Gli Ianva rappresentano una felice anomalia nel panorama indie italiano. Ripudiando suoni, stili e modelli dell'alternativese nazionale, infatti, l’ensemble di Genova predilige il passo marziale del neofolk, ma guarda soprattutto alla "propria irrinunciabile italianità musicale": dalla prima new wave tricolore a cantautori come Ciampi e De André, dai maestri dell’arte della sonorizzazione (Morricone in primis, ma anche Bruno Nicolai, Armando Trovajoli, Franco Micalizzi, Stelvio Cipriani, Guido e Maurizio De Angelis) a totem dei sabati sera d’antan (Mina, Gabriella Ferri, Milva, Massimo Ranieri, Lucio Battisti).
A questo già variegato melange, si aggiunge l’amore per grandi crooner internazionali (Scott Walker, Marc Almond, Jacques Brel) e per le ballad notturne glitterate del più decadente glam di filiazione britannica. Un suono e un immaginario passato, eppure proiettato nel futuro: "archeofuturista", secondo la loro stessa definizione. Ma senza alcun tipo di implicazione ideologica: gli Ianva si definiscono una band "apolitica" e respingono al mittente le sterili polemiche che ammorbano ciclicamente la scena neofolk.
Il progetto nasce nel 2003 su iniziativa di Mercy (Malombra, Il Segno Del Comando, Helden Rune) e Argento (già nei top-black metal Spite Extreme Wing e mastermind dei "brutal" Antropofagus) e riunisce molti nomi di punta dell’underground italiano, di diversissima estrazione, ma "accomunati dall’esigenza di restituire un senso a concetti quali passionalità, ardimento, dignità e, su tutto, animati dalla volontà di preservare quelle poche ma ottime cose proprie della sensibilità italiana di un tempo antecedente a quel processo di azzeramento instauratosi negli ultimi due decenni".
Le parti vocali sono suddivise tra lo stesso Mercy e Stefania D’Alterio, ex Wagooba, nota anche per la sua attività giornalistica ("Psycho!", "Ritual", "Classix!", tra le tante). Le chitarre sono affidate ad Argento, mentre la sezione ritmica è equamente ripartita tra ex-Malombra (Francesco La Rosa, batteria e percussioni) e Spite Extreme Wing (Azoth, basso); il gruppo si avvale inoltre di professionisti dal background di conservatorio, come Fabio Gremo, Fabio Fabbri, Giuseppe Spanò e Riccardo Casazza (che si avvicendano alle chitarre, alla tromba, al pianoforte alla fisarmonica, agli archi).
A dar man forte alla band, l'ospite d'onore Andrea Chimenti, indimenticata voce dei Moda e attuale interprete/autore tra i più raffinati della scena italiana.
A fornire lo spunto per il debutto discografico sono due brani che Mercy e Argento firmano (il primo sotto la denominazione di Heldenplatz, il secondo attribuito a S.E.W.) per una compilation underground italiana. Il fil rouge delle due composizioni è l’epopea dell’Impresa Fiumana. Da qui la tentazione di tracciare un lavoro che deve molto alla tradizione italiana del concept art-rock anni 70. Ne scaturisce anzitutto un Ep, La Ballata Dell’Ardito, comprendente, oltre alla title track, una outtake dal successivo album ("Un Sogno D’Elettra") in cui s’introduce la protagonista femminile, Elettra Stavros, e una cover della "Amsterdam" di Jacques Brel.
Poco dopo esce Disobbedisco!, il primo full-length a nome Ianva.
Il filo della vicenda è fornito da un misconosciuto libro di memorie pubblicato da un ufficiale a riposo (tale Col. Giovanni Laurago, classe 1898), dal titolo "Mai Così Colmo Di Vita", dove l’anziano militare ricorda i giorni in cui fu l’attendente di uno dei principali responsabili della sicurezza interna della Libera Repubblica di Fiume all’indomani dell’Impresa dannunziana, il maggiore Cesare Renzi, "un idealista deluso e dotato di una temerarietà che scaturiva dal disamore della vita".
