Francobeat

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Il gioco è la nuova realtà

intervista di Michele Saran

Franco Naddei, cantautore e multistrumentista, appassionato lettore, riscopritore del mondo dell’infanzia, all’uscita del suo terzo album “Radici”: impressioni e ricordi, estetica e pensieri. La fotografia di un lucido artista in divenire.

Ciao Franco, una domanda secca giusto per metterti a tuo agio: i tuoi ultimi ascolti?
Le cose che ho ascoltato recentemente: Devo, Portishead, Talk Talk, Velvet Undergrond. Le cose “scoperte” recentemente: Daughter, Low, Le Femme, Lali Puna.

Addentriamoci nel tuo mondo, anzi nel tuo “Vedobeat”, l’esordio del 2006. A mio avviso è un po’ il tuo manifesto programmatico: da una parte l’estetica della letteratura beat, dall’altra lo stile del merseybeat, dall’altra ancora il beat elettronico, il tutto tenuto assieme dalla tecnica a collage, per non parlare dei tuoi interventi parlati e dei monologhi. Al di là dell’analisi di massima, quali erano le tue reali intenzioni?
Se mi dici “reali intenzioni” si vede che era davvero confusionario quel disco! In effetti è stato l’inizio di un percorso in cui dovevo ancora mettere a fuoco come muovermi dentro quello che avrò poi definito come “pop da biblioteca”. Avevo letto da poco “Mondo beat” di Stampa alternativa, e in quel libro ho trovato una storia, quella del beat italiano nel senso più intellettuale del termine, in cui mi sono visto quasi specchiato. Se da una parte c’erano l’istintività dei capelloni che sparavano poesie di protesta alla maniera di Kerouac e Ginsberg a cercar di scuotere l’assopita Italia del boom economico, dall’altra c’erano i grandi pensatori che a mio avviso rivestivano lo stesso ruolo ma dal versante “colto”: Ennio Flaiano, Marcello Marchesi li ho sentiti beat a modo loro. In mezzo mi ci sono messo anch’io, con le mie canzoni che andavano a tessere la tela di parole di una specie di “radiodramma-documento” sulla ricerca della libertà d’espressione. Forse tutto insieme era troppo, ma mi è venuto così. Un modo come un altro per raccontare una storia di ieri vista con gli occhi e le canzoni di oggi. In “Vedobeat” ho giocato a pastrocchiare con le definizioni di libertà e i suoi effetti. Se negli anni 60 il solo avere i capelli lunghi era un urlato atto di libertà d’espressione, oggi di quale tipo di libertà abbiamo bisogno? Poi mi sono chiesto se quei giovani capelloni non siano diventati impiegati di banca o sottosegretari, cosa fosse rimasto del gioco e della rivoluzione, cosa fossero diventati “da grandi”.

E’ appunto il disco che introduce la tematica del gioco, della regressione all’infanzia usata come filtro per descrivere la situazione odierna dei “grandi”, perché credi sia tanto efficace?
Trovo che il gioco, così come l’errore, siano elementi fondamentali nel processo creativo. E in generale saper trovare il lato giocoso delle cose è fondamentale per vivere bene. Se faccio un disco voglio divertirmi, giocare con i suoni e le parole e i suoni delle parole. Se mi sto divertendo, creo naturalmente canzoni, e sono vero. Mettersi lì a cercar pedalini, poesie, racconti, sintetizzatori dai suoni strani, girare accordi a caso, pastrocchiare come fanno i bimbi nelle loro camerette. Ed è in quel luogo che si celebra la libertà totale, la curiosità, la sincerità e la bellezza di fronte ad avvenimenti microscopici come essere felici che una costruzione di mattoncini dall’architettura assurda stia in equilibrio. Non parlerei proprio di filtro, piuttosto un modo diretto di vedere le cose, prenderle meno seriamente, giocarci sopra, stupirsi anche da grandi. Ecco, è “efficace” lo stupirsi di fronte a tutto, come se fosse sempre nuovo e magico, come accade ai bambini, purché sia stupore autentico. 

