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Half Machine Lip Moves

1979 (Siren) | industrial
Se la cosiddetta "land art" implica la proiezione territoriale di un'idea, allora, con un po' di sadica fantasia, si potrebbe considerare la Silicon Valley (ovvero, la Santa Clara Valley nei pressi di San Francisco, California), come una delle più grandi opere del genere. E tutto in virtù di quel processo di lenta auto-distruzione innescato dalla rivoluzione del silicio, intorno alla metà degli anni 70.

Raramente il paesaggio di una regione è stato così rivelatore di una condizione esistenziale. E raramente gli artisti sono parsi così isolati, tra grattacieli smisurati e circuiti elettronici, da perderci la testa. Così, l'unico spazio praticabile restava quello del sottosuolo, da intendersi in termini dostoevskijani, metaforici, ovvero come luogo per eccellenza dell'inconscio, del privato più "intimo" e, forse, incomunicabile. Forse. Perché gli artisti (nel nostro caso i musicisti; "certi" musicisti...) scelsero comunque di uscire allo scoperto, ma solo attraverso le loro creazioni (si ricordi il caso limite dei Residents), rifiutandosi di gettare in pasto alla società dell'immagine la loro, di immagine; che, sia detto per inciso, è forse tutt'altro che interessante e "necessaria".

L'attacco è frontale; e come potrebbe essere altrimenti, dato che di fronte c'è - udite udite - la "fabbrica della morte", imponente e sinistra, ma non così tanto da impedire che i Throbbing Gristle (padri indiscussi della "musica industriale") la profanassero, portando via la musica aliena e alienante (...music from the death factory...) del loro primo, storico, album ("Secon Annual Report", 1977)? Certo, la band di Genesis P-Orridge era inglese, ma Monte Cazazza, amico della band e grande agitatore "sballato" della San Francisco apocalittica di fine anni Settanta, era pur sempre un ponte tra le due "regioni artistiche", quella inglese e quella americana, in fondo pregne dello stesso "zeitgeist". Orbene, se ora fate mente locale su quella San Francisco, non tenete conto del "flower power" e degli hippie di un tempo (in fondo, già negli anni 60 non erano tutte rose e fiori...). Pensate piuttosto a un film di Cronenberg. Pensate a dei colori prossimi alla liquefazione, con una tendenza generale al verde. La società tecnologica che mette al bando il pensiero, la ragione, il cuore. E questi, mai domi, che tornano sotto forma di mostri, dalle viscere, dal fondo di quegli stessi che li avevano cacciati, ehm… nel sottosuolo. Hanno volti emaciati, stanchi, disgustati. Non amano la luce. Sembrano vampiri, ma non lo sono. Preferirebbero starsene al buio, certo, ma non sono vampiri.

Prendete la foto dei Chrome che campeggia bene in vista nella monografia a loro dedicata in questo stesso sito: Damon Edge (polistrumentista) e Helios Creed (il "guitar hero" della situazione) non hanno certo l'aria di divertirsi un mondo. Mentalmente stanno mandando a fanculo il fotografo, c'è da scommetterlo. Tra parentesi, fino a quel momento non avevano mai concesso un'intervista. Concerti? Figurarsi! Avevano altro per la testa, loro.

Edge è morto in perfetta solitudine alcuni anni fa. Ce ne misero del tempo per accorgersene. Forse, la casa in cui giaceva morto, riverso al suolo, era molto simile a quella che campeggiava sulla copertina del loro primo capolavoro, "Alien Soundtrack" (1977). Ma quegli occhi che scrutano dalle pareti sono tutt'altro che accomodanti: quasi una versione definitivamente "negativa" della casa stile pop-art dipinta (in verità si trattava di un collage) da Richard Hamilton nella Londra degli anni 50 ed esposta per la prima volta durante una mostra dal titolo "profetico" "This Is Tomorrow". Umili questi artisti, non trovate? In tutta onestà, il domani sarebbe stato ancora più inquietante e macabro. Sarebbe stato "post-moderno" e i cosiddetti intellettuali avrebbero avuto sottobraccio il saggio di Lyotard, "La condizione postmoderna", dannandosi forse l'anima perché l'utopia era andata a farsi fottere, il lavoro era stato svalutato e l'alienazione si faceva strada con spintoni poderosi e davvero scostumati. Insomma, benvenuti nell'era del "declino della civiltà occidentale", per rispolverare il titolo di un leggendario film-documentario di Penelope Spheeris sulla California "punkettara" alle soglie degli anni 80.

Ma Germs, Fear, Circe Jerks e Black Flag si servirono di un "medium", l'hardcore (una versione ipercinetica del punk), che non faceva distinzione tra significante e significato: la rabbia e le invettive verso quella società facevano tutt'uno con il mezzo prescelto per comunicarle. Velocità, liriche incendiarie, volume ai massimi livelli. La voce di una generazione. La voce del disagio. Non certo un fenomeno da baraccone. Era l'attitudine a essere "punk", non il genere in sé e per sé. "Punk" come qualcosa di sporco, lercio, ribelle, fuori dagli schemi. In una parola: rivoluzionario. Per questo, anche i Residents, i Tuxedomoon, i Pere Ubu, i Devo (pur nelle loro diversità stilistiche) erano dei "punk". E, ancora di più, lo erano i Chrome. Soprattutto quelli di "Half Machine Lip Moves", che resta uno degli attacchi più terribili, viscerali e solenni all'era delle macchine, nonché caposaldo del rock tutto. Una gemma fatta di rifrazioni garage e intarsi psichedelici, ma intrisa di una spaventosa forza d'urto, ai limiti della decostruzione cubista e della dissoluzione formale dadaista.

