Approfondimenti

Ciao, 2020!

Capodanno, Russia, Italia e anni Ottanta

di Federico Romagnoli

Italia e Russia: un legame da festival

Ivan Urgant (Ива́н У́ргант) è un popolare conduttore televisivo russo, che dal 2012 dirige il programma “Vecherniy Urgant” (“Вечерний У́ргант”, “Serata Urgant”), ispirato alla formula del late night show americano e mandato in onda da Pervyy kanal (Первый канал, Primo canale), sulla televisione di stato [1].
La sera del 31 dicembre 2020, “Vecherniy Urgant” si è trasformato in “Ciao, 2020!”: un presunto show televisivo di Capodanno importato dalla televisione italiana, condotto da Urgant sotto mentite spoglie, con l’aiuto del suo solito staff e di un ricco stuolo di ospiti.
Non solo ogni personaggio è stato italianizzato nell’aspetto e nel nome (il presentatore si è ribattezzato Giovanni Urganti), ma le discussioni si sono effettivamente tenute in italiano, con una pronuncia tutto sommato accettabile e coi dovuti limiti del caso. Anche le canzoni degli ospiti musicali, una selezione di hit del 2020 da Russia e dintorni, sono state tradotte. Benché nelle parti cantate la qualità dell’italiano tenda a calare, ciò non compromette la fruibilità dei brani.



 

L’aspetto più curioso riguarda però l’estetica scelta dal programma, che a dispetto del titolo, sembra ambientato nella televisione italiana degli anni Ottanta. Per capire il motivo bisogna tornare indietro di decenni, fino quando la Russia era ancora parte dell’Unione Sovietica.

Se l’Italia è ancora oggi uno dei paesi più ammirati dai russi è dovuto anche all’utilizzo che il regime sovietico fece della nostra cultura, sin dall’immediato dopoguerra, grazie alla connessione con il più grande partito comunista dell’Europa atlantica: un rapporto solido a tal punto che nel 1964 Stavropol sul Volga venne ribattezzata Togliatti. È solo uno degli elementi più evidenti fra quelli che si potrebbero nominare, dalla diffusione dei racconti di Gianni Rodari (che divennero popolari a tal punto da generare tre mediometraggi animati, due film e persino un balletto al Bolshoi) al grande successo commerciale dei film italiani che venivano importati (“Il bisbetico domato”, con Adriano Celentano e Ornella Muti, rimane uno dei film più popolari di sempre da quelle parti).
Tuttavia, forse nient’altro riuscì a catalizzare l’attenzione come fece il Festival di Sanremo negli anni Ottanta. L’evento esisteva da decenni, senza che in Russia avesse generato chissà quale eco, tuttavia a partire dal 1980 successe qualcosa di imprevisto: in seguito al festival “Vesennie ritmy. Tbilisi-80!” (“Весенние ритмы. Тбилиси-80”, “Ritmi di primavera. Tbilisi 80”), tenutosi in Georgia, la musica rock cominciò a penetrare in maniera capillare la cultura giovanile in tutta l’Unione Sovietica.
Il regime non ne consentì però una diffusione ufficiale, se non a patto di uno stretto controllo su testi e abbigliamento, e questo provocò forte scontento: si tentò quindi di mitigare la situazione mostrando la maggior apertura possibile verso prodotti stranieri. Serviva qualcosa che permettesse allo Stato di mantenere una facciata permissiva senza tuttavia importare valori ritenuti eversivi: l’attenzione ricadde quasi giocoforza sul Festival di musica leggera della nazione occidentale più amichevole.

Bisogna precisare, per rigore storico, che nessuno ha provato con documenti certi il collegamento fra l’ascesa della musica rock nel sottobosco e quella del Festival di Sanremo nell’impianto ufficiale sovietico: è tuttavia impossibile non notare lo sviluppo parallelo dei due fenomeni, in una sincronia temporale quasi sbalorditiva (nello stesso 1982 del boom televisivo del Festival in Russia, debuttavano i Kino), così come è evidente che sottintendessero un sistema valoriale agli antipodi (la lotta per la libertà da un lato, i bei sentimenti e le canzoni rassicuranti dall’altro).
Il Festival sarebbe rimasto un evento importante per la televisione sovietica fino allo scioglimento dell’Urss, e in Russia anche oltre, anche se senza più bissare i fasti degli anni Ottanta. Nell’immaginario locale l’estetica del Festival è infatti ancora quella dell’epoca (mentre per un italiano il Festival non è legato a un periodo in particolare e può ricordarne facilmente frammenti di ogni epoca).
Ecco spiegato come mai, nel dover italianizzare uno show musicale russo, per gli autori è risultato automatico doverlo anche ottantizzare. Oltre al Sanremo dell’epoca, si possono riscontrare similitudini con programmi come “Discoring”, “Popcorn” e “Drive In”: impressionante la dovizia di particolari con cui ne sono stati riprodotti luci, trucco, abiti e modo di porsi innanzi alla telecamera.