Ciò ci porta a parlare di “Mondo fantastico”, tua opera seconda e forse il tuo acuto artistico, in cui abbracci pienamente il mitico, indimenticabile immaginario infantile di Gianni Rodari. Hai, in pratica, musicato un “libro corale” (edito da Artebambini, ndr), in un’innovativa idea di multimedialità. Parlaci un po’ di come hai concepito l’ossatura dell’album, della sua composizione generale.
Nelle peregrinazioni fatte per trovare ispirazioni mi sono illuminato nel ritrovare un vecchio librone di Rodari. In precedenza i miei testi furono presi anche per demenziali, più che surreali, per cui dovevo trovare un modo per far capire bene che il soggetto era la capacità di creare mondi e storie con le parole, senza limiti e con autorevolezza. Rodari è considerato a tutti gli effetti un surrealista, per quanto noto per la sua applicazione di questo filone letterario alla letteratura per l’infanzia. Fatto pace con i miei limiti di scrittore, ho deciso che fosse Rodari a parlare per me. L’opera rodariana è vasta, e ho lasciato che a scegliere fosse quasi sempre il caso, così come suggeritomi da “Grammatica della fantasia” dello stesso autore di Omegna. Alcune filastrocche sembravano parlare a me, al me grande, e col tono di un bambino. Dopo aver scritto i primi brani ho voluto inserire anche stralci dalla stessa “Grammatica” proprio per dare qualche scossone alla sopita fantasia adulta che avrebbe potuto incontrare questo disco. Fare un pezzo che spiega come costruire un limerick alla maniera dello “Gioca Jouer” di Cecchetto, o inserire uno spoken word per chiarire il concetto di “binomio fantastico” è stato un modo per dare qualche elemento per mettere subito alla prova la fantasia della condizione adulta e giocare con alcuni trucchetti per allenare la fantasia, che male non fa mai.
Quando il lavoro era quasi completo ho pensato che non avrei voluto relegarlo alla confezione standard di solo cd, mi sarebbe piaciuto fosse una specie di audiolibro. Così parlai del progetto a Vanessa Sorrentino, che scrive e fa laboratori di scrittura creativa coi bambini. Non potendo fare una pubblicazione con i testi di Rodari pensammo di lanciare la palla a scrittori emergenti dando loro come tema un qualsiasi input proveniente dalla “Grammatica”, chiedendo loro di scrivere qualcosa di originale che potesse essere a sua volta illustrato da qualche immagine a sua volta originale. Di fatto condividere con più artisti la lezione rodariana e vederne gli effetti. Ognuno si è lasciato trascinare da quest’onda, e mi è sembrato un bel modo per celebrare la fantasia e le sue possibilità.

