22-24/11/2010

Wild Nothing - Pains Of Being Pure At Heart

Circolo degli Artisti, Roma


di Raffaello Russo
Wild Nothing - Pains Of Being Pure At Heart
Nel volgere di appena quarantott'ore, sul palco del Circolo degli Artisti di Roma si sono esibite due delle band che negli ultimi due anni hanno vivacizzato il panorama indipendente americano, attraverso un gusto pop e sonorità che attingono a piene mani dalla musica britannica degli anni 80 e 90.
Vista la quasi identità del contesto temporale e la presenza di significative affinità concettuali, è quindi possibile trattare in maniera unitaria i concerti che hanno visto protagonisti i Wild Nothing di Jack Tatum lunedì 22 novembre e i Pains Of Being Pure At Heart mercoledì 24, due serate che non hanno soltanto portato indietro la macchina del tempo di un paio di decenni, ma soprattutto hanno visto alla prima prova live romana gruppi meritatamente chiacchierati, come dimostra la copiosa affluenza del pubblico che in entrambe le occasioni ha gremito il Circolo degli Artisti di giovincelli "indie" entusiasti per gli idoli attuali e di più attempati avventori, che hanno vissuto in diretta i suoni ai quali le due band non nascondono affatto di richiamarsi.

Seguendo un rigoroso ordine cronologico, nella serata del 22 novembre i Wild Nothing hanno tradotto nella dimensione di vera e propria band le registrazioni casalinghe di Jack Tatum, raccolte pochi mesi fa in "Gemini", album che filtrava attraverso una discreta indole melodica un condensato di riferimenti che vanno dai Joy Division allo shoegaze. Ebbene, la loro performance dal vivo accentua i caratteri più oscuri di quei suoni, non deviando, nel contempo da una certa estetica casalinga e vagamente lo-fi che caratterizza il loro album di debutto. Sotto il primo punto di vista, desta una certa sorpresa vedere sul palco una classica formazione chitarristica, con due chitarre, basso e batteria, che solo in un paio di occasioni ("Confirmation", "Chinatown") vede irrompere le tastiere che su disco rivestivano invece un ruolo ben più decisivo. Dal punto di vista della resa sonora, invece, si direbbe che i settaggi dell'amplificazione siano stati volutamente regolati in modo da ottenere un effetto a metà tra tenebroso e vintage, che però risulta nel complesso abbastanza asfittico e privo di aperture e riverberi policromi.

Emblematico, a proposito della pluralità di riferimenti rielaborati dai Wild Nothing, il parlottare del pubblico in sala, che ora prova a stabilire connessione con i Cure e i Jesus & Mary Chain (e fin qui ci siamo, soprattutto per certe linee di basso e certi suoni chitarristici), ora addirittura si avventura in citazioni decisamente fuori luogo quale quella dei Cocteau Twins. A suo modo, si tratta di un buon attestato per quanto messo in scena dal biondo e longilineo Tatum e dalla sua band, che pure nel corso dell'ora abbondante della sua esibizione non è riuscita ad aggiungere un plusvalore a quanto espresso in "Gemini". Ciononostante, brani come "Summer Holiday", "Chinatown" e la stessa title track del disco, resa in versione ancora più dark-wave, restano un gran bel sentire.

Pubblico omogeneo nel numero e molto probabilmente nella sua composizione ha di nuovo gremito il Circolo due giorni più tardi, curioso di vedere alla prova i Pains Of Being Pure At Heart, assurti ad ampia popolarità con il loro disco omonimo del 2009, dopo una breve gavetta fatta di alcuni ottimi singoli. Meno timidi nel loro modo di porsi, ed evidentemente più adusi al palcoscenico rispetto ai loro colleghi di due giorni prima, i ragazzi newyorkesi guidati dalla coppia Kip Berman e Peggy Wang (lui maglietta a righe orizzontali, molto british, lei dai lunghi capelli e dalle espressioni simpatiche anche per i suoi lineamenti asiatici) offrono un intenso set della durata di un'ora scarsa - bis compreso - nel corso del quale passano in rassegna quasi senza respiro la loro limitata produzione. Si comincia subito alla grande, con una scatenata "This Love Is Fucking Right!", che fonde alla perfezione chitarre jangly e in feedback, ritmiche serrate e melodie pop che rimandano all'epoca d'oro della Sarah Records e di tutto il pop britannico d'autore, ante litteram brit-pop, ma anche a scritture raffinate come quelle degli scozzesi di ieri e oggi: Teenage Fanclub, Pastels, Belle And Sebastian.

Il tutto è immerso in un suono corposo, esplicito, pieno di carica ma mai eccedente il suo ruolo di sostegno di pezzi che restano sempre e soprattutto delle canzoni. Anzi, delle gran belle canzoni, come i tanti potenziali singoli del loro album di debutto ("Come Saturday", "Stay Alive", "Everything With You"...) e quelli più recenti, "Say No To Love" e "Heart In Your Heartbeat". C'è anche spazio per un brano inedito, che lascia nutrire ancora buone aspettative per il secondo album dei newyorkesi, già annunciato per il mese di marzo 2011.
Anche in questo caso, il concerto è tutto un susseguirsi di reminiscenze britanniche anni 80-90, ma la pregevole scrittura dei brani e l'ottima capacità di metterli in scena con una vivacità tale da coinvolgere il pubblico, tenendone sempre alta l'attenzione nel seguire melodie e ritornelli, canticchiando e quasi non potendo fare a me di muoversi per tenere il ritmo.  
La sensazione finale è dunque quella di trovarsi di fronte a una band sopra la media delle tante che attualmente popolano lo sterminato panorama indie. E la conferma della bontà delle loro canzoni arriva dal primo pezzo del bis, che vede rientrare in scena dapprima il solo Kip Berman con la sua chitarra, a eseguire "Contender" in completa solitudine, facendone rifulgere il contenuto melodico anche in questa forma così scarna. Davvero un ottimo set per una band che supera con carattere ogni rischio di dejà vu e che - ci si può scommettere - non ha ancora esaurito la fase ascendente della sua parabola.
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