Le canzoni: versioni originali e remake a confronto

“Vecherniy Urgant” è dotato di una band di supporto fissa (un po’ come quella di Paul Shaffer al David Letterman Show), i Frukty (Фрукты, Frutti), il cui tastierista, Oleg Belov (Олег Белов), ha adattato per l’occasione quattro dei brani presentati. I restanti otto sono invece stati rimaneggiati dai rispettivi interpreti (o da membri dei loro entourage), seguendo le direttive estetiche dettate da Urgant e dagli altri autori del programma. Il risultato è tanto omogeneo che verrebbe tuttavia da pensare alla mano di un unico musicista, a riprova dell’assoluta qualità del progetto. Quella che segue è un’analisi brano per brano, secondo l’ordine di apparizione.

Giovanni Urganti e Tutti Frutti – “Cinque minuti”

Stacchetto che apre la trasmissione a mo’ di sigla, è ripreso da una canzone del 1956, parte del film “Karnaval’naya noch’” (“Карнавальная ночь”, “Notte di festa”) [2]. La versione originale, “Pyat’ minut” (“Пyять минут”), era cantata da Lyudmila Gurchenko (Людмила Гурченко) [3] e faceva da commento alla scena più importante del film, a ridosso della mezzanotte del 31 dicembre.
Il nuovo arrangiamento, architettato da Belov, è un ibrido disco/rock guidato da pianoforte e basso sintetizzato, cantato da Urgant con il supporto dei Frukty. L’atmosfera di festa è subito al centro della scena: “Come stai? Tutto bene, tutto a posto? Come stai? Come va? A brindare son disposto”.

Niletto Niletti e Claudia Cocca – “Crush”

Krash” (“Краш”) è stato uno dei più grandi successi del 2020 in Russia. Gli interpreti sono Niletto (nome d’arte di Danil Prytkov) e Klava Koka (Клава Кока): si tratta di due cantanti dance pop, uno con inclinazione al rap, l’altra più melodica, entrambi arrivati al successo da pochi anni tramite televisione e YouTube.
In “Krash” uniscono le forze, generando un trascinante inno fra electropop e house, che per “Ciao, 2020!” viene tinto da Belov con lievi sfumature synthwave, diminuendo l’enfasi ritmica e aggiungendo tastiere d’atmosfera. Il brano rimane comunque fedele all’originale, con l’unico cambio radicale rappresentato dal canto di Niletto, ora molto più profondo e baritonale, in linea con i vezzi dandistici di alcune star degli anni Ottanta, dal Bowie di “Let’s Dance” al Bryan Ferry solista. Va detto che, ascoltato in italiano su una base di pop elettronico con un testo semiserio (“Io sono maniaco, io strozzo a te”), finisce serendipicamente a un passo da Immanuel Casto.

Jony – “La cometa”

Jony è il vero nome d’arte di Cahid Hüseynli, cantante russo di origine azera diventato famoso un paio d’anni fa tramite Instagram: da allora la sua ascesa è stata impetuosa, arrivando a fargli conquistare un notevole seguito perfino in India e Turchia, pur non cantando brani in lingue locali.
Kometa” (“Комета”), uscita nel settembre 2019, è una ballata con strati di sintetizzatori d’atmosfera e un canto molto intenso, segnata in sottofondo da armonie vocali trattate con l’autotune. È forse il brano che è stato modificato di meno per lo show: la base, curata dal produttore Timofey Ognev (Тимофей Огнев) come già l’originale, mantiene il suo sentore un po’ synthwave, un po’ soul, non lontano dalle cose più recenti di The Weeknd. L’unica differenza sostanziale è che nella versione in italiano l’autotune è stato rimosso.

Arti e Asti – “Bambina balla”

Artik & Asti, rispettivamente strumentista e cantante, hanno debuttato discograficamente nel 2011, distribuendo i propri brani tramite piattaforme digitali. La continua ascesa di popolarità li ha recentemente fatti accasare presso la Warner. I due sono ucraini, ma russofoni, il che ha facilitato la loro fortuna commerciale.
Devochka tantsuy” (“Девочка танцуй”) è un inno house con una melodia dall’afflato drammatico, sorretta da una potente voce femminile (Asti). Risulta un po’ fuori luogo l’intermezzo trap con autotune (Artik), che è difatti stato rimosso nella versione dello show: rimodellata da Dmitriy Makarenko (Дмитрий Макаренко), già produttore del duo, diventa un brano synth-pop con influenze italo-disco. Ci sono schizzi orchestrali riprodotti con un sequencer che ricordano l’arrangiamento di “Ti sento” dei Matia Bazar.