Oltre a Rodari, da dove provengono i testi, citi luminari della letteratura dell’infanzia come Wallon, Propp e Vygotskij, ma anche visionari come Tim Burton. Invece l’affare strettamente musicale, che incorpora un approccio obliquo e fantasioso ancor più di “Vedobeat”, oltre a splendidi arrangiamenti da camera, da dove ti viene?
Beh, intanto grazie per lo “splendidi”! Avevo consumato la “Grammatica” quindi mi sono fiondato sulla bibliografia proposta dallo stesso Rodari. Mi sembrava di aver trovato il libro che potesse darmi degli indizi per svelare la sparizione della poesia infantile in età adulta. Ho fatto qualche ulteriore ricerca per entrare dentro ai nodi che volevo sciogliere semplicemente componendo canzoni, mi son lasciato prendere dalla curiosità di andare più a fondo nelle questioni tecniche con cui i pensieri si formano e si trasformano nel tempo e a seconda delle condizioni in cui si vive. In questo senso Wallon è stata una lettura straordinariamente interessante, tanto che inizialmente avrei voluto facesse parte già di “Mondo fantastico”. Per fortuna non l’ho fatto, ma non è detto che non lo faccia in futuro! Su Propp avevo cominciato a lavorare su un progetto sperimentale di musica contemporanea-elettronica, e probabilmente sarà il terzo capitolo di questa ipotetica trilogia della fantasia che stanno diventando questi dischi “fantastici”. Ad ogni modo grazie a “Vedobeat” ho conosciuto Flaiano, Marchesi, Bianciardi, Achille Campanile, e ho scoperto “Il Sorpasso” di Dino Risi, “Blow Up” di Antonioni e altri. Anche Rodari mi ha regalato delle scoperte che ho raccolto con fame. E’ un bel modo per affrontare il lavoro su un disco di semplici canzoni.
Musicalmente in quel periodo stavo lavorando con arrangiamenti di fiati su un altro progetto (il primo disco solista di John de Leo), li avevo nelle orecchie, e mi sembravano suoni molto fiabeschi. Avevo in mente un suono e sapevo dove poter “saccheggiare” le parole. Ho lasciato che il disco fosse per metà scritto e arrangiato, e per metà improvvisato con sessioni di registrazione dal vivo con amici che volessero giocare con me. Io avevo giocato al compositore, ma volevo anche giocare suonando dal vivo con gli amichetti. In tutto ciò avevo la grande responsabilità di rispettare i testi ma di far percepire che stavo giocando col mio elemento: la musica. A me piace scrivere melodie, suono il piano da quando ero piccolo, poi ho cominciato a strimpellare la chitarra, e lavoro con l’elettronica da sempre. Cerco sempre di portare la ricerca verso qualcosa di pop. Non lo faccio premeditatamente, mi viene così. Non conosco neanche tanto bene la musica da potermi fregiare di chissà quali capacità di scrittura, ma per fortuna riesco a fare qualcosa che mi pare originale proprio per questo. Se “Vedobeat” era sostanzialmente pensato per un trio classico basso-chitarra-batteria, “Mondo fantastico” mi ha dato la possibilità di giocare con più timbri, senza darsi dei limiti. E grazie a tutti quelli che hanno suonato nel disco son riuscito a realizzare una specie di sogno. Giocare con le note vere!

A latere sei entrato a far parte dei Silent Revolution di Massimiliano “Moro” Morini, una configurazione che fa fruttato una piccola perla del folk-pop italiano quale “Home Pastorals”. Com’è avvenuto l’incontro? Cosa senti di affine con il più tradizionale (e anglofono) canzoniere di Moro?
Io e il Moro ci conosciamo da più di 20 anni. Da giovani suonavamo insieme, facevamo i Depeche Mode in italiano e io ero il “capobanda”. Dopo molti anni ci siamo reincontrati, ho seguito passo passo il suo rientro alla musica, dal puro hobby al lavoro più maturo. Ha già fatto 3 dischi, e in tutti mi ha fatto piacere farne parte, non fosse altro per ricambiare le angherie subite in gioventù! Scherzi a parte, il Moro scrive molto bene in inglese, e il suo modo di comporre e di suonare è estremamente naturale e sincero, oltre che dannatamente pop! Io ho uno studio di registrazione e negli anni ho masticato tanti generi, e per fortuna ho imparato anche qualcosa che potevo dare al Moro in termini di suono e di arrangiamenti. Ci divertiamo molto ora, sia in studio che dal vivo. Tra l’altro “Home Pastorals” è uscito quasi per gioco, dovevamo fare solo 5 pezzi per la trasmissione televisiva “Ortoemezzo”, che è andata in onda su Laeffe l’inverno scorso, ma ogni giorno mi portava dubbioso dei pezzi, e io a dirgli: “Ma sei matto? Facciamolo!”. Così moltiplicato per i brani finiti poi su disco!

