Nek Sanalet, la forma glitch di una poesia digitale

Joshua Kit Clayton's bio:
I was born in 1974.
I live in San Francisco.
I make sound.
I make computer programs.
That is all.
È così che si presenta Joshua Kit Clayton attraverso il sito ufficiale, Musork, che prende il nome dalla sua etichetta. Una pagina dalla grafica essenziale che sembra un'eco diretta della corrente minimal dei primi anni Duemila. Sul sito compaiono una sezione discografica, qualche fotografia sparsa e un breve elenco di link, tra cui Max/Msp, linguaggio di programmazione musicale di cui è sviluppatore e contributore. Tanto basta per intuire la traiettoria e la lucidità dei suoi gesti.
Ma la sua poetica non abita l'ecosistema minimal techno, quanto piuttosto una dub techno rarefatta, come se i Basic Channel fossero stati generati tramite codice sorgente anziché scolpiti su circuiti analogici. "Nek Sanalet" è il primo album dell'artista, pubblicato quando aveva venticinque anni. La casa madre è ~scape, uno dei laboratori più ferventi dell'avanguardia elettronica a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. Un'epoca di fiducia tecno-positivista in cui, antecedente al diluvio social e in piena era Usenet.

È il periodo delle netlabel, della netiquette e del progressivo allontanamento dai setup hardware, quando si pensava che la tecnologia potesse aprire le porte del sapere, della creatività e della condivisione. A definire ulteriormente il quadro, l'evoluzione della scena club, con musica elettronica che diventa sinonimo di calcolo algebrico, di mente analitica, e non più di estatica danza su enormi capannoni occupati. È in questo clima che si muove la scena di ~scape, fucina di maestri del glitch come Jan Jelinek.
Diversamente da questi ultimi, il disco di Clayton esplora territori dub digitalizzati, all'apparenza disorganizzati e discontinui. Se da un lato se ne intuisce il vincolo computazionale, dall'altro è proprio su questo limite che si costruisce l'estetica smaterializzata di una techno proiettata verso una dimensione quantistica. Il missaggio, infatti, suona esattamente come quello di un lavoro pre-millennium bug. Oggi, molte produzioni elettroniche privilegiano un suono arioso, pensato per l'ascolto in cuffia.

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Non è il caso di quest'opera, che dà il meglio di sé su un impianto casalingo o da soundsystem, rigorosamente in ascolto notturno ("Aspoket"). Eppure, l'astrazione su cui si appoggia il classico accordo dub mantiene una forza esplorativa intatta. Merito anche dell'ambiente Max/Msp, di cui Clayton è stato tra i contributori più rilevanti per lo sviluppo di Jitter, il modulo destinato alla manipolazione visiva. Alla dimensione riverberata di indole giamaicana, poi, somma una degradazione intenzionale del segnale.
Una compressione della qualità acustica che rende i suoni più sfocati, decostruiti, quasi destrutturati a livello molecolare ("Kalu"). La sottrazione come gesto estetico. Dub, certo, ma anche glitch, microsuono, astrazione generativa. L'elemento stocastico pervade molte delle micro-forme che orbitano attorno ai nuclei centrali dei brani. A volte, gli strumenti si muovono secondo logiche pseudo-randomiche ("Inapiseptili") e in altri casi l'intero pezzo sembra frutto di un dialogo tra uomo e macchina.

È un suono che si ispira tanto agli abissi digitali ("Nuchu") quanto alla brillantezza dell'Idm delle prime uscite Warp, senza cedere al ritmo prevedibile del quattro quarti ("Nele") e preferendo forme d'onda sinusoidali e crepitii ("Nia Ikala"). Pochi i momenti legati a strutture armoniche tradizionali, reinventate come filigrane glitch. È il caso di "Surba", cerebrale e lo-fi come dei Boards Of Canada sterilizzati. L'attenzione al dettaglio è meticolosa, ma la tessitura generale sembra ricalcare le orme del low fidelity.
A parlare, in "Nek Sanalet", è un suono emotivo e matematico. Oggi, continuiamo a non sapere molto di Kit Clayton, se non che la sua carriera si è interrotta lentamente dopo il 2001, con la sua label, la Orthlorng Musork, chiusa tre anni dopo. Il progetto solista prosegue solo in un secondo e ultimo Lp, "Lateral Forces", forse ancora più radicale. Da allora, poco più che silenzio. L'eredità di Kit Clayton resta sommessa, quasi nascosta, eppure la sua visione futurista della dub minimale continua a sorprendere.

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