Crema de la Soda – “Piango al tecno”

Plachu na tekhno” (“Плачу на техно”) è un brano dance pop pubblicato nel 2017 dai Khleb (Хлеб), popolare gruppo di musicisti e youtuber. Nell’aprile del 2020 viene coverizzato dai Cream Soda, trio moscovita dedito alla musica elettronica. Nella loro versione il brano si veste di un travolgente arrangiamento trance e di una suggestiva voce femminile (Anna Rome). Diventerà virale durante il lockdown dovuto al coronavirus, anche a causa del video in cui una serie di personaggi variopinti balla sui balconi.
I Cream Soda si presentano infine a “Ciao, 2020!”, spostando nuovamente il baricentro del brano, dalla trance alla italo-disco di matrice cosmico-fantascientifica.

La Dora – “Innamorata”

Dora è una giovane cantante resa recentemente popolare dal tam tam sui social network.
Vtyurilas’” (“Втюрилась”) è un brano scritto e prodotto per lei da Igor Vlasov (Игорь Власов), musicista techno/house di lungo corso che si mostra abbastanza eclettico da cucirle addosso un romantico brano electro-rock, con ampio spazio per le chitarre elettriche. Lo stesso Vlasov lo riadatta per lo show, mutandolo in un lento funk elettronico dal sapore spagnoleggiante, con tanto di chitarra flamenco e nacchere.

Nicola Bascha con Danielle Milocchi – “La baldoria”

Sono sicuramente i due personaggi più appariscenti della compagnia.
Nikolay Baskov (Николай Басков) è una delle star della musica russa, sulla cresta dell’onda ormai da una ventina d’anni, con due carriere parallele: una come cantante pop e l’altra come tenore lirico. Personaggio controverso, fortemente effeminato, ma venduto al pubblico come Don Giovanni, ha tenuto posizioni fortemente contrastanti nel corso del tempo: nel 2012 protestò formalmente contro una legge anti-Lgbt promulgata dalla città di San Pietroburgo, ma di recente ha appoggiato sia Putin sia Lukashenko.
Danya Milokhin (Даня Милохин) è invece un tiktoker di appena diciannove anni, che ha pubblicato proprio quest’anno le sue prime canzoni: un vissuto particolarmente duro alle spalle, con l’abbandono di entrambi i genitori all’età di tre anni, un lungo periodo in orfanotrofio, le incomprensioni con la famiglia affidataria, il vagabondaggio e l’alcolismo, ma anche il riscatto sociale grazie alle nuove tecnologie. Cambia spesso look sfidando gli stereotipi di genere: per l’occasione si è presentato con un caschetto alla Mireille Mathieu.
Diko tusim” (“Дико тусим”) è stata composta da Igor Narbekov (Игорь Нарбеков), produttore emergente di cui si hanno ancora poche notizie all’infuori del
suo account Instagram. Il brano è un bizzarro, comico ibrido fra trap e lirica: volendolo spiegare a un pubblico italiano, si potrebbe ipotizzare un brano di Tha Supreme con la partecipazione di Andrea Bocelli. Narbekov lo riarrangia per lo show in chiave italo-disco, cambiandone la tonalità da minore a maggiore e mutandone l’andamento, da sincopato e convulso a una lineare, rilassata cassa dritta. Ne risente in particolare il ritornello, cantato da Baskov, molto più morbido rispetto all’originale.
Il testo ne mantiene invece il surrealismo: il giovane trapper si lancia nella solita autocelebrazione (“Danya è un cuoco fresco un po’ arrogante, se tu non conosci lui sei ignorante, non abbasso io la voce mamma, I’m a criminal”), mentre il tenore gli fa maldestramente il verso (“Sono il re del pop da tanto, conquisto ‘sto TikTok. C’è solo un biondo in questo rap mondo, mamma è un crush non lo nascondo, tracking ogni discoteca, mia bellezza tutti acceca”).
È forse il capolavoro dello show: l’originale è già il brano più giovane e contemporaneo del lotto, nonché il più folle, ma risulta credibile anche con la veste di un’altra epoca e un differente approccio ritmico, senza affatto smarrire il suo potere virale.