"Disobbedisco!" è dunque una sorta di musical, un tributo teatrale all’impresa di D’Annunzio e dei suoi legionari: l’effimera reggenza italiana del Carnaro tradita da quella stessa nazione per cui quegli uomini avevano combattuto, un Natale di sangue, e, su questo tetro palcoscenico, l’ardente love-story tra il maggiore Renzi ed Elettra Stavros, seducente spia interalleata in missione di sabotaggio.
Tra discorsi bellici, ballate avvolgenti e assalti orchestrali, va in scena l'epopea di tre anni di battaglie (1918-1920), di eroi e di sconfitti, sulle macerie di un continente in rovina.
L’abbrivio ("Intro - Colpo Di Maglio") è su tipiche ambientazioni apocalyptic-folk, con il proclama alla radio del generale Caviglia prima della battaglia di Vittorio Veneto, assecondato da un ronzio monocorde, quasi un unico accordo che mima il classico rumore del vinile, prima che si apra magnificamente l’orchestra, quasi ad accompagnare i soldati in marcia. Un brano che non sfigurerebbe su "Koda", il capolavoro degli In The Nursery. Segue "La Ballata Dell’Ardito", amaro ritratto di un "magnifico perdente", narrato da Renzi in prima persona con le tonalità calde del baritono di Mercy: l’epica tromba di Fabio Fabbri e l’eco nostalgica di una fisarmonica coronano un gioiello degno del De André più barocco, quello di "Tutti Morimmo A Stento".
Poi, un altro inserto storico: il generale Diaz annuncia che "la guerra è vinta". Ma è una "Vittoria Mutilata" dal Trattato di Parigi, che assegna Fiume alla giurisdizione croata, scatenando la rivolta dei legionari traditi ("Ci assegnano un ruolo da sgherri dismessi"/ Ora zitti, e via dai coglioni!... le armi noi non deponiamo"): un’altra vibrante performance di Mercy al canto, cadenzata sulle corde della chitarra acustica e di un basso scuro e possente. L’urlo guerresco del Vate prelude al ritorno alla battaglia ("XII-IX-MCMXIX: Di Nuovo In Armi!"), perché non si può "turarsi il naso al fetore di una pace che offende": un'altra ballata marziale alla Death In June, sospinta da tromba e percussioni. Quel che verrà da qui in poi è una lenta discesa nel gorgo della passione e dell’auto-distruzione.
L’ingresso in scena di Elettra Stavros, "l’infera chanteuse", al Caffè dell’Hotel Europa è avvolto in fumi decadenti da cabaret brechtiano. Una viziosa Mata Hari, che la voce suadente di Stefania T. D’Alterio fa muovere al passo di un tango funereo, intriso d’oppio e di assenzio ("Tango della Menade").
La giga ubriaca di "Sangue Morlacco" (il vino di marasca così ribattezzato da D’Annunzio), con le sue danze mediterranee, è l’ultimo sussulto di vita. "Per Non Dormire" è già autocommiserazione e rimpianto amoroso ("Io so che lei è stata là, in luoghi dove io non ho mai osato addentrarmi perché ho avuto paura di essere un Re"): un’altra splendida ballata aperta dalla chitarra, e sorretta dalla tastiera, in un crescendo dove poi tutti gli altri strumenti entrano progressivamente in gioco.
E’ Andrea Chimenti a prestare la sua voce intensa a D’Annunzio nel plumbeo recitato di "Traditi", il commiato del comandante dai suoi legionari. Ed è un vero e proprio requiem quello che D’Alterio/Stavros declama sugli arcani richiami della tromba in "Fuoco a Fiume", lasciando a Mercy/Renzi le parole dell’addio: i due amanti non riusciranno a ricongiungersi a Trieste. "Muri d’Assenzio" è l’ultimo flash: il sogno sfuma nel piombo, "un’infilata di fuoco fratello" fulmina Renzi, i rintocchi del pianoforte di Franz Ekurn ne suggellano il de profundis. Lo strumentale conclusivo di "Outro - Amor Sola Lex" è solo il preludio alla spiazzante ghost-track: una Stavros imbottita di morfina e ridotta ormai a cantante da bettola nel porto di Amburgo interpreta "O' Surdato 'Nnammurato" (un omaggio alla celebre versione di Anna Magnani nel film "La Sciantosa"). L'"infera chanteuse" morirà per overdose di morfina qualche ora più tardi, in una sordida camera d’albergo di infima categoria.
