Pains Of Being Pure At Heart

Pains Of Being Pure At Heart

Pop per puri di cuore

di Raffaello Russo

Tra ritmi serrati, distorsioni di fondo ed eteree dolcezze melodiche in salsa shoegaze, il quartetto newyorkese non si limita a perseguire una formula musicale (l'indie-pop), né un'estetica alla quale aderire, ma gioca con freschezza tra intuizioni e rimandi.

La breve parabola del quartetto newyorkese The Pains Of Being Pure At Heart può considerarsi paradigmatica di come l'immarcescibile germe del pop torni periodicamente ad attecchire a livelli di popolarità niente affatto trascurabili, con buona pace di intellettualismi, avanguardismi e pure di quei fenomeni costruiti a tavolino nell'aria stantia di qualche ufficio marketing.

La storia della band - delizioso nome a parte - comincia come quella di tante altre destinate a permanere appannaggio di pochi inguaribili cultori dell'indie-pop. È il 2007 quando un Ep autoprodotto di cinque tracce comincia a circolare nel sottobosco degli appassionati, trascinato dallo scatenato brano di apertura "This Love Is Fucking Right!", concentrato twee di zucchero, chitarre british primi anni 90 e (dis)incantata spontaneità post-adolescenziale.

L'Ep suscita l'interesse di una piccola grande istituzione del settore, la benemerita etichetta della Florida Cloudberry, che ripubblica in formato 3'' tre di quei brani. È l'inizio della rapidissima ascesa della band, che ben presto approda su Slumberland, snocciolando da subito una serie di brani-killer, prima nello split con i Summer Cats ("Come Saturday") e poi con i 7'' Everything With You e Young Adult Friction.

 

L'omonimo album di debutto è dunque quasi una formalità, o comunque la diretta conseguenza della pimpante verve della band, in perfetto equilibrio tra giocosa vena indie-twee-pop e una miriade di riferimenti possibili (ma mai in maniera univoca) all'Inghilterra di un paio di decenni addietro. Negli appena trentaquattro minuti di durata dell'omonimo esordio sulla lunga distanza, il quartetto guidato dal cantante e chitarrista Kip Berman e dalla folticrinita tastierista dai tratti orientali Peggy Wang non si limita a perseguire una formula musicale, né semplicemente un'estetica alla quale aderire.
The Pains Of Being Pure At Heart rendono sì palese tributo a sonorità ed esperienze ben individuabili, ma lo fanno attraverso due elementi essenziali per evitare agilmente il rischio di appiattimento in emulazioni pedisseque, in questi casi sempre dietro l'angolo: da un lato, la freschezza nella scrittura di pezzi immediati e personali, dall'altro, la capacità di lambire molteplici riferimenti, in combinazioni equilibrate e in continuo divenire.
Ferme restando le costanti dei ritmi serrati e della scissione tipicamente shoegaze tra distorsioni di fondo ed eteree dolcezze melodiche, lungo i dieci pezzi dell'album si sussegue infatti senza soluzione di continuità un'ampia rassegna di sfumature, che vanno dalle radici dei Jesus & Mary Chain e della Sarah Records alla Scozia di Pastels e Teenage Fanclub, passando per le componenti più pop e sognanti di My Bloody Valentine e, soprattutto, Lush.

L'efficacia dei frequenti intrecci vocali, sempre lievi e inafferrabili, si affianca dunque a pastosi vortici elettrici, creando melodie che entrano facilmente in circolo, anche grazie alla generale concisione di brani che in più di un'occasione ("The Tenure Itch", l'incipit di "Stay Alive") sembrano delineare una sorta di twee-pop irrobustito dalle cadenze della batteria o immerso in una seducente coltre di feedback. I ritmi sono però in prevalenza incalzanti e assumono a tratti oscure venature dark-wave, come quelle evocate dal basso profondo di "Young Adult Friction", ma pur sempre alleviate dalla melodia, collante essenziale delle tante variazioni proposte con grande naturalezza dalla band americana. Notevole è infatti la versatilità dimostrata nei passaggi da turbini shoegaze a un caracollante andamento jingle jangle, da febbrili cadenze elettriche a un soave lirismo pop.

