Kyuss

"Welcome To Sky Valley", lo stoner figlio del deserto

Oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con la sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte. Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.

Così scriveva John Fante in un passo di quella che è probabilmente la sua opera più celebre, “Chiedi alla polvere”. Per Fante il deserto è metafora dell’oppressione, il vuoto cosmico che dilania le fatue ambizioni e ossessioni dell’uomo. È la morte che ineluttabilmente si insinua nella vita stessa, ancor prima di spezzarla in senso fisiologico. Così, il deserto del Mojave diventa il santuario da cui si staglia il requiem del sogno americano, inghiottendo le luci artificiali della vicina Los Angeles.
Il deserto, lì dove la terra nuda e il cielo si toccano senza intercessioni, è da sempre in letteratura luogo/non-luogo pregno di simbolismo allegorico. Ritrovo mistico e metafisico per eccellenza e pertanto punto di sperimentazione dell’incontro con ciò che prescinde e trascende la materialità della vita, quindi, la morte (non per forza permeata da una visione pessimistica e disperata come in Fante o anche in Buzzati, quanto più intesa come relazione con l’infinito).
Nella musica e nelle arti visive, l’ispirazione del deserto si è spesso tradotta in forme estetiche di chiara appartenenza ai territori della psichedelia. Dove però negli anni 60 e 70 la generazione beat riempiva le distese aride di fiori e colori partoriti da trip acidi, e registi come Jodorowsky (“El Topo”) e Antonioni (“Zabriskie Point”) ne facevano teatro rispettivamente surrealista ed esistenzialista, solo all’inizio dei 90 il deserto fu portato in musica nella sua cruda essenza, con tutto il suo impeto di polvere.

Partendo da Los Angeles, in direzione opposta a quella che porta al Mojave “caro” a Fante, si giunge a Palm Desert, a ridosso della Valle di Coachella. Questa è la terra che ha dato i natali a quello che comunemente viene identificato con il nome di stoner rock (o stoner metal come a qualcuno piace dire). Un’intera scena musicale nacque sull’ossatura di soli due gruppi: i Kyuss e i Fu Manchu, entrambi originari dell’area di Palm Desert. Difatti, la maggior parte delle più popolari formazioni stoner nascono dalle costole di queste due band (Unida, Hermano, Slo Burn, Nebula, fino ad arrivare - non a caso - ai celeberrimi Queens Of The Stone Age).
Lo stoner creò un’inusuale e non banale alchimia tra stili apparentemente distanti. Il principale riferimento era il primo metal di scuola Black Sabbath (in particolare, il periodo di “Paranoid”) e degli albori dei Blue Cheer. Ciò veniva coniugato con le più viscide venature blues e con le divagazioni lisergiche dello psych-rock, il tutto amalgamato in un approccio moderno che condivideva affinità sonore col nascente filone doom che si stava sviluppando in parallelo in quegli anni (che raggiunse il suo acme qualche anno dopo con l’avvento degli Electric Wizard), pur restandone ben distante dal punto di vista delle tematiche liriche.
Laddove i Fu Manchu palesavano uno stile maggiormente debitore dell’hardcore punk e (su sponda East Coast, in New Jersey) i Monster Magnet imbastardivano e appesantivano la lezione space rock degli Hawkwind, i Kyuss riuscirono a piantare in maniera inamovibile i paletti del genere.

