Ron

Ron

Al centro della musica

intervista di Claudio Fabretti
Un gentleman della musica italiana. Con una storia ultraquarantennale a parlare da sola, tra canzoni memorabili (per altri, come “Piazza Grande”, o per sé, come “Una città per cantare”) e un costante apporto in qualità di musicista a giganti del cantautorato tricolore, Dalla e De Gregori su tutti. Rosalino Cellamare, per gli amici Ron, è un campione di sobrietà e stile. E lo conferma anche in questa chiacchierata informale, in cui ci mette quasi in imbarazzo, replicando sempre signorilmente col “lei” al nostro impertinente “tu”. Ora, però, dopo tanti anni passati dietro le quinte, l’ex-ragazzino di Dorno (Pavia) ha deciso di mettere se stesso “Al centro della musica”. Con un nuovo disco, di nome “Un abbraccio unico”, in cui spicca anche una “lettera” mai pubblicata dell’amico Lucio Dalla.

Parliamo subito del tuo nuovo album, “Un abbraccio unico”, uscito nella scorsa primavera. Cosa c’è di nuovo?
A me piace molto mettermi in gioco e cambiare squadra, anche se di solito non si fa quando è vincente. Così, appena mi sono trovato queste canzoni in mano, ho chiamato alcuni arrangiatori che conoscevo, Roberto Vernetti e Michele Clivati, che hanno fatto un grande lavoro sul suono. Le canzoni le avevo già scritte quasi tutte, con l’aiuto di Mattia Del Forno, un bravissimo autore. È un disco che parla molto di me, di chi sono, di come sono... In fondo non l’ho mai detto, non mi sono mai buttato così, a capofitto. Finora avevo sempre parlato di giganti, di bambine, di fiabe, di piazze grandi, di città per cantare...

“Una città per cantare” in fondo era autobiografica, però...
Sì, alla fine lo è, ma l’ho solo cantata, visto che si tratta di una cover di “The Road” di Danny O'Keefe, poi reincisa nel 1977 da Jackson Browne e tradotta da Lucio Dalla. Però è sicuramente la canzone che mi racconta meglio, pur non avendola scritta io.

Un approccio più centrato su di te, quindi, ma che non dimentica altre vicende, comprese storie d’attualità come quella di Malala, ad esempio.
Sì, ho voluto scrivere un brano proprio su questa giovane, coraggiosa blogger pakistana che ha sfidato i talebani per difendere il diritto allo studio delle ragazze. E poi c’è anche “L’inguaribile voglia di vivere”, una canzone che ho dedicato a tutti i malati di Sla, anche perché sono il testimonial dell'AISLA Onlus, l'Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica.

Ron - Lucio DallaNel disco c’è anche una chicca: un inedito di Lucio Dalla.
Già, si chiama “America” ed è un testo del 1992 in cui Lucio, per la prima volta, parlava di me. Era un momento di grande forma artistica per me, tutto procedeva al meglio, i dischi si vendevano, si poteva fare quello che si voleva, i soldi nelle case discografiche giravano... prima che crollasse tutto, insomma. Eppure non riuscivo mai a essere felice, guardavo sempre i giardini degli altri miei colleghi e li vedevo sempre più verdi dei miei. Non riuscivo a darmi pace, insomma. Così Lucio, che non sopportava più tutto ciò, invece di raccontarmelo a tavola, davanti a un bicchiere di vino, pensò di farlo scrivendo questo testo. E mi disse: “Tienilo, si chiama ‘America’, ma se vuoi cambia pure il titolo...”. Io l’ho ripreso in mano solo ora, dopo tanti anni, e naturalmente non ho cambiato una virgola, l’ho chiamato proprio “America”, anche perché ha un senso. E sono contento di averlo inserito nel disco, perché parla di me e attraverso le parole di un amico. Un amico con cui in quel periodo stavo lavorando molto, che mi conosceva bene.