Veniamo al tuo nuovo “Radici”. Anzitutto, dipanaci un po’ il titolo.
Questa è facile! E’ semplicemente il nome della residenza dove vivono i miei matti, quelli che hanno scritto i testi del disco (li chiamo matti con affetto, anche loro si definiscono come tali!). Nulla a che fare con gli illustri predecessori (“Radici”, quarto album di Francesco Guccini, cfr.). Volevo solo fosse chiara la provenienza e la paternità di tutto. Inizialmente dovevo chiamarlo con una citazione da Wallon (“L’inverosimile ipotesi del pensiero magico”), ma mi sembrava spocchioso e forzato. Il disco è il loro, gli ho dato il loro nome.
Che poi la parola evochi altro è una simpatica coincidenza, com’è paradossale che proprio quel posto rappresenti per i suoi ospiti un allontanamento dalle loro vere radici, dalla loro vera casa. Sanno che “Le radici” non è la loro vera casa, e anche nel disco emerge con inaspettata sincerità questa loro consapevolezza, ma alla fine cercano di farsela bastare.

La concezione dell’opera: in cosa differisce dai precedenti lavori? Cosa deve o non deve aspettarsi l’ascoltatore?
E’ un disco pop, con testi strani, e basta. Che spesso poi i testi, strani, non lo sono affatto. Grazie a questi testi non ho sentito l’esigenza di fare chissà quale ricerca armonica, o di suono. Ho sempre composto con quello che mi capitava tra le mani. E’ anche stata la prima volta dove mi son trovato a registrare di getto molte cose, a volte anche in tarda notte tornato da qualche concerto fatto in giro, chitarra e microfonaccio del computer per fissarla e via.
Lavorare con i matti è stato un lavoro lungo, ci son voluti due anni per fargli scrivere dei testi che potessero essere musicati senza che io toccassi neanche una virgola. Nel corso del tempo mi hanno mandato tanti scritti, e la cosa bella è stato ritrovarsi citato in un testo, o essere riconosciuto come quello che li fa parlare a “strofette” e cantare. Mi sono sentito presente, e utile. E mi hanno regalato dei testi formidabili toccando davvero picchi poetici.
Spesso mi sono interrogato sui cantautori di recente fattura, sull’autenticità del loro disagio come della felicità, del disincanto, della visione dell’amore e di se stessi. Trovo che quello che hanno scritto i miei matti non abbia nulla da invidiare a nessun testo in circolazione, anzi, credo che tanti potrebbero trarne ispirazione. Io mi sono sentito in una specie di stato di grazia che ho poi deciso di condividere, al solito, con gli amici musicisti che frequento in questo momento. Ogni volta è successa una specie di magia dove dal nulla una frase e un accordo (generalmente il primo che ti passa per la testa!), diventano una canzone. E il metodo compositivo non è stato altro che lasciarsi andare, senza pensarci troppo sopra.
Alla fine mi son trovato con 11 brani dove non si fanno sconti; c’è una lucida e cruda visione del disagio mentale e qualche vago accenno di speranza a che “cambino le cose”. Quello che ho fatto musicalmente vuole rispettare e rispecchiare i testi che mi hanno donato, anche nei momenti più bui.

Si sente anche un deciso apporto dell’elettronica, ed è elettronica a tutto tondo: è sia suonata, quella che proviene da synth e computer, quella più sottile della produzione, e infine quella “concreta” dei molti e sardonici spezzoni parlati che aiutano a dare una visione quasi corale delle tue canzoni. Quale il significato più profondo, a tuo avviso, di questa scelta?
Il mio vero pane sonoro è l’elettronica, da sempre. Faccio parte, da due dischi a questa parte, dei Santo Barbaro, che hanno avuto un percorso elettronico articolato e di ricerca, sempre al servizio della parola e della canzone. In quel progetto ho ritrovato una specie di autorevolezza del suono elettronico che in Francobeat non avevo. Non volevo usare organetti beat, volevo che l’utilizzo delle macchine avesse una pulsazione simile a quella dei Santo e delle mie cose elettroniche in solo. Poi chiaramente il tutto s’imbastardisce, sarà perché mi piace David Byrne a allora un po’ di eclettismo mi scappa! C’è da dire che nell’economia del disco volevo che i matti fossero presenti il più possibile anche con i loro suoni. Sono andato da loro con qualche marchingegno dei miei a registrarli e manipolarli in tempo reale, usando le loro voci come materiale sonoro da inserire nel disco. Nel riordino di questo materiale mi sono fatto aiutare da Valeria Caputo, compositrice elettronica e non solo, che ha assemblato i miei campioni creando una composizione di sole voci la cui idea è venuta dai matti stessi (“questa è la mia voce”).

