Un ritorno sulle scene che è già uno dei dischi "del cuore" del 2017, questo di
Eric Matthews. Figura misconosciuta ai più, soprattutto dalle nostre parti, il polistrumentista nativo di Compton (Ca) è in realtà uno dei grandi prestigiatori del pop più nobile, finissimo equilibrista di zone liminali in cui si incontrano i mondi di
Beatles,
Bacharach,
Brian Wilson e
Van Dyke Parks e si colorano a suon di fanfare, marimbas e
harpsichord. Così il Nostro aveva tentato, nel 1994, d'inseguire il suo sogno di un chamber-pop istrionico eppure votato all'introspezione, con quell'album d'esordio dei
Cardinal che oggi rappresenta una delle pietre miliari del genere.
Chiusi baracca e burattini quello stesso anno e salutato il
partner in crime che costituiva l'altra metà del progetto, l'australiano Richard Davies, Matthews si era poi imbarcato in una carriera solista che si temeva potesse assumere i connotati di una mera fenomenologia dei più svariati artifici del pop, essendo lui più arrangiatore che autore. Si assistette invece a qualcosa di più con lo spettacolare debutto "It's Heavy In Here", giacché l'ex-Cardinal riuscì a far confluire pianeti all'apparenza distanti in una galassia coerente fatta di composizioni dalla presa trasversale, tanto lente ad arrampicarsi sotto la pelle dell'ascoltatore quanto poco propense ad abbandonarlo.
Un capolavoro difficilmente ripetibile e infatti mai più ripetuto, nonostante il valore del secondo "The Lateness Of The Hour", tant'è vero che tra la fine dei 90 e gli anni Dieci la discografia del Nostro si è arricchita di sole pubblicazioni estemporanee, spesso dimenticabili o nei casi migliori niente più che compatte riproposizioni del passato che fu.
Giungiamo così al qui presente "Too Much World", sesta fatica solista e prima opera sulla lunga distanza all'indomani dell'inaspettato revival dei Cardinal (l'onesto "Hymns", del 2012). E capita che, a sorpresa e con grande piacere, ritorniamo ad ammirare un Eric Matthews certamente distante dai fasti di "It's Heavy In Here", ma comunque forte di una ritrovata profondità espressiva, che ne giustifica in pieno lo
status di artista di culto. Dal punto di vista delle scelte stilistiche, poco o nulla è cambiato rispetto a quanto offerto nelle opere precedenti, se non una maggiore centralità delle chitarre, che ora abbondano di distorsioni, pur preoccupandosi di non esorbitare dalla sfera del decoro.
Tutto concorre di fatti ad approfondire il consueto, educatissimo campionario di strategie per un pop esistenzialista da
coffee house. Un discorso estetico dalla marca autoriale ormai riconoscibile, si direbbe ascoltando le imprendibili volute su cui si distende l'
opener "Pink", ideale presentazione del carattere umbratile di questo lavoro. Lo stesso autore ci ricorda peraltro che tale aspetto è dettato dall'urgenza di esprimere il senso di straniamento dovuto a una vita sempre più evanescente e minata da alterazioni improvvise: "On 'Too Much World' there is, I hope, a sense of myself vanishing, or being altered in some unnatural way... The shadows (represented on the artwork) suggest a less detailed and somewhat formless version of myself, my head, nose, hair, the facade of what I am verses the vapor creature I actually am, that we are all".
Nulla di nuovo all'orizzonte, verrebbe da aggiungere di primo acchito, sennonché il quadro d'insieme trasuda una sincerità che la produzione più recente si era limitata a sfiorare. Si ascolti, ad esempio, lo scenario
sophisti di "God Loves His Children", o il sospiro dolente, doppiato dall'ottava bassa, di "Next Ghost", un
trademark negli arrangiamenti vocali che ora torna a incidere.
Nei casi in cui ci si aggrappa al mestiere, i risultati sono comunque quelli di un finissimo artigianato, come certificano le aperture bucoliche di "Dragonfly", in ossequio agli
Xtc di "
Skylarking", o il singolo "Exactly Like Them", onestamente un po' ingessato, ma comunque costruito con estremo rigore. Decisamente meglio, però, quando l'ex-Cardinal ha la possibilità di procedere a briglia sciolta, discostandosi dalla linearità della canzone usa e getta per abbracciare la sua idea di pop totalizzante e multiforme.
È così che nasce una meraviglia come "Shadows Fall", ballata rarefatta che ondeggia su liquide linee di basso
à-la Mick Karn. Ed è così che l'album, sulle ipnotiche sequenze al ralenti che chiudono quest'ultimo brano, disvela il proprio versante più torbido e disilluso. Da qui in poi non vi sono più battute d'arresto. Non si può allora che ritrovarsi avvinti sotto i colpi del
beat elettronico di "Factual Extreme", con il californiano impegnato a emanare lampi di fatalismo in un solo di tromba
free-jazz. Lo stesso ottone che lavora di contrappunti sul rock orchestrale di "Ten More Masters", sintesi eloquente di questo Matthews tirato a lucido, che sa mettere in dialogo territori agli antipodi e uscirne illeso senza macchiare lo smoking.
C'è poi ancora spazio per un'ultima manciata di carichi da undici, inaugurata dall'elettrica monocorde e dalla vocalità teatrale,
à-la Scott Walker, di "Your Mum's At Midnight", altro palcoscenico su cui la Philarmonic 451 dipinge angosciosi spazi di solitudine.
Lo strumentale "A Quiet Place You Can Go" vuole allora alludere all'esistenza di un luogo lontano da tutto questo. Si tratta però di una speranza effimera, come si evince da un crescendo sontuoso in cui molti degli strumenti apparsi finora paiono rincontrarsi in un girotondo
felliniano, raccontato con la grazia di un sogno ad occhi aperti davanti alla finestra di un bar. Dopodiché gli attori escono di scena uno a uno nel
fade out finale della
title track, un numero
latin-jazz che
Donald Fagen certo non disprezzerebbe, spogliato fino allo scheletro ritmico così da permetterci di abitarne i vuoti con la nostra capacità immaginativa. E lì realizziamo quanto "Too Much World" sia stato in grado di alimentarla.