Giorgio Criddi – “Ragazza copertina”

Egor Kreed (Егор Крид) ha ormai una carriera decennale alle spalle, che l’ha visto diventare uno cantanti russi più popolari presso i giovanissimi. “Devochka s kartinki” (“Девочка с картинки”), prodotta da Alex Davia, re mida della scena pop moscovita, è un futuristico, cupo r&b con ampio uso di autotune, in qualche modo parente di The Weeknd e Post Malone.
Oleg Belov la trasforma in un electropop d’assalto, dotandola di un ritmo aggressivo e mettendone in risalto i riff delle tastiere (che nell’originale erano nascosti nella trama di fondo). Mantiene invece l’autotune, amalgamandolo in maniera eccellente al resto dell’arrangiamento: se negli anni Ottanta l’avessero usato, sarebbe probabile suonato così.

Giovanni Dorni – “Cicchi”

Tristemente, quello che è l’artista più talentuoso fra i partecipanti allo show, è quello che ha attecchito di meno presso il pubblico italiano. Mentre tutti gli altri brani sono diventati virali, questo è passato in sordina.
Ivan Dorn (Иван Дорн) è un cantante ucraino russofono, che coltiva da una decina d’anni una figura al confine fra la stella del sottobosco e l’elemento di disturbo del mainstream, con sonorità raffinate che attraversano il dance pop come la ballata r&b, il synth-funk come la deep house.
Chiki” (“Чики”) è la sigla dell’omonima serie tv russa, che racconta la storia di quattro prostitute (le attrici sono state invitate come ospiti nello stesso “Ciao, 2020!” e presentate come le protagoniste di “Quattro putane” – sic). Il brano è uno scattante hip-hop con base che unisce electro-industrial e folk slavo, con tanto di fisarmonica campionata. Belov l’ha fortemente modificato a livello timbrico, spostandolo verso l’hip-hop delle origini, quello ibridato con electro e synth-funk (da Grandmaster Flash in giù), cercando di mantenere – pur in un contesto tanto diverso – la carica eversiva del groove.

Julia Ziverti – “Credo”

Yulia Zivert, ex-hostess, ha debuttato nel mondo della musica nel 2017, partendo da YouTube, e presto diventando una delle più popolari cantanti pop russe.
Credo” (intitolata così già nella versione originale) è un brano che unisce dance pop, atmosfera notturna e voci pitchate come da tradizione wonky.
È la stessa Zivert a modificarla per l’occasione, epurando la componente wonky e spostandola verso lidi italo-disco. Si segnala l’aggiunta una chitarra acustica effettata, che negli armonici introduttivi sembra citare il capolavoro post-punk “Spokoynaya noch’” (“Спокойная ночь”), vecchio classico dei Kino.

Little Big – “Mamma Maria”

L’unico punto debole della selezione è questa versione gabber del celebre brano dei Ricchi e Poveri. I Little Big sono già noti in Italia a chi segue l’Eurovision: agli altri basti sapere che si tratta di un trio techno di San Pietroburgo, che fa parlare di sé più per le esagerazioni e i balletti ridicoli, che per la musica. A ogni modo, inseriti in un programma comico tanto surreale, acquistano anche loro un senso.

La Soldinetta, Vittorio Isaia e Giovanni Urganti – “Chiesi io al frassino”

Ya sprosil u yasenya” (“Я спросил у ясеня”) [4] è una ballata folk inizialmente apparsa come colonna sonora di “Ironiya sudby, ili S legkim parom!” (“Ирония судьбы, или С лёгким паром!”, “Ironia del destino, oppure Buona sauna!”), mini-serie televisiva del 1975 [5].
In “Ciao, 2020!” è cantata da Urgant in duetto con Monetochka (Монеточка), raffinata cantante electropop, fra i nomi di punta della scena indie russa (La Soldinetta è appunto un’improbabile traduzione del suo moniker). Alle armonie vocali suo marito e produttore, Vitya Isayev (Витя Исаев). Nella nuova veste si avvicina appunto allo stile di Monetochka, pur con un approccio maggiormente rétro e nostalgico.

Sketch e battute

Benché recitati in italiano, i siparietti che inframezzano le canzoni sono pensati per il pubblico locale (lo speciale è interamente sottotitolato in russo): questo rende alcuni giochi di parole incomprensibili per gli italiani. Sono di seguito riportarti i più eclatanti.

