Synkro - Changes

2015 (Apollo / R&S)
future garage
Che Burial avesse fatto scuola non ci voleva troppo a dimostrarlo. Basti andare a vedere quanto è cambiata l'idea stessa di dubstep dall'età d'oro della Tempa ad oggi (anche e soprattutto via Hyperdub) e diviene immediato visualizzare due nette virate in corrispondenza dell'omonimo e di “Untrue”. Abbandonato l'asfalto e raggiunta una dimensione tutta nuova, in legame maggiore con l'Uk-garage prima dell'infarinatura 2-step, da Burial in poi esistono (ancor più di prima) due idee, due modalità, due significati diversi alla parola dubstep, una delle quali è sostituibile con la meno tecnica (e forse più appropriata) espressione di future-garage.

Che gli adepti dell'uomo la cui identità è stata di recente confermata in quella di William Bevan non mancassero, si diceva, è dato di fatto. Il progetto solista di Joe McBride degli Akkord - l'ultima new sensation clamorosa di casa R&S dopo più di un colpo inceppato - è forse il primo di costoro che arriva a colpire nel segno a cospicua distanza dalla fine del fenomeno dubstep, in un momento in cui affacciandosi alla finestra in primo piano svetta tutt'altro - dal fermento tropical bass alla sempre più costante ricerca del suono global via retaggi esotici, passando per l'urbanismo di matrice trap e l'(ennesimo) revival Nineties, fino ad arrivare, su livelli mainstream, ai rimasugli del brostep ormai divenuto tutt'uno con l'Edm formato 2010.

L'uomo che si fa chiamare Synkro è un giovane di Manchester con la passione per l'estetica: questo già lo sapevamo. Ed è proprio questa la parola-chiave su cui è costruito “Changes”. Quel che non era così lecito aspettarsi da "Synkro", pensando ai connotati techno dell'oscurità lussuosa a firma Akkord, è che si potesse trattare di uno dei più efficaci episodi autenticamente future-garage degli ultimi anni. Per capire di che si parla, e quanto sia marcata la relazione con Mr. Bevan, si prenda il buco nero fra sample vocali, orchestrazioni sintetiche e bass drop elegantissimi di “Let Me Go”. Proprio l'eleganza è la caratteristica chiave che avvolge il disco, tale da tenere insieme il notturno sintetico voci-piano di “Your Heart” e il patchwork di sample black con inchino a Moby di “Holding On”.

Ogni suono, ogni atmosfera, ogni nota è pesata al milligrammo, studiata con attenzione parnassiana per trovarsi al punto giusto. Un'eleganza che non pesa, e si traduce anzi in una sensualità oscura e misteriosa, che trasuda dalle carezze di “Body Close” e si schiude nei tappeti sonori della lussureggiante “Ouverture”, sgorga densa e scura nel passaggio soul-step di “Shoreline”, alza la voce e la fisicità nel canto quasi pop di “Empty Walls” e finge di farsi da parte per dare spazio alle macchine analogiche e al loro commiato nella più statica “Midnight Sun”, per infine sciogliersi nella dolcezza cullante delle onde marine e della nostalgia nel finale di “Harbour”.

Il tutto per raggiungere a posteriori il suo epos nel prodigio à-la-Jon Hopkins (l'altro grande ispiratore, come è naturale che sia, dell'opera di McBride) della title track, in cui la perfezione formale e architettonica del suono, a cavallo fra costruzioni elettroniche, deformazioni dubstep e richiami naturali, si sposa magnificamente con un'atmosfera quantomai umana, sentita, sensuale appunto. Una gemma che rappresenta il vertice creativo di un disco fra i più interessanti e (esteticamente) belli degli ultimi anni, che porta a compimento a posteriori la trasformazione del dubstep (o future-garage, per meglio dire) da gergo urbano a espressione di ricerca. Estetica e atmosferica, in questo caso come mai prima.

Tracklist

  1. Ouverture
  2. Shoreline
  3. Your Heart
  4. Changes
  5. Let Me Go
  6. Holding On
  7. Empty Walls
  8. Body Close
  9. Midnight Sun
  10. Harbour

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