L’anniversario
Sessant’anni del miglior Dylan degli anni Sessanta. Capolavoro forse ineguagliato e vertice della produzione del decennio d’oro di Mister Zimmerman, “Blonde On Blonde” – uscito il 20 giugno 1966 – spegne 60 candeline mantenendo appieno tutto il suo peso storico: quello di una pietra angolare nell’evoluzione musicale che conduce al cantautorato moderno. Riconosciuto come uno dei più grandi album di tutti i tempi, oltre che il primo significativo album doppio della storia del rock – in anticipo di un mese su “Freak Out” di Frank Zappa – “Blonde On Blonde” segna il definitivo passaggio dall’era del 45 giri a quella del 33 giri. Con tanto di benedizione delle classifiche: numero 9 nella statunitense Billboard 200, numero 3 in Gran Bretagna. Ma a dargli il vero imprimatur sarà lo stesso Dylan: “Il tipo di suono che più si avvicina a quello che avevo sempre avuto in mente, è quello sul disco ‘Blonde on Blonde’ – affermerà nel 1978, in una celebre intervista a Playboy – Un sottile e teso suono al mercurio. Metallico e rilucente. Quello è il tipo di sonorità che cerco. Non sono sempre stato in grado di ottenerla. Il più delle volte mi sono dovuto accontentare di una combinazione di chitarra, armonica e organo”.
Tutto è magico e perfetto, in “Blonde On Blonde”, inclusa la celebre foto di copertina, presente sulle due facciate esterne del doppio Lp: un’istantanea scattata da Jerry Schatzberg, che raffigura Bob Dylan lievemente sfuocato appoggiato a un muro, con indosso una giacca di pelle scamosciata marrone e una sciarpa annodata al collo, mentre guarda in macchina con un’espressione leggermente infastidita. Nella versione originale, appariva anche una fotografia dell’attrice Claudia Cardinale, inserita senza il suo permesso che sarà rimossa dalla solerte Columbia due anni dopo, per la gioia dei collezionisti in possesso delle rarissime copie della versione originale.
“Blonde On Blonde” è il frutto di un periodo particolarmente intenso del grande romanzo dylaniano. Nel 1965, all’insaputa di tutti, il menestrello di Duluth si era sposato con la modella Sara Lownds, che aveva conosciuto l’anno precedente a New York (sì, è proprio lei la “Sara” della splendida ballata inclusa su “Desire”, 1976). Nel gennaio del 1966 è nato il loro primo figlio, Jesse. Mentre la sua vita sta cambiando così rapidamente, Dylan decide di tornare in studio per dare un seguito a una prodezza come “Highway 61 Revisited”, che aveva raggiunto il terzo posto nella classifica americana, e per chiudere così la cosiddetta “trilogia elettrica”, cominciata con l’altro disco pubblicato nel 1965, “Bringing It All Back Home”.
Nel frattempo, il suo mito viaggia anche a 45 giri. Dopo “Like A Rolling Stone”, infatti, Dylan ha sfornato altri due singoli in rapida successione: una “Positively 4th Street” intrisa di rancore e la più prevedibile “Can You Please Crawl Out Your Window?”. Ma con il suo nuovo disco Dylan vuole portare a compimento il suono che sta inseguendo da quando ha deciso di imbracciare una chitarra elettrica: “un suono sottile, mercuriale e selvaggio, metallico e lucente”, per l’appunto. Una soluzione alchemica fatta di armonica, organo, chitarra e pianoforte, una pietra filosofale che tocca blues, pop, folk e rock.
Insoddisfatto delle prime session newyorkesi, Dylan si fa convincere dal produttore Bob Johnston a trasferirsi a Nashville per registrare l’album con un pugno di turnisti locali. Nella patria del country, Dylan giunge accompagnato ancora una volta da Al Kooper, ma stavolta accanto a lui c’è un nuovo chitarrista, Robbie Robertson, impegnato già dai primi anni Sessanta con gli Hawks di Ronnie Hawkins, che ha preso il posto di Bloomfield sul palco dalla fine del mese di agosto del 1965. A dominare le sedute di registrazione è ancora una volta la più assoluta spontaneità, con i musicisti impegnati ad assecondare giorno e notte i tempi di Dylan e il rincorrersi dei suoi versi.
“Blonde On Blonde” prende il mare a bordo del battello ebbro di Rimbaud, sciogliendo gli ormeggi della razionalità e affidando il timone alla poesia beat di Kerouac e Ginsberg. Se dal punto di vista musicale è il coronamento della ricerca iniziata dal Dylan elettrico, dal punto di vista poetico non c’è la stessa lucida tensione di “Highway 61 Revisited”: i versi di Dylan si avventurano in una vertigine onirica e surreale, dove i muli indossano gioielli e binocoli, i ferrovieri sono assetati di sangue e Monna Lisa sembra uscita dal pennello iconoclasta di Marcel Duchamp. Un viaggio che trova il suo estremo approdo nelle allucinazioni insonni di “Visions Of Johanna”, con il filo d’argento dell’organo a cucire la voce ipnotica di Dylan e il suono dell’armonica a scandire il succedersi delle strofe insieme al tintinnare dei piatti. Le visioni conquistano la mente, prendono il posto dell’io, fanno esplodere la coscienza: e alla fine le visioni sono tutto ciò che rimane.
