Don't box me in

George Harrison

All Things Must Pass (Super Deluxe Edition)

di Mattia Paneroni

George Harrison
"All Things Must Pass”
(5cd Super Deluxe Edition; Capitol Records, 2021)

All things pass
A sunrise does not last all morning
All things pass
A cloudburst does not last all day
(Lao Tzu)

George Harrison - All Things Must PassIl 27 novembre 1970 uscì su Apple Records il terzo album solista di George Harrison, che seguì l’interlocutorio distico di musica elettronica sperimentale formato da “Wanderwall Music” (1968) e “Electronic Sound” (1969).
All Things Must Pass” fu originariamente concepito come doppio Lp con l’aggiunta di un terzo vinile, contenente brani improvvisati per lo più strumentali, divenendo di fatto il primo triplo album della storia del rock.
Sono in molti a considerarlo il migliore output solista di un ex-Beatle e, nonostante la scelta del triplo vinile sia ontologicamente impegnativa, l’opera in sé vanta coerenza e una complessità che di rado avremmo potuto ravvisare nelle discografie dei colleghi.
“All Things Must Pass” è un album importante anche in virtù della partecipazione alle registrazioni del gotha del rock dell’epoca, ma è sostanzialmente un lavoro intimista attraverso il quale Harrison riuscì ad affrancarsi una volta per tutte dal ruolo di comprimario di lusso dei due autori più celebri e invidiati degli anni Sessanta. Raggiunse un ottimo traguardo di vendite, divenendo disco di platino negli Stati Uniti e d’oro in Gran Bretagna e Canada.

Tra il 26 e il 27 maggio 1970, assieme a Ringo Starr alla batteria e Klaus Voormann al basso, George registra presso lo Studio 3 della Emi ad Abbey Road trenta demo di brani più o meno recenti, molti dei quali avrebbero trovato spazio nei primi quattro lati di “All Things Must Pass”. In cabina di regia troviamo Phil Spector, scelto per co-produrre l’album assieme allo stesso Harrison. Parte del materiale fu composto parecchi anni prima, come “Isn’t It A Pity” e “Art Of Dying” (risalenti entrambe al ’66) o “I’d Have You Anytime”, che il nostro scrisse nel ’68 assieme all’amico Bob Dylan.
Benché non abbiano partecipato alle registrazioni di “All Things Must Pass”, Dylan e la Band esercitano un’influenza determinante su questo lavoro: oltre a “I’d Have You Anytime”, infatti, “If Not For You” è una versione di George del brano che Dylan compose per il proprio album “New Morning” (1970). “Behind That Locked Door” è invece una traccia ispirata al dylaniano “Nashville Skyline” (1969), tanto che per realizzarla chiamò Pete Drake, suonatore di pedal steel, che partecipò alle incisioni dell’album (possiamo ad esempio valutare la sue capacità in “Lay Lady Lay”).

Il primo singolo estratto dall’album fu la controversa “My Sweet Lord”, un mantra dalle atmosfere mistiche basato sull’idea di “Oh, Happy Day” (1968) degli Edwin Hawkins Singers, di fatto un plagio di “He’s So Fine” (1963) delle Chiffons. Persino Paul McCartney tentò in ogni modo di dissuadere l’amico dal pubblicare un brano tanto simile a quello delle Chiffons, ma non ci fu verso di far cambiare idea a George, che più avanti ebbe modo di pentirsi amaramente della scelta e dovette acquisire i diritti della canzone per evitare d’incappare in nuovi problemi.
Come si diceva inizialmente, i credits dell’album costituiscono uno dei più ghiotti “who’s who” della scena rock, che rivaleggia soltanto con “If I Could Only Remember My Name” (1971) di David Crosby. A “All Things Must Pass”, infatti, parteciparono Ringo Starr, Jim Gordon, Alan White, Ginger Baker, Klaus Voormann, Carl Radle, Gary Wright, Bobby Whitlock, Billy Preston, Gary Brooker, Tony Ashton, Pete Drake, Eric Clapton, Dave Mason, Bobby Keys, Jim Price, Pete Ham, Tom Evans, Joey Molland, Peter Frampton, Mike Gibbins, Jerry Shirley e pure John & Yoko (benché, questi ultimi due, si limitino a battere le mani in “I Remember Jeep”).