Opera curatissima fin nei dettagli, dagli arrangiamenti ai testi (nell’italiano aulico, e bellissimo, dell’epoca) dal packaging alla grafica retrò, Disobbedisco! è una delle più sorprendenti risposte della musica italiana a quanti ne hanno preconizzato da tempo la fine, o l’ormai completo deragliamento dalle radici. Un disco moderno, ma coi piedi ben piantati nella nostra tradizione, e che suona, forse proprio per questo, esportabile come pochissimi altri.
Disobbedisco! diventa un piccolo caso nell'underground italiano. Gli Ianva si guadagnano il sostegno dei cultori del neofolk europeo - partecipando da headliner alla prima delle due serate dell'importante Triumvirat Festival, in Svizzera - ma conquista anche gli estimatori della canzone italiana d’autore degli anni d'oro. E riceve un'ottima accoglienza sulla stampa specializzata (sia in Italia che all’estero). Sarà anche l'unico titolo italiano a piazzarsi tra i primi 50 album del 2006 nella classifica annuale del portale mondiale Rate Your Music.
Nel 2007 gli Ianva si chiudono in studio per registrare un nuovo Ep, sempre per l'etichetta Il Levriero, che, oltre allo stesso Mercy, vede coinvolto Massimo Bellucci, ex Consorzio Produttori Indipendenti.
Il risultato è L'Occidente, quattro nuovi brani che segnano un ulteriore allontanamento dal neofolk degli esordi, in favore di una più marcata impronta cantautorale, in cui la tipica attitudine noir del gruppo è rischiarata, a tratti, dal sole del Mediterraneo e dalle tradizioni popolari del Meridione d'Italia.
Il mesto incedere di tromba e fisarmonica scandisce l'atto d'accusa della title track contro il degrado di una cultura occidentale in cui "di sacro" resta soltanto "l'osso del culo". Parole di piombo, ancora una volta, ma note lievi, che oscillano tra il romanticismo d'uno Scott Walker e le atmosfere soffuse delle colonne sonore italiane di genere anni 60-70. "Santa Luce Dei Macelli" offre invece a Stefania D'Alterio l'opportunità di un nuovo numero di cabaret, funereo e passionale al contempo (e qui la mente torna al sensuale "Tango Della Menade" di "Disobbedisco!"), al ritmo lento dei cerimoniali arcaici e devozionali del profondo Sud. Ma è anche una nuova occasione di "resistenza culturale" contro l'Illuminismo-discount che oggi vorrebbe spazzare via ogni traccia di quello spirito antico, rievocato anche nello strumentale "Il sereno e la tempesta", dove sonorità celtiche si stemperano al calore dei timbri mediterranei, lungo le rotte di una soave melodia.
E' la quiete prima della tempesta di "In Battaglia", un'epica versione di "In Battle" degli Strawbs, riscritta dagli Ianva come prologo a "Disobbedisco!", fotografando il momento in cui il Maggiore Renzi irrompe nella vita di Giovanni Laurago, nel corso delle fasi più convulse dalla cruenta battaglia del Monte S. Gabriele del 1917. Anche qui, tuttavia, non restano molte impronte del passo marziale del neofolk, pur nel crescendo drammatico impresso al brano, e a stagliarsi è soprattutto il baritono grave di Mercy.
Debitamente sovra-arrangiate (in barba ai noiosi dettami minimalisti e lo-fi che ancora imperano nell'indie tricolore), dense di suggestioni e di colori, le quattro tracce di questo Ep confermano la classe di una band felicemente anomala nel panorama italiano.
Con la seconda uscita sulla lunga distanza, Italia: Ultimo Atto (2009), gli Ianva allargano l'obiettivo a dismisura: un kolossal che sfiora i 70 minuti e trascina l’ascoltatore in un drammatico viaggio attraverso la storia italiana dal 1943 ad oggi. Qualcosa che rischia di affondare nel velleitarismo o, peggio, nella retorica da comizio. Invece, il tutto fila liscio con buona coerenza narrativa, grazie anche alle indubbie doti affabulatorie dell'ensemble ligure.
