Era sparito dai radar,
Benjamin Booker, dopo che il suo secondo disco, "
Witness" del 2017, grazie anche alla spinta di sponsor come
Jack White e
Courtney Barnett, lo aveva esposto al pubblico alternativo globale e gli aveva fatto guadagnare numerosissime comparse nei maggiori festival del mondo. Ce ne eravamo quasi dimenticati del suo alternative rock imbevuto di influenze
blues e soul, fedele dunque alle sue radici afro-americane. E invece eccolo di ritorno, con un "Lower" nel quale il suo mix incredibile di ispirazioni bianche e nere, sempre al servizio di riflessioni politiche mai scontate, si veste di un
sound ad alta definizione (per certi versi vicino a quello di
Yves Tumor, sebbene i due siano partiti da poli opposti) e ci dona alcune delle migliori composizioni del trentacinquenne della Virginia.
Gli accordi blues che echeggiano all'inizio di "Black Opps" incontrano presto dei
beat trip-hop e si smarriscono tra
feedback di chitarra serpeggianti. Così il sussurro
soulful di Booker si insinua in uno scenario rock cibernetico che stupefà per coesione e dettagli. Le chitarre di "LWA In The Trailer Park" sono ancora più taglienti e le scie che lasciano ammiccano allo
shoegaze, così come il
tuturuttuttuttu appiccicoso che danza tra l'elettronica ticchettante.
Siamo in un tunnel cyberpunk irradiato però di calore
soul, dove Booker può ficcare tanto una chitarra di estrazione
country ("Pompeii Statues") quanto bisbigli
queer nell'orecchio (la lentissima "Slow Dance In A Gay Bar").
In "Speaking With The Death" la produzione e il lavoro sull'elettronica dilatano e deformano gli scenari creati fino a quel punto, dando la sensazione che è il momento di calare gli assi.
Rebecca Latimer Felton, prima senatrice donna d'America e fiera sostenitrice della schiavitù, prende dunque un grosso cazzo nero ("Rebecca Latimore Felton Takes A BBC") tra pennate di chitarre
radioheadiane (altezza "Exit Music For A Film") e archi stridenti. L'atmosfera si fa via via più bollente mentre la senatrice si tocca osservando dal patio uno statuario schiavo di colore.
È impossibile poi resistere al ritornello strascicato di "Same Kind Of Lonely", praticamente uno shoegaze trasfigurato nella "matrice" e vicino alle visioni psichedeliche dell'ultimo
Lil Yachty; mentre la ninna nanna folk "Heavy On My Mind" conquista con la sua dolcezza bisbigliata e sincera.
L'apporto di un super-produttore
hip-hop, ma attento alla modernità come Kenny Segal è stato certamente cruciale nello sviluppo del nuovo mondo sonoro di Benjamin Booker. Senza però una raffinatezza interpretativa sopraffina e le sue capacità scrittorie, talvolta provocatorie e strampalate, Booker non avrebbe mai potuto realizzare un terzo disco convincente come "Lower".