Com’è nata la tua amicizia con Dalla? Dove vi siete conosciuti?
Allora non c’erano X-Factor, Amici, ste cose qua... C’erano i concorsi per voci nuove e io da ragazzino, fin dall’età di 12-13 anni, ho iniziato quella trafila: erano sempre tutti più alti e grossi di me... Così a uno di questi concorsi venne un talent scout della Rca, mi notò e fui chiamato a Roma per fare un provino: c’era un cantautore che doveva farci sentire una canzone che avrebbe avuto anche la possibilità di andare a Sanremo. Io ero un ragazzo di campagna, che andava ancora a scuola, mi facevo accompagnare da mio padre, che poi firmò anche il mio primo contratto discografico. Arrivammo in questi grandi uffici della Rca, pieni di foto di cantanti... Morandi, la Pavone etc. Ero emozionatissimo. Dopo un paio di ore di attesa,  iniziammo a pensare di essere stati presi in giro. Poi, a un certo punto, entrò un tipo spinto su una carrozzina, tutto ingessato dalla testa ai piedi, spuntavano fuori solo la barba e gli occhiali... era Lucio Dalla!

Che cosa gli era successo?
Aveva avuto un incidente con la sua Porsche sul Grande raccordo anulare ed era stato raccolto proprio dall’allora ministro della Sanità: arrivò tardi per quello. E da allora iniziò la nostra grande amicizia.

E con la canzone per Sanremo come finì?
Lui me la affidò, feci il provino per Sanremo, ma la canzone venne bocciata. Sarei dovuto andare al festival in coppia con Sandie Shaw, la cantante scalza, ma la giuria lungimirante non ne volle sapere... era “Occhi di ragazza”.

Davvero lungimiranti... (ridiamo)
Eh sì, poi ebbe un successo mondiale, cantata da Gianni Morandi.

All’ultimo Festival di Sanremo hai cantato proprio una canzone di Dalla, “Cara”. È la tua preferita? E quali sono, in generale, i pezzi di Lucio che apprezzi di più?
C’è una canzone di Lucio a cui sono molto affezionato e che ho cantato al concerto che si è tenuto a Bologna dopo la sua morte, ed è “Henna”. È una canzone strepitosa ed è quella che Lucio amava di più. Ma a Sanremo mi chiesero di cantare un brano un po’ più conosciuto e quindi scelsi “Cara”, che pure mi riguardava molto, perché quando la scrisse ero lì, insieme ai musicisti... c’ho suonato il pianoforte, la chitarra, lo vedevo lì, raggomitolato sulla moquette, che stava scrivendo questo testo che non gli veniva... Per questo l’ho scelta, ed è una canzone straordinaria, che credo sia venuta anche bene.

RonSanremo è un’esperienza che ti è piaciuta? La ripeterai?
Mah, non lo so. Ogni volta dici: “Mai più”. In realtà poi c’è sempre questo grande problema di far sapere alla gente che hai fatto qualcosa di nuovo e non sai mai bene come fare... L’anno scorso, per esempio, ho fatto un disco di nome “Way Out”, in cui sono andato a prendere i cantautori che mi piacevano di più, da Damien Rice a John Mayer, da Badly Drawn Boy ad Alexi Murdoch. Li ho tradotti con grande attenzione, ma era un album complicato, difficile anche da portare in tv e distribuito malissimo, e così è stato praticamente impossibile farlo conoscere. Sanremo rimane essenzialmente una grande possibilità di mettersi in luce, tanto più in un periodo complicato come questo. Così ho accolto volentieri la proposta di partecipare, e questo “Un abbraccio unico” è piaciuto subito, anche se poi hanno scelto l’altro pezzo, “Sing In The Rain”, che a me piaceva lo stesso, ma mi sembrava meno adatto a un contesto come il festival, meno intimo.

In una traccia di “Un abbraccio unico”, ovvero “Sabato animale”, c’è anche un tuo duetto con Dargen D’Amico, uno dei migliori rapper italiani. Secondo te è vero – come dicono alcuni tuoi colleghi cantautori - che i rapper, ormai, vi hanno sostituito nel raccontare a fondo la società?
In parte sì, anche perché oggi molti ragazzi che vogliono cantare non scrivono più, non c’è stata una “rigenerazione” tra i cantautori. Tutti vogliono cantare, tutti vogliono diventare famosi, ma in un altro modo. Io ho una scuola che si chiama proprio Una città per cantare, e a tutti quelli che vengono dicono sempre: “Non limitatevi a cantare, cercate di tirare fuori anche quello che siete”. Molti di loro riescono anche ad arrivare ad avere successo, ma il primo scoglio che incontrano è “cosa cantare”, perché non hanno nulla in mano. E allora le case discografiche devono in qualche modo procurare cose che alla fine non c’entrano niente con loro, e questi ragazzi si perdono facilmente. Ci sarebbe bisogno di un X Factor per cantautori, anche se mi rendo conto che la tv deve fare ascolti, e quindi le canzoni famose fanno sempre più audience, però questi ragazzi vanno aiutati.