Lo sguardo fermo e intransigente di Mercy & C. è ancora venato dalla nostalgia per quella sorta di "arcadia italiana" di inizio secolo, progressivamente corrotta. E nella sua "notte della Repubblica" brillano i rimandi ad alcune grandi voci del dissenso, da Pasolini a Malaparte, da Germi a Gaber. Certo, nell’armamentario concettuale degli Ianva non mancano zone d'ombra, forzature, ideologismi controversi e discutibili. Ma resta la fierezza di una narrazione passionale e fiammeggiante.
Una profezia fosca e severa di Pier Paolo Pasolini, affidata alla voce di Enrico Silvestrin (su un tappeto marziale di fiati e tamburi), fa da incipit a dodici stazioni del calvario italico, scandite dai suoni caratteristici della band genovese: fisarmoniche, trombe, violini. Suoni sempre più affondati nelle radici della musica popolare italiana, tra suggestioni epiche alla Morricone e palesi omaggi al cantautorato genovese (De André su tutti), ma sempre sensibili alla malia melodrammatica di crooner internazionali come Scott Walker e Marc Almond. E si accentua l'evoluzione verso un formato più arioso, quasi "operistico", una ballata per orchestra che rinuncia quasi del tutto al passo marziale neofolk.
Ecco allora susseguirsi il caos post-8 settembre 1943 ("Dov’eri tu quel giorno?") annunciato da cupi squilli di trombe, il bombardamento di Genova che devasta la vecchia "Galleria Delle Grazie" (con il cammeo di Franca Lai, monumento della canzone popolare genovese), l’abisso della guerra civile (l'avvolgente crescendo per chitarra e tromba di "Negli occhi di un ribelle" e i solenni flashback di "La stagione di Caino"), l’abbattimento dei vecchi simboli, con l’esecuzione dell’attrice "Luisa Ferida" (un classico cabaret noir di Stefania D’Alterio, sorretto da arrangiamenti sinfonici), il dramma delle foibe (la danza lugubre di "Bora").
Quindi, con la fine del miraggio del boom, i nuovi spettri: il caso Montesi, primo di un'infinita serie di scandali insabbiati ("In compagnia dei lupi", con D’Alterio ancora sul proscenio su cadenze beffarde che riecheggiano il De André di "Un giudice"), la cementificazione e la prima bomba (l'incalzante strumentale "Cemento armato", quasi un motivo da "poliziottesco" dei 70), gli anni di piombo visti attraverso gli occhi di una "Pasionaria" (altro bel tema da soundtrack, con tanto di chitarre western e fischio struggente alla Morricone), e l’assassinio di Pasolini ("Piazza dei Cinquecento", con Duke Montana nei panni del "Ragazzo di Vita" in un breve intervento). E poi ancora "L’estate dei silenzi", quella del 1980, delle stragi di Ustica e di Bologna (nuovo recitato di Mercy sulla chitarra arpeggiata), e infine "L’ultimo atto", la normalizzazione degli anni 80-90, in un’invettiva, stavolta più scontata, sulla disintegrazione morale del paese, che porta dritta alle miserie politiche dei nostri giorni.
Svetta un gusto cinematografico per il dettaglio (la sirena d'allarme che squarcia il vinile gracchiante di "Galleria delle Grazie", le battute in presa diretta di "In compagnia dei lupi", l'avvicendarsi dei discorsi storici su "La stagione di Caino"), unito a un’urgenza espressiva che, paradossalmente, trova proprio nella pomposità la sua più autentica ragion d’essere.
Il fascino degli Ianva è proprio nell’enfasi cupa e seriosa, in quella prorompente potenza lirica che scampa miracolosamente all’ironia involontaria di tanti altri gruppi limitrofi.
Se Disobbedisco! era un colpo di maglio in faccia all’indie tricolore, Italia: Ultimo Atto è una lenta ma inesorabile discesa negli inferi, che conferma l'unicità della band genovese nel panorama nostrano.



