07/05/2008

Richard Youngs

Galleria Toledo, Napoli


di Giuliano Delli Paoli
Richard Youngs

La Galleria Toledo è uno dei pochi rifugi culturali partenopei capaci di offrire una serie considerevole di ospiti illustri nelle varie stagioni dell’anno. A spiccare nel calendario 2008, tra gli altri, Legendary Pink Dots, Rhys Chatham, Tom Verlaine, Smog, e, per l’appunto: Richard Youngs.

Armato (si fa per dire) di piano, chitarra e fisarmonica giocattolo, l’estroso compositore di Glasgow accenna tre timidi inchini circolari verso l’attento pubblico napoletano prima di cominciare, adagiandosi con timidezza sul proprio sgabello. Fin dai primissimi versi, è intuibile la volontà netta del nostro di "zittire" l’intera platea sfruttando le più classiche nenie minimali, rese completamente asciutte dall’esecuzione solista.

Accordi strappati alla propria anima, stoppati di scatto, o posti su scalini acustici tediosi, armonizzano l’intero contesto. Un’inquietudine melodica che si riflette nella sua totalità attraverso una voce uggiosa, pacata, intensa, raggiante, dimessa, dannatamente viva. Sentori dell’inconscio stampati su carta in qualche camera d’albergo, sistemati in maniera confusa su un piedistallo, scelti con ansiolitica veemenza in relazione allo stato d’animo corrente, e recitati a mo' di cabaret, si alternano a brevi performance acustiche e/o pianistiche. Quest’ultime, tra l’altro, ridotte ancor più all’osso: difatti, lo scozzese si dimena al piano per sole tre composizioni, sufficienti comunque a creare nella piccola galleria brevi momenti di intenso minimalismo pindarico.

Saccheggiati i vari "Autumn Response, "Sapphie", "Advent", Youngs resta per soli sessanta minuti sul palco, offrendo, in ogni caso, un "concerto" suggestivo, e per certi versi coraggioso, sia per la scheletrica trasposizione dei suoi modelli, sia per l’effettiva resa vocale dei suoi tormenti.
C’è da dire che non tutti a fine serata sono rimasti pienamente conviti del responso emozionale post-live, eppure nei loro volti è trasparso quel senso di stupore puro, generato senz’altro dai sessanta minuti scarsi più insoliti della succulenta programmazione tolediana.

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