Hai scritto canzoni memorabili per tanti cantautori, su tutte “Piazza Grande” per Dalla. Poi hai avuto un ruolo molto importante anche nel tour “Banana Republic” di Dalla e De Gregori. Eppure sei sempre rimasto dietro le quinte. Ti è mai pesato questo ruolo un po’ “defilato”?
Io credo di essere un uomo molto fortunato, perché ho iniziato nel 1970 e siamo nel 2014: sono ancora qui a raccontare delle cose. Mi ritengo fortunato anche perché in questo mondo della musica, dove tutto dovrebbe brillare, tutti in qualche modo dovrebbero essere sicuri di quello che hanno e che sono e che potrebbero ottenere, io sono ancora una persona che non sa quello che accadrà in platea. Non ho un pubblico che comincia a urlare mezz’ora prima che io entri in scena, ma non perché c’ho la lebbra, ma perché non mi sono mai posto come un cantante con le stelline. Mi sono sempre sentito più musicista. Credo che di questi personaggi in America e in Inghilterra ce ne siano tantissimi. L’Italia è invece il paese del bel canto, delle stelline e della televisione...

È un ruolo meno riconosciuto, quindi...
Sì, pensi che tre anni fa andai a New York e me la sono girata tutta a piedi. Andavo tutte le sere a sentir musica e una volta capitai in un locale di neri, che faceva musica straordinaria, ma offriva la possibilità a chi volesse di salire sul palco e cantare. Allora andai in albergo, presi la chitarra e tornai lì. Mi rivolsi alla cantante – una specie di Aretha Franklin, una roba da urlo – e le chiesi se era possibile provare. “Of course - mi replicò – At midnight!”. E così a mezzanotte mi chiamò: “What’s your name?”. “Ron”, risposi. E così mi presentò: “Ron from Italy”. Ho attaccato con la mia chitarra una mia canzone, “Anima”... silenzio di tomba, nessuno capiva nulla di quello che dicevo, però è scattato qualcosa, c’è un filo magico a volte che si forma tra chi sta sul palco e la gente, forse la grande passione, la voglia di comunicare, un feeling musicale. Così, finita la mia canzone, ci fu un grande applauso e alcuni di loro vennero da me a dirmi: “Bel lavoro, vedrai che ce la farai, vai avanti così...” (ridiamo)

Una sensazione che non provavi da tanto tempo...
Sì, ho voluto fare questo esperimento ed è la prima volta che qualcuno mi ascoltava da perfetto sconosciuto, perché io qui ho cominciato a 16 anni a fare questo lavoro. Dentro di me mi sono anche detto che forse qualcosa di buono l’abbiamo fatto, in Italia, in tutti questi anni. Ma questa storiella serve soprattutto a dire che mi piace molto mettermi in discussione e cercare di capirmi ancora di più. Forse qualcun altro, invece, si accontenta del suo successo.

Ron - Lucio Dalla - Francesco De GregoriA proposito di quel tour “Banana Republic”, che è rimasto una pietra miliare nella storia della musica italiana, cosa ti piace ricordare di più?
Uscivamo da un momento politico e sociale mica da ridere... riaprirono gli stadi alla musica con quel tour dopo anni di contestazioni e incidenti, come quando un gruppo di estremisti di Autonomia Operaia “processò” De Gregori al Palalido di Milano. Erano anni in cui era diventato impossibile esibirsi dal vivo in Italia e anche le grandi star internazionali non venivano più nel nostro paese. Io suonavo con Lucio nel suo gruppo, lui cantava soprattutto le canzoni di Roberto Roversi, l'autore della famosa trilogia. E ricordo il fatto che Lucio e De Gregori volevano apparire meno ricchi, per questo si comprarono rispettivamente una Dyane 6 e una Renault 4 (ridiamo tanto). Fu il concerto del grande ritorno della musica fatta in pace nei grandi spazi, in libertà. Costava solo mille lire entrare a quei concerti e c’erano almeno cinquanta-sessantamila persone ogni sera.