Ad aprire il disco sono i cori alcolici e la fanfara sgangherata di “Rainy Day Women # 12 & 35”, che eguaglia il successo di “Like A Rolling Stone” raggiungendo il secondo posto nella classifica americana, nonostante venga bandita da molte radio per le sue allusioni all’uso di droghe. Una velata sensualità percorre brani come “Just Like A Woman” e “Leopard-Skin Pill-Box Hat”, ispirati secondo i biografi ad una relazione di Dylan con l’attrice prediletta di Andy Warhol, Edie Sedgwick. Per l’arpeggio di “4th Time Around” è addirittura ai Beatles di “Norwegian Wood” che ruba la melodia. E la danza leggera di “I Want You”, con il suo andamento fluttuante e il suo romantico struggimento, è quanto di più vicino a una canzone pop sia mai stato scritto da Dylan sino a quel momento.
“Per vivere al di fuori della legge devi essere onesto”, proclama il songwriter di Duluth in “Absolutely Sweet Marie”. Come dire che l’unica coerenza che non condanna alla schiavitù è la lealtà con i desideri del proprio cuore. Sull’onda di “Highway 61 Revisited”, non mancano le lunghe cavalcate a briglie sciolte come “Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again”, né i roventi blues come “Pledging My Time” e “Obviously Five Believers”. Ma è per l’ultima facciata dell’album che Dylan riserva il più intimo dei suoi sogni: è “Sad Eyed Lady Of The Lowlands”, una contemplazione mistica dall’afflato stilnovista in cui l’eros si sublima in agape, celando fin dal titolo il riferimento alla moglie Sara Lownds. Quando Dylan, nel cuore della notte, convoca i suoi compagni d’avventura per registrarla, nessuno sa che si tratta di un brano di oltre undici minuti: così, tutti continuano a suonare come sospesi in una dimensione irreale, preparandosi dopo ogni strofa a un finale che sembra non giungere mai. Dylan gira le spalle al pubblico, con un sorriso insolente sulle labbra. “Play it fuckin’ loud!”, apostrofa perentoriamente la band. La batteria fa il suo ingresso imponente, seguita a ruota dal resto del gruppo. Dylan si rivolge alla platea con un gesto teatrale, come a dire “Ecco quello che vi spetta”. “Once upon a time, you dressed so fine…”.
Non appena conclusa la registrazione di “Blonde On Blonde”, Dylan torna sul palco per imbarcarsi nel proprio primo tour mondiale. Al Kooper ha abbandonato la scena, esasperato dai continui fischi che accompagnano la parte elettrica di ogni concerto, ma in compenso al fianco di Dylan ci sono gli Hawks al completo, nucleo fondamentale di quella che diventerà la Band. È l’inizio di un altro (memorabile) capitolo del grande romanzo dylaniano. (Claudio Fabretti, Gabriele Benzing)
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La pietra miliare
Festival folk di Newport del 1965: Bob Dylan, il giovane folksinger più amato d’America, si presenta all’appuntamento accompagnato da 3/5 della Paul Butterfield Blues Band (compreso l’eccezionale chitarrista Mike Bloomfield) e inizia a lanciare bordate di musica elettrica sull’attonito pubblico, composto in massima parte da puristi del folk. In pochissimo tempo il palco diventa un campo di battaglia, e Dylan è costretto ad andarsene dopo tre pezzi; tornerà pochi minuti dopo per intonare, in rigorosa versione acustica, una profetica “It’s All Over Now, Baby Blue”.
Nonostante il diluvio di critiche che gli piovono addosso, Dylan porta avanti la svolta elettrica e nel settembre del 1965 incide “Highway 61 Revisited”, eccitante album di blues elettrico (a parte gli undici minuti acustici di “Desolation Row”), e si imbarca in un massacrante tour mondiale, che in più di un’occasione sfocia nello psicodramma collettivo. Tra le pause del tour nasce “Blonde On Blonde”, capolavoro insuperato dell’arte dylaniana nonché snodo fondamentale nell’evoluzione della musica rock.
“Blonde On Blonde” è il primo album doppio della storia, in anticipo di qualche mese su “Freak Out” di Frank Zappa, e segna il definitivo passaggio dall’era del 45 giri a quella del 33 giri; dopo “Blonde On Blonde”, l’album non potrà più essere concepito né come una banale raccolta di singoli, né tantomeno come una serie di riempitivi che fanno da contorno all’hit single di turno, ma diventerà il frutto unitario, indivisibile nelle sue parti, della mente e dell’anima dell’artista. Nasce di fatto la magica stagione dei concept album.