L’uscita di “Blues For The Red Sun” nel 1992 rappresentò un momento topico per l’intera scena heavy degli anni 90, che in un certo senso fu costretta a ripensarne i paradigmi. Incandescente, incisivo, grezzo, eppure ipnotico e cerebrale, “Blues For The Red Sun” rappresentò un manifesto assoluto di un nuovo modo di intendere la musica “pesante”, che resuscitava schemi e sonorità di un passato che sembrava seppellito e li riproponeva in una veste nuova e perfettamente adatta ai suoi tempi.
Nonostante questo e nonostante la dimensione epica che è stata (giustamente) cucita attorno a “Blues For The Red Sun”, i Kyuss raggiunsero il proprio zenith artistico con il successivo “Welcome To Sky Valley”. Se “Blues For The Red Sun” ha soprattutto un valore di “rottura” rispetto all’evoluzione dell’heavy rock e metal di quegli anni (rappresentandone quindi una pietra angolare), “Welcome To Sky Valley” porta a definitivo compimento quella vocazione di guerra, perfezionando e in un certo senso “raffinando” (anche se questo termine può essere fuorviante) la formula adottata dai Kyuss.
Intanto, la band era stata ingaggiata da una major (la Elektra), in un periodo storico in cui le chitarre distorte erano tornate a farla da padrone e i Kyuss erano diventati un nome caldo, nonostante l’evidente distanza dagli standard del filone mainstream (grunge et similia).

“Welcome To Sky Valley” prosegue il cammino intrapreso con “Blues For The Red Sun” (poi completato con “…And The Circus Leave Town”, ultimo capitolo di una sorta di trilogia prima dello scioglimento, a cui seguì tra le altre cose la formazione dei Queens Of The Stone Age da parte di Josh Homme).
Ciò che emerge prepotentemente da “Welcome To Sky Valley” sono innanzitutto i contrasti. La brutalità di “Blues For The Red Sun” rimane intatta, ma le atmosfere si fanno più eteree e sommerse. I riff granitici si disciolgono in un vortice caustico e impenetrabile. Il clima generale diventa surreale e onirico, così però come potrebbe esserlo nel più straniante degli incubi.
Concettualmente l’opera dimostra una maggiore maturità e consapevolezza artistica, tanto da essere strutturata in maniera modulare, suddividendo l’incedere in tre suite, ciascuna composta da tre o quattro brani.
Le prime note di “Gardenia” suonano subito come una dichiarazione di intenti; il riff iniziale si erge come un monolite, perdendosi in una distorsione fumosa e caotica, ma rigorosa, che fa capolinea in un acido interludio psych prima della sfuriata finale. “Asteroid” ricama tessiture apocalittiche, esplodendo e riplacandosi in una cantilena chitarristica che ha il sapore di un canto orientale trapiantato nella bassa California, inframmezzato da una digressione di feedback e laser che può sembrare per un minuto una riduzione di “Interstellar Overdrive” che viaggia a bordo di uno sgangherato furgone sulla California 111 piuttosto che su un’astronave.
Le successive “Supa Scoopa Mighty Scoop” e “100°”, così come più avanti nella tracklist “Conan Troutman”, alzano la velocità di esecuzione, mentre “Space Cadet” e “Demon Cleaner” spiccano come episodi peculiari. La prima è una perversa e strisciante nenia blues, accompagnata da vocalizzi dimessi, mentre la seconda si avvicina a un certo manierismo rock dal gusto vagamente grunge tipico dell’epoca. “N.O.” è un tripudio di cambi di tempo e di chitarre al vetriolo che duellano, mentre “Odissey” incornicia una furia disumana tra una intro e un bridge di trame arabescate che danzano nell’orbita di un loop infinito di phaser. “Whitewater” chiude il cerchio con una lunga coda di fraseggi strumentali che vanno svanendo all’orizzonte, come un tramonto sulle dune.