 

All'album - che ben presto riscuoterà ottimi consensi di critica e di pubblico - tiene dietro di qualche mese l'Ep Higher Than The Stars, che comprende altre cinque tracce che palesano uno spettro di interessi "archeologici" ancora più ampio e disorientante rispetto al recente passato. Nella title track cominciano a prendere il sopravvento le tastiere, bilanciate da uno spiccato lirismo smithsiano e ancora costellate da ondate di feedback ("103") o da eteree declinazioni twee ("Falling Over").

Fedele al formato vintage del singolo, nel 2010 la band ne pubblica altri due, il delizioso Say No To Love, che riprende e sviluppa tematiche e suono del primo disco, e lo scanzonato Heart In Your Heartbreak, che conferma l'accresciuta attenzione per intersezioni tra tastiere e chitarre secondo registri sempre molto godibili ma ormai più prossimi alla predominante estetica indie che non alla sola genuinità pop delle origini.

 

È il preludio al secondo, attesissimo disco, Belong, che segna la transizione di "livello" del quartetto verso una formula più ricercata e curata in fase di produzione e mixaggio - affidati rispettivamente a Flood e Alan Moulder - ma anche dal gusto più abboccato per le papille del pubblico midstream.
Non che il cocktail noise-pop dal sapore eighties, a base di feedback e sognanti melodie post-adolescenziali, abbia subito chissà quali stravolgimenti, tuttavia buona parte delle dieci canzoni di Belong accentuano da un lato l'enfasi sul ruolo delle tastiere e dall'altro denotano un significativo ispessimento delle parti chitarristiche, adesso più di sovente abrasive e sferraglianti che non languide e brillanti.
L'incipit dell'album propende decisamente in tal senso, lasciando in secondo piano le suggestioni british anni 80-90 che una miriade di riferimenti hanno fatto sprecare ai tempi del debutto; a "rimediare" provvede la parte centrale del disco, che ne segna altresì quella più riflessiva, con la soffice malinconia made in Sarah Records della decadente "Anne With An E" e le brillanti tastierine, in odor dei Cure più pop, che avvolgono "The Body" in un abbraccio grondante desiderio.

Pur non eccellendo quanto a vere e proprie melodie-killer, il pop più incontaminato affiora ancora nell'accoppiata "Even In Dreams"-"My Terribile Friend" (tra i pezzi meglio riusciti dal punto di vista della scrittura), mentre il finale è lasciato tutto alle residue patine dreamy delle languide cascate di feedback di "Too Tough" e "Strange". In questo segmento del disco, oltre che nella citata "Anne With An E", tornano ad affacciarsi umori da grigio sobborgo industriale britannico e immagini di giovani musicisti con i capelli sugli occhi, materializzate anche dal tono delicatamente trasognato delle interpretazioni di Kip Berman, di tutta evidenza più appropriate a questi registri eterei che non quando i ritmi si fanno più incalzanti e chitarre e tastiere un po' troppo roboanti.
E, con ogni probabilità, proprio l'eccesso di sovrastrutture produttive - tuttavia perfette per venire incontro al gusto prevalente del momento - rappresenta il prezzo che il quartetto newyorkese deve pagare in termini di spontaneità espressiva alle aspettative riposte in questa sua seconda prova da parte dei trendsetter indipendenti. Eppure, non si tratta necessariamente di un male, almeno in presenza di quel sacro fuoco del pop e della qualità di scrittura che accompagna gran parte delle canzoni di Belong, che attestano con pieno merito The Pains Of Being Pure At Heart quali punta dell'iceberg dell'indie-pop-rock degli anni Dieci.