Ma la vera rivoluzione copernicana Dylan la compie sui testi, fino a quel momento il punto debole della musica rock, che abbandonano il registro della canzone di protesta e diventano ermetici, metafisici e visionari. Le canzoni di “Blonde On Blonde” parlano d’amore, ma lo fanno attraverso una cascata di citazioni e riferimenti che vanno da Shakespeare a Platone, dalla poesia simbolista di Rimbaud alle vecchie canzoni dei pionieri dei monti Appalachi; inoltre, molto spesso le liriche nascono da libere associazioni mentali di immagini (emblematica in questo senso “Visions Of Johanna”) e hanno un tono colto e intellettuale davvero inconsueto per l’epoca.
Da un punto di vista musicale, con “Blonde On Blonde”, registrato a Nashville con l’ausilio di musicisti del calibro di Robbie Robertson e Al Kooper (il suo organo è il protagonista assoluto del disco), Bob Dylan assimila definitivamente la lezione folk-rock dei Byrds, sviluppa il blues elettrico di “Highway 61 Revisited” e getta un ponte verso le nuove istanze psichedeliche.
Si parte con l’incedere caracollante di “Rainy Day Women No.s 12 & 15”, sorta di blues degli svitati con tanto di trombe da circo Barnum, voci sguaiate in sottofondo e un Dylan più sfasato che mai; il testo, censurato un po’ ovunque, propone doppi sensi che rimandano al consumo di droga (la locuzione “Rainy Day Women” sta a indicare il nostro “spinello”). Il menestrello di Duluth è ormai morto e sepolto. Un’armonica stridente introduce il lento e viscerale blues “Pledging My Time”, che sembra uscito direttamente dai solchi di “East-West” della Paul Butterfield Blues Band. In “Visions Of Johanna”, Dylan, come Alice, passa attraverso lo specchio e si lascia andare al flusso di coscienza; le visioni d’amore allucinato delle cinque strofe del testo e il visionario accompagnamento dell’organo di Kooper si insinuano subdolamente nei labirinti della mente e gettano l’ascoltatore in un sublime stato di trance ipnotica. Indubbiamente il capolavoro dell’album, un volo pindarico dell’immaginazione verso l’infinito.
La successiva “One Of Us Must Know (Sooner Or Later)” regala uno dei momenti più intensi del disco, grazie ai ricami della sei corde di Robbie Robertson e alle folate dell’organo, prima di esplodere nell’anfetaminico ritornello. L’orecchiabile e briosa “I Want You” (il brano di maggior successo dell’album) è bella, colorata e ricca di suggestioni, come un arcobaleno dopo un pomeriggio di pioggia. Sullo stesso registro ironico di “Rainy Day Women No.s 12 & 15”, si muove “Leopard-skin Pill-box Hat”, scatenato omaggio ai padri fondatori del rock ‘n roll. “Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again” è una delle apocalittiche gallerie dylaniane di varia umanità, sulla scia di “Desolation Row”.
Si prosegue con la dolce “Just Like A Woman”, classica ed elegante ballata folk-rock basata su un semplice giro di chitarra e puntellata dai tocchi del pianoforte e dal discreto organo di Kooper; nel testo, Dylan ironizza sull’altra metà del cielo, il che gli procurerà non pochi problemi con il nascente movimento femminista. La leggiadra “Just Like A Woman” lascia il posto al vibrante blues di “Most Likely You Go Your Way And I’ll Go Mine”, desolato dialogo tra due innamorati giunti al capolinea della loro storia.
Uno dei vertici compositivi di “Blonde On Blonde” è sicuramente la scoppiettante “Absolutely Sweet Marie”, lanciata in orbita dal maestoso riff dell’organo di Al Kooper e dall’incedere fluido della strumentazione, con in particolare evidenza il bel lavoro di Kenneth Buttrey alla batteria. L’arpeggio di chitarra in stile Tex-Mex conferisce un clima di estatica serenità a “4th Time Around”, stralunata successione di bozzetti allegorici.
L’ideale quarta facciata del disco è interamente occupata dagli undici intensissimi minuti di “Sad Eyed Lady Of The Lowlands”, che, a modesto parere di chi scrive, è semplicemente la più bella canzone d’amore della storia della musica popolare: una struggente serenata folk di disarmante e geniale semplicità, che lascia segni profondi nell’anima. Per descrivere il brano, faccio mie le straordinarie parole del critico rock Paul Nelson, che di “Sad Eyed Lady Of The Lowlands” disse: “Una celebrazione della donna come opera d’arte, come figura religiosa, come oggetto di eterna maestà e meraviglia”.
Così cala il sipario su un album straordinario, che negli anni diventerà l’ossessione di tutti i cantautori del globo, e che, soprattutto, rimane una preziosa testimonianza di come la musica rock possa trasformarsi in arte con la A maiuscola. (Andrea Fedeli)