Che
Burial avesse fatto scuola non ci voleva troppo a dimostrarlo. Basti andare a vedere quanto è cambiata l'idea stessa di dubstep dall'età d'oro della Tempa ad oggi (anche e soprattutto via Hyperdub) e diviene immediato visualizzare due nette virate in corrispondenza dell'
omonimo e di “
Untrue”. Abbandonato l'asfalto e raggiunta una dimensione tutta nuova, in legame maggiore con l'
Uk-garage prima dell'infarinatura
2-step, da Burial in poi esistono (ancor più di prima) due idee, due modalità, due significati diversi alla parola
dubstep, una delle quali è sostituibile con la meno tecnica (e forse più appropriata) espressione di
future-garage.
Che gli adepti dell'uomo la cui identità è stata di recente confermata in quella di William Bevan non mancassero, si diceva, è dato di fatto. Il progetto solista di Joe McBride degli Akkord - l'ultima
new sensation clamorosa di casa R&S dopo più di un colpo inceppato - è forse il primo di costoro che arriva a colpire nel segno a cospicua distanza dalla fine del fenomeno
dubstep, in un momento in cui affacciandosi alla finestra in primo piano svetta tutt'altro - dal fermento
tropical bass alla sempre più costante ricerca del suono
global via retaggi esotici, passando per l'urbanismo di matrice
trap e l'(ennesimo) revival
Nineties, fino ad arrivare, su livelli mainstream, ai rimasugli del
brostep ormai divenuto tutt'uno con l'
Edm formato 2010.
L'uomo che si fa chiamare Synkro è un giovane di Manchester con la passione per l'estetica: questo già lo sapevamo. Ed è proprio questa la parola-chiave su cui è costruito “Changes”. Quel che non era così lecito aspettarsi da "Synkro", pensando ai connotati techno dell'oscurità lussuosa a firma Akkord, è che si potesse trattare di uno dei più efficaci episodi autenticamente
future-garage degli ultimi anni. Per capire di che si parla, e quanto sia marcata la relazione con Mr. Bevan, si prenda il buco nero fra sample vocali, orchestrazioni sintetiche e
bass drop elegantissimi di “Let Me Go”. Proprio l'eleganza è la caratteristica chiave che avvolge il disco, tale da tenere insieme il notturno sintetico voci-piano di “Your Heart” e il
patchwork di
sample black con inchino a
Moby di “Holding On”.
Ogni suono, ogni atmosfera, ogni nota è pesata al milligrammo, studiata con attenzione parnassiana per trovarsi al punto giusto. Un'eleganza che non pesa, e si traduce anzi in una sensualità oscura e misteriosa, che trasuda dalle carezze di “Body Close” e si schiude nei tappeti sonori della lussureggiante “Ouverture”, sgorga densa e scura nel passaggio
soul-step di “Shoreline”, alza la voce e la fisicità nel canto quasi pop di “Empty Walls” e finge di farsi da parte per dare spazio alle macchine analogiche e al loro commiato nella più statica “Midnight Sun”, per infine sciogliersi nella dolcezza cullante delle onde marine e della nostalgia nel finale di “Harbour”.
Il tutto per raggiungere a posteriori il suo epos nel prodigio
à-la-Jon Hopkins (l'altro grande ispiratore, come è naturale che sia, dell'opera di McBride) della
title track, in cui la perfezione formale e architettonica del suono, a cavallo fra costruzioni elettroniche, deformazioni
dubstep e richiami naturali, si sposa magnificamente con un'atmosfera quantomai umana, sentita, sensuale appunto. Una gemma che rappresenta il vertice creativo di un disco fra i più interessanti e (esteticamente) belli degli ultimi anni, che porta a compimento a posteriori la trasformazione del
dubstep (o future-garage, per meglio dire) da gergo urbano a espressione di ricerca. Estetica e atmosferica, in questo caso come mai prima.