20/05/2006

Mudhoney

Circolo degli Artisti, Roma


di Claudio Lancia
Mudhoney

Desta una certa impressione ritrovarli così epidermici e vitaminici sul palco romano del Circolo degli Artisti per una delle due date italiane (l’altra è al Rainbow di Milano) del tour mondiale che serve per rispolverare vecchie emozioni mai sopite e per promuovere il nuovo più che convincente “Under A Billion Suns”.
Dopo la disintegrazione o l’annientamento di tutti i protagonisti che animarono la scena grunge a cavallo tra il crepuscolo degli anni 80 e l’alba dei 90, i Mudhoney sono rimasti gli ultimi alfieri a tenere alta la bandiera di una rabbia generazionale senza compromessi rappresentata da riff incendiari e vibrazioni selvagge.
Proprio loro, che nel 1988 si imposero con un esordio fulminante e diventarono i Mudhoney prima che i Soundgarden diventassero i Soundgarden e prima che i Nirvana diventassero i Nirvana, consentendo alla neonata Sub Pop di raccogliere i primi timidi riscontri utili ai fondamentali investimenti successivi.

Nati dallo smembramento degli adolescenti Green River (l’altra costola formata da Stone Gossard e Jeff Ament darà vita prima ai Mother Love Bone e dopo poco ai Pearl Jam) mantengono intatta tutta la carica, l’energia e la vitalità degli esordi.
Erano i tempi in cui Seattle si apprestava a divenire il centro del mondo nel panorama alt-rock, la città dove probabilmente si vendeva il maggior numero di chitarre elettriche e si costituivano più band. E ai propri esordi restano devoti e grati i Mudhoney, visto che le scariche adrenaliniche più forti del concerto arrivano in corrispondenza dell’esecuzione delle tracce riprese da “Superfuzz Bigmuff” (un must) e “Mudhoney”, i dischi destinati a rimanere il loro marchio di fabbrica con l’esplosiva miscela di garage-rock e hardcore.

Un’ora e mezza scarsa di grande passione, nel più genuino spirito punk-rock, con tutto il pubblico coinvolto in un pogo senza fine, un pubblico composto non solo da fan della prima ora, ma soprattutto da ventenni che continuano a riconoscersi nei suoni, nei testi e nell’energia di chi davvero ha tracciato una via.
E sul palco si divertono: il drumming di Dan Peters va come un treno, il basso di Guy Maddison (l’unico membro non originale) è preciso, anche se il Circolo è noto per non consentire di apprezzare completamente l’acustica, Steve Turner si presenta con una fitta barba che nasconde un viso da eterno ragazzo, un Turner che snocciola uno stile chitarristico che negli anni è andato affinandosi, pur conservando tutta l’urgenza, l’efficacia e la semplicità dei vecchi riff.
Mark Arm, voce e chitarra, è smilzo come al solito, quasi un novello Iggy Pop al quale clamorosamente si ispira sia in alcune movenze che nella capigliatura.
Il ghigno che di tanto in tanto si disegna sul suo volto svela tutta la consapevolezza e l’orgoglio di aver scritto almeno due canzoni che rimarranno per sempre scolpite nella pietra come i migliori brani punk scritti dieci anni dopo il punk: “Touck Me I’m Sick” e “Here Comes Sickness”.
Continuano a essere questi due i momenti più sconvolgenti dei loro live act, al confronto “God Save The Queen” sembra una canzonetta estiva per educande.

Se a questo aggiungiamo l’incredibile esecuzione di “If I Think” (con gli impedibili stop and go) e “In ‘n’ Out Of Grace” (con l’assolo centrale di batteria e le chitarre che rientrano in un delirio sonico), l’esibizione già vale il prezzo del biglietto.
Se poi aggiungiamo anche la conclusiva “Hate The Police”, con Arm che lascia per la prima volta la chitarra, impugna il microfono e sembra volersi lanciare sul pubblico per il delirio finale, ci rendiamo conto di stare assistendo a un qualcosa di memorabile.
E il contorno è di tutto rispetto: canzoni tutte prossime all’eccellenza con ripescaggi dal passato, anche recente (citiamo almeno “Where The Flavor Is” da “Since We’ve Become Translucent”) e l’ovvia proposizione del rispettabilissimo materiale nuovo estratto da “Under A Billion Suns” (fra tutte spiccano “Where Is The Future?” e “It Is Us”).
L’unica pecca è nella parte centrale, leggermente troppo dilatata, che fa calare la tensione nervosa (e forse non è un male…), ma appare necessaria a dimostrare che i Mudhoney oggi non sono una band da due accordi e via, ma sono protagonisti di un’evoluzione che li ha portati a esplorare anche il mondo della psichedelia.

In una moderna enciclopedia del rock, i Mudhoney non possono non avere un trattamento di riguardo. Una vera ingiustizia il fatto che siano stati il primo gruppo di Seattle a indicare concretamente la strada, e al tempo stesso quelli che economicamente hanno raccolto meno. Non potranno mai riempire un’arena come i Pearl Jam e neanche un palasport come in passato fecero Soundgarden, Nirvana, Alice In Chains e Screaming Trees. Ma, parafrasando una celebre frase di Brian Eno, dopo un concerto come questo, non si può che desiderare di mettere su una band. Folgoranti e imprescindibili.

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