Kip Berman fa passare diverso tempo prima di tornare sulle scene con la propria creatura con il terzo album Days Of Abandon. Al momento dell’annuncio dei dettagli del disco, si è anche capito quale potrebbe essere il motivo principale di questa lunga attesa: quasi tutti i musicisti che avevano composto la lineup della formazione newyorkese hanno preso altre strade. Le novità non finiscono con il cambio di formazione, ma ce ne sono di ancora più importanti in relazione al suono: semplicemente, in tutte le 10 canzoni sono totalmente scomparsi distorsioni e riverberi che rendevano facile accostare la band a riferimenti come Sarah Records e C86. Dal punto di vista dello stile melodico, invece, è tutto come sempre, e il tocco di Berman è immediatamente riconoscibile: probabilmente, se a queste nuove composizioni venisse applicato il suono dei precedenti lavori, sarebbero perfettamente inserite nel contesto.

Uno dei meriti principali di questo disco è che ogni brano ha una propria identità e la nobile arte del pop puro viene declinata con grande coerenza stilistica nel corso dell’intero disco, ma anche con significative variazioni tra un episodio e l’altro. Diversi brani sono caratterizzati da jangle a getto continuo e una tastiera dietro a ammorbidire ulteriormente il tutto, ma il disco ha diversi spunti in più: l’iniziale “Art Smock” è una carezza delicata e acustica, con la voce femminile che è sì secondaria, ma ha un’importanza capitale nella creazione della tenerezza d’insieme; “Coral And Gold” è un altro momento di quiete, con l’alternanza tra una strofa dal suono calmo e essenziale e il ritornello dove entrano molti più elementi a mo’ di esplosione; “Until The Sun Explodes” fa parte della maggioranza solare e piena di vibrazioni positive ma in essa le chitarre sono più grosse e per una volta non perfettamente pulite; “Life After Life” ha anch’essa la voce femminile ma una struttura sonora più articolata, con l’intervento sporadico di fiati; infine “The Asp In My Chest” chiude con la stessa delicatezza con cui si era partiti ma con arrangiamenti elaborati sulla scia del brano precedente.

L’ispirazione melodica di Berman è sui propri migliori livelli e il modo in cui ogni canzone è confezionato risulta talmente efficace da mettere all’ascoltatore tanta voglia di far ripartire il disco da capo, anche per più volte al giorno. Il fatto che i Pains Of Being Pure At Heart si siano trasformati in un progetto dalla lineup così fluttuante attorno al leader rende superflua qualsiasi questione relativa a un eventuale futuro: finché Berman sarà ancora in grado di scrivere canzoni così e di trovare i musicisti giusti per valorizzare le proprie melodie, ogni sua uscita sarà sempre la benvenuta, con questo nome o con un altro.

A fine 2015, a un anno e mezzo di distanza da “Days Of Abandon” i newyorchesi tornano con un Ep di tre tracce, un cadeaux natalizio per i fan, che poco aggiunge alla discografia della band, ma che toglie dall’oscurità l’inedito Hell, figlio di certo indie-pop di inequivocabile matrice eighties. Per completare il dischetto vengono inserite due cover che ben si sposano con il più recente lavoro dei Pains: “Ballad Of The Band”, originariamente della formazione inglese Felt, ci porta dalle parti dei Cure meno depressi, quelli di “In Between Days” tanto per intenderci, altrettanto gradevole il ripescaggio del pezzo dei James, “Laid”, una sorta di “Twist And Shout” sotto sedativo. Il risultato è un Ep tanto carino quanto troppo breve, probabilmente un ponte per occupare il mercato in attesa della prossima uscita discografica del gruppo, che in questa occasione si pone in maniera meno viscerale e più spensierata rispetto al passato.

Nel settembre 2017, arriva il quarto album The Echo Of Pleasure. Il progetto è sempre incentrato attorno alla figura di Kip Berman, che ha comunque chiamato con sé una lineup molto simile a quella del lavoro precedente. Dal punto di vista stilistico, non mancano né le volute imperfezioni sonore che caratterizzavano i primi due dischi, ma nemmeno la pronunciata pulizia e le armonie musicali e vocali che sono alla base dell’ultimo lavoro. Di certo, non si può dire a Berman e ai suoi che non abbiano osato, visto che questo tipo di insieme poteva senz’altro sfociare in un pasticcio indefinito.

