospettiva.

“Opal” ci riporta a una dimensione più emotiva e contemplativa: costruita su un crescendo misurato, impreziosito da orchestrazioni discrete e da interventi sempre molto mirati del duo chitarristico Goddard/Hosking, si espande e allarga il fronte sonoro lasciando la voce di Ian Kenny svettare per interpretazione e misura. È il preludio alla conclusiva “Salva”, che abbandona le architetture più complesse per privilegiare una scrittura più diretta e stratificata per accumulo. Il brano si sviluppa come un lungo inno in progressione, in cui il ritornello – evocativo e immediato – si innesta su un tessuto sonoro in costante espansione fino all’esplosione chitarristica finale, accompagnata da sorprendenti inserti di cornamuse che donano un ulteriore livello di pathos e spessore emotivo. E’ la chiusura ideale non solo sul piano musicale, ma anche tematico: la voce di Kenny ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio che affronta i temi della fuga, dell’identità e della dissoluzione del sé attraverso immagini archetipiche – il mare, il cuore, la perdita – restituendo una dimensione emotiva universale senza rinunciare a una forte concretezza psicologica.

Dopo oltre un decennio di silenzio discografico, “In Verses” non è solo l’atteso ritorno dei Karnivool, ma la riaffermazione di una poetica capace di coniugare complessità e misura. Un lavoro che, contro ogni previsione, riesce a trasformare una gestazione travagliata in un punto di forza e restituisce alla band australiana una centralità che sembrava ormai sfumata dal passare del tempo, grazie a una maturità compositiva mai prima d’ora dimostrata a questi livelli.

21/05/2026

Tracklist

  1. Ghost
  2. Drone
  3. Aozora
  4. Animation
  5. Conversations
  6. Reanimation
  7. All It Takes
  8. Remote Self Control
  9. Opal
  10. Salva

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