Wham!

Make It Big

A chiusura di un anno colmo di lutti terribili per la musica, ci ha lasciato anche George Michael, a soli 53 anni, proprio nel giorno di Natale celebrato dalla sua hit "Last Christmas". Lo ricordiamo nello spazio forse più congeniale allo spirito della sua band, gli Wham!, dominatori delle classifiche degli anni 80, ma spesso incompresi dalla critica. Non nel caso di Giampiero Vigorito, però, che colse subito le enormi potenzialità di quel "Make It Big" destinato a rimanere il loro capolavoro.

Wham!
Make It Big
(Columbia, 1984)

wham_make_it_bigNon c'è una possibilità su mille che questo disco non diventi di platino in mezzo mondo nel giro di un mese. I Wham! hanno superato agevolmente la cosiddetta "sindrome del secondo album" cercando un pastiche di canzoni vincenti pronte a soddisfare le esigenze più elementari e a inventarne immediatamente delle altre. I Wham! possiedono una qualità imbattibile: quella di riuscire a dare una spinta determinante alle charts internazionali da tempo ingiallite dalla crisi di fede dovuta alla boria rancida del rock Fm. Un merito che, per quanto ci si possa sforzare di abbassare gli occhi, non troverà mai nessuna persona disposta a farne a meno. George Michael e Andrew Ridgeley non hanno fatto altro che far esplodere la freschezza ritrovata della sorgente del pop: quella sorgente che rende i dischi indispensabili per una stagione e che riesce a far brillare anche il metallo più opaco.

Da "Everything She Wants" a "Credit Card Baby", passando per le già note "Wake Me Up Before You Go-Go", "Freedom" e "Careless Whisper", tutte le canzoni di "Make It Big" sono dei muscoli che si tendono e che si rilassano, dei vuoti d'aria fatti apposta per correggere l'assetto dell'ascolto e per ristabilire continuamente quello che i nostri fratelli maggiori chiamano feeling. Dei brani, otto per l'esattezza, cesellati nel legno della melodia sfrontata e suadente che si sforzano di ricreare i contorni del best pastellato e del soul cangiante, del rock agrodolce e del funky distillato. Delle canzoni che, come nel caso della "If You Were There" degli Isley Brothers (l'unica cover dell'album, una specie di dichiarazione d'amore) e della splendida e rarefatta "Like A Baby" si permettono degli stiramenti climatici di una bellezza persuasiva, un modo di soffiare sui suoni che è molto più vicino all'intimismo misterioso di Smokey Robinson piuttosto che al narcisismo dandy degli Spandau Ballet.

Sembra un paradosso, ma in "Make It Big" non c'è niente di essenziale, nessun hit storico, nessun refrain filosofale, solo otto "easy pieces" che potrebbero continuare a uscire come singoli in qualsiasi momento con la certezza di fare sempre centro. Siamo all'antitesi della pretenziosità. Cosa che fa di questo disco una cosa enorme, capace di sintetizzare in poche note Boy George e Stevie Wonder, Michael Jackson e Marvin Gaye. MAKE IT BIG!

(da Rockstar, 1984)