In ritardo di un anno, presumibilmente per cause legate alla pandemia che ha bloccato il mondo intero, il 16 agosto 2021 è stata pubblicata la ristampa che celebra il cinquantennale dell’album, remixata da Paul Hicks, ingegnere del suono vincitore di diversi Grammy e coinvolto attivamente nell’opera di preservazione del catalogo dei Beatles.
Sette i formati disponibili di questa nuova edizione, tra cui la “Uber Deluxe”, cofanetto in edizione limitatissima comprendente 8 Lp e 5cd+blu-ray, costruito con il legno di una quercia contenuta nel giardino della tenuta di Friar Park, appartenuta a George Harrison, e corredato di ben due libri e diversi gadget. L’edizione limitata, in vendita a $999,98, è andata immediatamente esaurita. Oltre a questa edizione, per i comuni mortali sono state messe a disposizione sei opzioni: la Super Deluxe Edition in cd (5 cd + blu-ray), la Super Deluxe Edition in vinile (8 Lp), la Deluxe Edition in cd (3 cd), la Deluxe Edition in vinile (5 Lp), la Standard Edition in cd (2 cd) e la Standard Edition in vinile (3 Lp).
L’edizione forse più appetibile è quella in cofanetto da 5 cd, sia per costi (intorno ai €119,00, su Amazon) che per contenuti. Il box, delle dimensioni di 18,5x18,5 cm, contiene un libro di 60 pagine, un poster a colori che ritrae George all’ingresso della sua tenuta, cinque cd e 1 blu-ray.

Il libro, corredato di numerose foto inedite, presenta una breve sinossi di ciascuna traccia contenuta nell’album originale, così come la data di registrazione e lo studio in cui essa è avvenuta. Ogni titolo è accompagnato da citazioni dello stesso Harrison o di altri musicisti coinvolti nel progetto e talvolta sono presenti foto di manoscritti originali. Non sono riportati i testi dei brani ed è un peccato, perché ciò conferisce un senso di incompiutezza all’opera. Il libro prosegue con un brevissimo e piuttosto superficiale scambio di opinioni sul lavoro svolto tra Paul Hicks e Dhani Harrison, per poi concludere con i credits e con la tracklist completa. La confezione e soprattutto la realizzazione di questo cofanetto, visto l’indubbio valore storico dell’album e della ricorrenza, lasciano l’amaro in bocca a chi si aspettava di poter accompagnare l’ascolto dell’album con una lettura avvincente e dettagliata. Cosa che invece è capitato di fare con le ultime edizioni Super Deluxe degli album di Lennon, a cui questa edizione ambisce ad assomigliare.

Oltre al libro, presenti nella confezione sono 5 cd e 1 blu-ray: il primo cd contiene le prime nove tracce dell’album nella versione “2020 Stereo Mixes”. Il secondo cd completa l’opera dei nuovi mix con le restanti quattordici tracce. Il terzo cd contiene i quindici demo del 26 maggio 1970, giorno in cui Harrison, assieme a Ringo e Klaus, diede a Phil Spector la prima idea del disco (con l’aggiunta della famigerata “Sour Milk Sea”, che George cedette nel ’68 a Jackie Lomax evidentemente pentendosene). Il quarto cd contiene altri quindici demo, registrati il giorno seguente con la medesima formazione. Il quinto cd presenta diciassette tra outtake delle sessioni di registrazione dell’album e jam piuttosto godibili, benché nessuna indispensabile. Il blu-ray audio, infine, contiene le ventitré tracce dell’edizione originale, remixate in qualità Dolby Atmos – DTS-HD master audio 5.1 192-24 PCM stereo 48-24 – PCM stereo 192-24.

Rispetto alla ristampa del quarantennale, pubblicata nel 2010, quest’edizione rappresenta forse l’atto definitivo di riscoperta, in quanto aggiunge carne ad un fuoco già di per sé opulento e ne evidenzia pregi e difetti. Come accaduto con il catalogo dei Beatles, anche in questo caso l’intervento non si è limitato alla pulizia delle registrazioni perché stiamo parlando di un vero e proprio remissaggio. Per quanto praticato da professionisti che senza dubbio hanno familiarità con il fenomeno Beatles, alterare un mix è sempre materia piuttosto delicata perché implica la variazione di toni e colori originari. La domanda da porsi è se abbia un senso tutto questo e la risposta, ovviamente, è da rintracciare nelle flebili dinamiche economiche che animano l’affannoso mercato discografico odierno. Di fatto, ciò che sta accadendo in questi anni non è altro che un bieco revisionismo volto ad alterare gli equilibri che hanno reso grande la musica che amiamo. C’è da dire, tuttavia, che chiunque abbia consumato questi dischi sarà quantomeno curioso di trovarvi nuovi elementi con cui fare i conti, come le chitarre che rispecchiano la sezione fiati in “All Things Must Pass” o i sintetizzatori che emergono nitidamente negli arrangiamenti di “Isn’t It A Pity”. Almeno si è presentata l’occasione per parlare, ascoltare e tornare ad innamorarsi dei solchi di uno dei più bei dischi della storia del rock. Non è comunque poco.

(1° settembre 2021)

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