Un altro indubbio merito dell’opera è di aver riportato alla luce il disperso John De Leo, che aggiunge la sua voce nella traccia di chiusa, “Che cambino le cose” (oltre ai Sacri Cuori di Antonio Gramentieri). Quale la ragione più intima di questa collaborazione?
Ahahah… ma John è vivo e vegeto e sta per uscire con un disco nuovo proprio a giorni, non lo sapevi? Io e John siamo amici di vecchia data, abbiamo fatto molte cose dal vivo insieme, e molte anche nei suoi dischi. Ci stimiamo molto a vicenda, ma non siamo mai riusciti a fare niente insieme per un progetto mio. Gli ho fatto sentire alcuni brani proprio perché ci siamo visti nella lavorazione del suo, e giustamente ha scelto quello per cui non avevo pensato a un suo intervento. Mi ha fatto cambiare parte del pezzo e messo le sue preziose armonie facendo brillare ancora di più un brano che è forse fra i miei preferiti del disco. Un testo meraviglioso.
Tra l’altro è molto bello che si sia incontrato coi Sacri Cuori, così come in altri brani si sono incontrati musicisti che non si conoscevano (Giuseppe Righini con Moro), o in inedite combinazioni (Giacomo Toni e Santo Barbaro che fanno un pezzo un po’ anni 60).

Cosa ti aspetti da questo disco nei riguardi del tuo pubblico? Dove sta andando Francobeat?
Non credo di aspettarmi niente di particolare, spero che il disco venga ascoltato da più persone possibili, che questi testi accendano qualche lampadina. Chi mi conosce sa che quando faccio un disco non faccio solo delle canzoni, ma voglio anche dire qualcosa, senza disturbare chiaramente.
Io, come Francobeat, per ora sto a guardare e penso a portare in giro questo disco e il suo messaggio. L’incontro coi matti è avvenuto grazie a un concerto di “Mondo fantastico”, magari farò altri incontri stimolanti suonando “Radici”. Credo di aver fatto un disco particolarmente bello, grazie soprattutto ai testi dei miei cari matti. Prima di farne un altro con questa sigla bisogna che ci pensi bene!

Più pragmaticamente, come procede la promozione discografica? Prossimi concerti?
Ad oggi la macchina promozionale sta appena partendo. Aspetto con curiosità le reazioni della critica, e dei primi ascolti da parte del pubblico. I primi feedback mi sono sembrati molto entusiasti, speriamo bene! Intanto all’orizzonte ci sono alcuni concerti fino a dicembre. Per ora in zone romagnole, poi spero si andrà in giro un po’ in tutta Italia. E’ in giro un teaser fatto in animazione dal bravo Christof Brehme che curerà anche il video di “Pillole”, che uscirà in novembre. Insomma, ci faremo sentire!

Grazie di tutto e alla prossima, Franco!

Discografia
 FRANCOBEAT 
   
 Vedobeat (Snowdonia, 2006)6,5
Mondo Fantastico (Trovarobato Parade, 2011)6,5
Radici (Brutture Moderne, 2014)6,5
   
 SANTO BARBARO 
   
 Mare Morto (Il Vaso di Pandora, 2008)6,5
 Lorna (Ribess, 2010)6
 Navi (Cosabeat, 2012)6
 Geografia di un corpo (DiNotte, 2014)6,5
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