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Se “Blues For The Red Sun” rappresenta il lato più animalesco e istintivo dei Kyuss e (come abbiamo detto) il manifesto della band e del genere tutto, “Welcome To Sky Valley” ne è il monumento. Più in generale, possiamo arrivare a definirlo l’apice creativo e innovativo dei Kyuss e di conseguenza dell’intero sottobosco stoner.
Il primo elemento di rottura dello stoner rispetto al resto della musica heavy fu nell’uso delle chitarre. Al netto della scena death svedese (molto peculiare in questo senso), l’heavy metal si era attestato su un canone ben preciso, figlio delle tendenze thrash, groove e speed; chitarre tirate, precise e scavate, tipiche del sound di Dimebag Darrel e del James Hetfield di fine anni 80, con i pick-up ad altissimo output mitragliati in giganteschi stack hi-gain della Mesa Boogie, della Peavey o della Randall. Homme, di contro, recupera una strumentazione piuttosto vintage, che trova il suo nucleo negli amplificatori Ampeg e Sunn (il leggendario Model T) e nell’estensivo uso del fuzz. Passa al setaccio lo stile velenoso di Tony Iommi, rendendolo ancor più esasperato e corrosivo. In particolare, il “wall of sound” di spectoriana memoria viene trasformato in uno stordente tappeto oscuro di fuzz dissipati nell’aria, con un esercizio metodologicamente simile (ma con risultati molto diversi) a quello applicato allo shoegaze. Le chitarre sovrastano quindi tutto il resto, sommergendo in una costante frequenza bassa l’intero mix, inclusa la batteria di Brant Bjork, che nonostante tutto pesta come un dannato, degno figlioccio dello stile di Bill Ward e John Bonham. A fare da contrappunto è il cantato acuto e vibrante di John Garcia, che analogamente si rifà ai padri putativi Osbourne e Plant, con un piglio tuttavia più disfatto e lascivo.

“Welcome To Sky Valley”, meglio di qualsiasi altro album stoner, trasporta negli anni 90 le più profonde tenebre dell’hard rock partorito venti o venticinque anni prima e lo fa in un’estasi psicotropa, in un delirio inconscio della mente, nella più inquieta delle fasi rem.
Soprattutto, il protagonista assoluto di “Welcome To Sky Valley” è il deserto. Quel deserto torbido e imperscrutabile, palpabile sin dal titolo e dalla copertina, trova piena anima e corpo in ogni brano. Talvolta è tempesta di sabbia (“Gardenia”, “Odissey”), in altri casi è brullo paesaggio lunare (“Asteroid”, “Space Cadet”). Ciò che colpisce è che qui il deserto non è mera meta di vagabondaggio e pellegrinaggio beatnik, non è esperienza sensoriale, non è espediente narrativo e nemmeno palcoscenico; qui il deserto assurge al ruolo di fulcro centrale della vicenda artistica. Luogo fisico, prima ancora che metafisico. Topos poetico e allo stesso tempo concreta coordinata geografica. Una terra senza nessuna connotazione messianica, ma che ha la durezza e l’indulgenza di una madre; e tale tipo di narrazione, spirituale e carnale in egual modo, può essere pertanto solo il frutto della visione di un figlio.
Homme, Garcia, Bjork, dal deserto sono stati allevati; il loro sentire non può che essere diverso e più visceralmente profondo rispetto a quello del viandante alla ricerca di un qualche senso di trascendenza. Lì si muovono prima come esseri umani e solo dopo come artisti. Tutto questo si manifesta in maniera potente in “Welcome To Sky Valley”; e proprio per questo, qui il deserto non è raffigurazione dell’infinito, non è morte. È al contrario vita, che per quanto asfissiante e claustrofobica, pur nella sua immensità, comunque pulsa.
Lo stoner non avrà grossa fortuna in termini commerciali, eccezion fatta per la parentesi dei Queens Of The Stone Age, naturale evoluzione dell’avventura dei Kyuss, con cui Homme troverà una quadratura maggiormente aderente al mercato mainstream, mantenendo comunque standard artistici elevati. Tuttavia il lascito di “Blues For The Red Sun” e “Welcome To Sky Valley” è particolarmente importante, soprattutto come influenza decisiva su tutto il circuito alternativo del rock e del metal degli anni a seguire.
E in un modo o nell’altro, il deserto di “Welcome To Sky Valley” è entrato nelle ossa di chi ha avuto il coraggio di attraversarlo; di chi ne ha percepito la vita e non l’ha tenuto lontano temendo la morte.