Il merito principale del disco, invece, è proprio quello di aver saputo creare un suono unitario e coerente nonostante il rischio di incompatibilità tra le diverse nature degli elementi utilizzati. L’integrazione tra essi può indubbiamente spiazzare all’inizio, con un effetto che è lo stesso di quelle pietanze agrodolci nelle quali entrambe le caratteristiche sono molto in evidenza; poi, però, col crescere degli ascolti si nota che la composizione del puzzle è in realtà organica e ben congegnata, e, di conseguenza, viene facile apprezzare anche altre caratteristiche del disco come la qualità melodica e la varietà.

La prima di esse non è mai stata messa in dubbio quando si parla dei Pains. La varietà si manifesta nel fatto che si passi da una “My Only” compassata ed incisiva, a una “Anymore” dal suono particolarmente dinamico, con una strofa essenziale e le morbide esplosioni di chitarra che colpiscono al momento giusto nel ritornello; da una “When I Dance With You” dal ritmo incalzante e dai riff di tastiera che contribuiscono a rendere il tutto particolarmente trascinante, a una title track ariosa e dal ritmo meno in evidenza ma che sa, però, infilarsi sotto la pelle dell’ascoltatore; da una “So True” che è la canzone dei Pains più adatta di sempre a eventuali performance in grandi spazi, a una “The Cure For Death” che mantiene l’attitudine pop del resto del disco, ma è piuttosto introspettiva e porta con sé una malcelata amarezza.

Probabilmente, in termini di qualità assoluta, il pop senza compromessi del disco precedente si lascia preferire, ma qui vanno applaudite l’audacia e la capacità di aver saputo trovare un equilibrio partendo da punti difficili da conciliare. Questa evoluzione produttiva-compositiva può aprire un mondo molto ampio per il prosieguo del percorso dei Pains, che da qui possono davvero prendere qualunque strada e anche decidere di osare ancora di più in futuro.



Contributi di Stefano Bartolotta ("Days Of Abandon", "The Echo Of Pleasure") e Claudio Lancia ("Hell Ep")

Pains Of Being Pure At Heart

Pop per puri di cuore

di Raffaello Russo

Tra ritmi serrati, distorsioni di fondo ed eteree dolcezze melodiche in salsa shoegaze, il quartetto newyorkese non si limita a perseguire una formula musicale (l'indie-pop), né un'estetica alla quale aderire, ma gioca con freschezza tra intuizioni e rimandi.
Pains Of Being Pure At Heart
Discografia
 EP, SINGOLI, MINI 
   
 The Pains Of Being Pure At Heart Ep (Self Released, 2007)  
 This Love is Fucking Right (Cloudberry, 2007)  
 Everything With You (Slumberland, 2008)
 
 Young Adult Friction (Slumberland, 2009)
 
 Come Saturday (Slumberland, 2009) 
 Higher Than The Stars (Slumberland, 2009) 
 Say No To Love (Slumberland, 2010) 
 Heart In Your Heartbreak (Slumberland, 2010) 
 Hell (Painbow, 2015) 
   
 ALBUM 
   
The Pains Of Being Pure At Heart (Slumberland, 2009)

7,5

 Belong (Slumberland, 2011)7
Days Of Abandon (Yebo Music, 2014)7,5
 The Echo Of Pleasure (Painbow, 2017)7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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The Echo Of Pleasure

(2017 - Painbow)
Suono unitario e coerente nel nuovo lavoro del quartetto newyorkese

THE PAINS OF BEING PURE AT HEART

Hell Ep

(2015 - Painbow)
Un inedito e due cover di James e Felt nel nuovo Ep della formazione newyorkese

PAINS OF BEING PURE AT HEART

Days Of Abandon

(2014 - Yebo Music)
Line-up rinnovata e suoni più pop per il progetto di Kip Berman

PAINS OF BEING PURE AT HEART

Belong

(2011 - Slumberland)
L'attesa seconda prova del quartetto newyorkese, tra ispessimento chitarristico e enfasi sulle tastiere ..

PAINS OF BEING PURE AT HEART

The Pains Of Being Pure At Heart

(2009 - Slumberland)
L'atteso debutto del quartetto newyorkese con la passione per il pop britannico dei 90's

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