È vero che ci fu qualche tensione in tour tra Dalla e De Gregori?
No, in realtà sono voci che non avevano fondamento. Erano veramente molto legati, pur essendo caratterialmente diversi, anche perché erano tutti e due molto eccitati all’idea di poter finalmente cambiare pagina e iniziare questo nuovo percorso insieme.

Il tuo grande successo personale, invece, è venuto proprio dopo “Banana Republic”...
Sì, esattamente un anno dopo. Con “Una città per cantare” nel 1980.

E poi da lì una serie di successi: “Al centro della musica”, "Una freccia in fondo al cuore", “Anima”, “Joe Temerario”, “Un momento anche per te”... Era un periodo di grande ispirazione per te o era solo più facile entrare in classifica?
Beh, si vendeva molto di più, e poi anche il sistema era diverso. Quando usciva un disco, c’era un investimento da parte delle case discografiche, dal video ai concerti. Si cercava di fare in modo che questo disco arrivasse a tutti.

Oggi bisogna arrangiarsi da soli?
Eh sì, per esempio con “Way Out” mi sono fatto i locali, i pub, era la prima volta che li affrontavo, dopo quella strana performance americana. Ed è stato bellissimo, forse l’esperienza migliore che ho avuto negli ultimi anni. Non è semplice cantare per 200 persone con il più vicino che ti sta a un metro, ma mi sono trovato perfettamente a mio agio così.

(03/08/2014 - Versione estesa di un'intervista pubblicata su "Leggo")

Discografia
 Il bosco degli amanti (It/Ricordi, 1972)
 Dal nostro livello (Rca, 1973)
 Esperienze (Rca, 1975)
Una città per cantare (Spaghetti Records, 1980)
 Canzone senza inganni (Spaghetti Records, 1980)
Al centro della musica (Spaghetti Records, 1981)
 Incontro con Ron (antologia, Spaghetti Records, 1981)
 Guarda chi si vede (Spaghetti Records, 1982)
 Tutti i cuori viaggianti (Rca, 1982)
 Calypso (Rca, 1983)
 I grandi successi di Ron (antologia, Sigla Quattro, 1984) 
 Super Ron (antologia, Spaghetti Records, 1984)
 Ron (Rca, 1985) 
 È l’Italia che va (Rca, 1986)
 Il mondo avrà una grande anima (Rca, 1988)
Apri le braccia e poi vola (Wea, 1990)
 Le foglie e il vento (Wea, 1992)
 Angelo (Wea, 1994)
 Ron (antologia, Rca, 1994)
 Vorrei incontrarti fra cent'anni (Wea, 1996)
 Superbest (antologia, Rca, 1996) 
 Stelle (Wea, 1997) 
 A modo mio (antologia, Bmg Ricordi, 1997) 
 Adesso (Cgd East West, 1999)
70/00 (doppia antologia, Cgd East West, 2000) 
 I miti (antologia, Bmg Ricordi, 2001) 
 Cuori di vetro (Le Foglie e il Vento, 2001) 
 Beccati 'sta canzone (antologia, Bmg Ricordi, 2002)
 Ron (antologia, Rca-Bmg Ricordi, 2003) 
 Le voci del mondo (Le Foglie e il Vento, 2004) 
 Ma quando dici amore (Friends&Partners/Sony Bmg, 2005) 
 

Quando sarò capace d'amare (Le Foglie e il Vento, 2008)

 Way Out (Le Foglie e il Vento, 2013) 
 Un abbraccio unico (Le Foglie e il Vento, 2014) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Il gigante e la bambina/ Strade su strade
(live, 1971)

I ragazzi italiani (Con Lucio Dalla e Francesco De Gregori)
(live, da Banana Republic, 1979)

Banana Republic - Il concerto integrale
(1979)

Una città per cantare
(da Una città per cantare, 1980)

Al centro della musica
(da Al centro della musica, 1981)

Una freccia in fondo al cuore
(da Al centro della musica, 1981)

Q-concert integrale (con Ivan Graziani e Goran Kuzminac)
(live a Campobasso, 1981)

 

Anima
(da Guarda chi si vede, 1982)

Un momento anche per te
(videoclip, da Apri le braccia e poi vola, 1990)

Piazza Grande
(live a CremArena, 2011)

Ron su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.