 

  • (3' 30'') Matteo Crustaldi, alias Dmitry Khrustalev (Дмитрий Хрусталёв), entra in scena dicendo: “Una volta ho preso un taxi e mi sono svegliato sul lago di Como”. Lo scorso novembre l’attore, collaboratore abituale di Urgant, ha avuto un malore mentre era in taxi, e trasportato in ospedale è stato messo in coma (in russo “komu”, “кому”) a scopo precauzionale. In seguito si è ripreso senza conseguenze, in tempo per registrare lo show.
  • (7' 22'') Nella scena dedicata al regista Alessandro Pallini, interpretato dall’attore Aleksandr Pal (Александр Паль), si fa riferimento a un suo film pornografico a tematica gay: è un momento più importante di quanto l’atmosfera ironica faccia apparire, dato che in Russia la libertà d’espressione della comunità Lgbt è limitata da una legge promulgata nel giugno del 2013.
  • (16' 01'') In seguito a una battuta sul Vesuvio, viene citato “L’ultimo giorno di Pompei”, celebre dipinto di Karl Bryullov (Карл Брюллов), uno dei più grandi pittori dell’Ottocento russo.
  • Anche l’oggettificazione delle donne nella televisione più frivola e commerciale viene messa in ridicolo: sia Allegra Michele (l’attrice Alla Mikheyeva, Алла Михеева), sia Ornella Buzzi (l’influencer Olga Buzova, Ольга Бузова) sono rappresentate con seni finti di dimensioni spropositate.
  • (22' 35'') Viene annunciato come vincitore del bingo uno spettatore di Bari, di nome Bari Alibassi: il riferimento è al noto manager e produttore musicale Bari Alibasov (Бари Алибасов).
  • (40' 12'') Il noto comico Garik Kharlamov (Гарик Харламов) diventa Enrico Carlacci e canta un graffiante stornello nello stile del grande bardo russo Vladimir Vysotsky (Владимир Семёнович Высоцкий). La prima frase che pronuncia è “tu puoi lasciare pantaloni abbassati”, ma ai russi, per una questione di omofonia, sembra di sentire “stupido sfigato, hai pisciato nei pantaloni”. L’apice arriva però nel finale, quando Carlacci ripete con insistenza “canti e balli”: “e balli” suona come “yebali” (“ебали”), ossia “scopare”. Lo stesso Urgant non riesce a trattenere le risate.
  • (46' 55'') Verso la fine compare Philipp Kirkorov (Филипп Киркоров), spesso indicato come il re della musica leggera russa. Pur non cantando, si presenta a tutti gli effetti vestito da re, con il nome di Pippo il Secondo.

 

Note


[1] Definizione che in realtà merita numerose precisazioni: benché lo stato possieda formalmente solo il 34% delle azioni del canale, i privati che controllano il resto sono tutti più o meno collegati a Putin e fedeli al Cremlino. Se a questo si aggiungono una serie di leggi restrittive (Voice of America – Russian Media Fights for Survival Under Putin) e un uso aggressivo della magistratura (Freedom House – Nations in Transit 2015: Russia), sarà facile comprendere lo scarso raggio d’azione dei programmi presenti sul canale. In un simile contesto Urgant rimane il personaggio che si avvicina maggiormente al concetto di satira, benché – facendo un parallelo con le sue controparti americane – abbia ammesso di essere più vicino alla linea morbida di Jimmy Fallon che a quella “da trincea” di John Oliver, che del resto difficilmente gli verrebbe concessa. 

 

[2] Il film venne diretto da El’dar Ryazanov (Эльдар Рязанов). Poco noto all’infuori dei paesi dell’ex-Unione Sovietca, Ryazanov è stato uno dei più grandi registi russi, autore di una lunga serie di commedie e melodrammi, capace di mantenere una proposta accessibile e al contempo di elevata qualità artistica dalla metà degli anni Cinquanta ai primi anni Novanta, spaziando fra le ambientazioni più disparate. Si attende ancora la sua scoperta da parte dei cinefili occidentali. 

 

[3] Gurchenko è stata una delle più importanti figure della cultura sovietica, pluripremiata cantante e attrice dalla filmografia sterminata. 

 

[4] Il brano è stato in origine composto da Mikael Tariverdiyev (Микаэл Таривердиев) – autore di molte colonne sonore, ben inserito nell’apparato statale sovietico – e cantato dal bardo Sergey Nikitin (Сергей Никитин). 

 

[5] Anche questa mini-serie è una creatura di El’dar Ryazanov. Viene ancora oggi trasmessa nei giorni circostanti il Capodanno in molti ex paesi dell’Unione Sovietica (il che spiega perché Urgant abbia scelto la sua colonna sonora per chiudere lo show). Benché ne esista una versione ridotta, che venne trasmessa nei cinema, si consiglia la visione dell’integrale, di circa tre ore. 

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