I Chrome usano montagne di rifiuti sonici (non attuano la raccolta differenziata, sia chiaro...), assemblati in collages mostruosi, abnormi, mentre sul fondo lasciano scorrere fiumi ribollenti e magmatici di rumori, dissonanze, feedback ecc. Una delle caratteristiche fondamentali di questa "Industrial Strenght Music" (così venne definita dagli stessi Edge e Creed) sono gli elementi "aleatori" (come le discontinuità strutturali e alcuni tasselli letteralmente improvvisati all'interno dei brani). Edge, in sintonia con le idee di Allen Kaprow (il teorico dell' "happening" e suo amico di studi), sosteneva, infatti, che, più del pezzo nella sua versione definitiva, andavano sviluppati soprattutto gli "eventi casuali", e questo proprio perché quegli eventi creavano una sorta di ambiguità tra ciò che era stato programmato e ciò che, invece, era latente in quella programmazione (in sintonia anche con la cultura psichedelica più di confine: Red Crayola, Pink Floyd, Deviants, su tutti; e, soprattutto, con la "musica aleatoria" di John Cage, una delle grandi passioni di Edge). Ecco perché, dunque, durante le registrazioni, i nostri finivano spesso per inserire nella struttura-base innumerevoli, diciamo così, "eventi collaterali" (si veda l'uso dadaista dell'elettronica, le torture inflitte alla linea vocale e l'appropriazione di sorgenti sonore "concrete"). A tutto ciò, va collegato il problema della "profondità del subconscio": ovvero, l'elemento "aleatorio" diventa per i Chrome una sorta di simbolo di quel mondo nascosto, di quel sottosuolo che è il luogo in cui il rapporto tra l'uomo e la società tecnologica diventa produttivo, ma in termini di disagio e alienazione.

Stiamo parlando, in ultima analisi, di una musica che nel tempo è rimasta davvero "unica", irripetibile, perché forse troppo legata a quel preciso momento storico. Insomma, per dirla in parole povere: un terzo di Hawkwind (ma privati della loro retorica "frikkettona"), un terzo di Stooges + MC5 + Blue Cheer, e, per finire, un terzo di krautrock risciacquato ben bene in acido. Meglio ancora se aggiungete qualche traccia di Residents (quelli di "N-Er-Gee Crisis Blues") e di sua ecletticità Frank Zappa. Ovvero, lezione n.1: come ti consegno alla storia un "suono"...

Un primo esempio? La rasoiata sferragliante che prelude al massacro ultra-psichedelico del garage-rock di "Tv As Eye", con finale space-rock, tra sibili "concreti", droni concentrici e dissonanze astrali. Per la serie: ma chi diavolo credono di essere questi due? (Ricordiamo che il bassista Garry Spain aveva ormai un ruolo del tutto secondario). Non hai il tempo di riprendere fiato, che "questi due" ti rifilano una mini suite in tre parti ["Zombie Warfare (Can't Let You Down)"] che schiaffeggia senza sosta le orecchie: 1) riff smargiasso e batteria pestona, tra riverberi e deliri stellari di synth; 2) percussioni d'acciaio che martoriano urla sull'incudine di una figura minimale di chitarra; 3) tribalismo galattico, geyser elettronici, sfregi lisergici e il canto moribondo di Edge o, molto più probabilmente, della mummia che troneggia in copertina... Lezione n. 2: come ti mando in collisione il "montaggio delle attrazioni" di Eizenštein con la musica industriale. Abbiamo accennato all'influenza di un certo Detroit-sound (MC5, Stooges), quindi ecco "March Of The Chrome Police (A Cold Clamey Bombing)", crimine garage/hard-rock incancrenito da inserti "psichici" di voci trovate (si, ma dove?) e da un canto altero e sprezzante di un grande Damon Edge. Il recital mostruosamente distorto di "You've Been Duplicated" lancia in orbita percussioni simil-xilofono, detonazioni atomiche di chitarra (ricordatevi di Helios Creed quando compilerete qualche lista dei migliori chitarristi rock...) e un marasma spaventoso di frammenti vocali. Il massacro, reiterato e indomito, è la loro unica religione. La missione è sommergere la civiltà occidentale (musicale e non) sotto tonnellate di macerie. Sonore, certo; ma forse, per questo, ancora più pesanti e claustrofobiche.

Se negli anni 60 il cosmo aveva assurto a metafora di una rinascita tanto agognata, quanto in fondo impossibile, nel preciso momento in cui i Chrome davano alle stampe questo capolavoro, l'utopia era stata surclassata da una sorta di iperrealismo terminale. Ok, questo è, in sostanza, ancora space-rock, anche se molto degradato e, quindi, tutt'altro che puro (vedi l'attitudine "punk" di cui sopra). Lo spazio ha ancora un suo valore simbolico, ma qualcosa, si badi bene, è cambiato. La navicella Chrome è più che altro un enorme carcassa putrida. Tutto quello che trasporta è immondizia: le utopie tutte. Questa musica è come una discarica lasciata andare alla deriva nel cosmo. Anche quest'ultimo, luogo vergine per eccellenza, è stato infestato. L'uomo ha impresso il suo marchio d'infamia su tutta la creazione. Nulla è stato risparmiato. E nulla sarà più lo stesso. Perciò, come un profeta dannato, la compagine di San Francisco, all'unisono con tutte le grandi band dell'epoca, ha prefigurato il collasso prossimo venturo dell'umanità. E lo ha fatto sintetizzando un medium musicale altamente iconoclasta e in anticipo sui tempi. "Avanguardia", quella vera. Un calcio in culo a pop smielato e compagnia bella.

Come quello, bene assestato, di "Mondo Anthem". Una prima parte che rimescola, in un colpo solo, un passo da mostruoso kammerspiel, un riff scheletrico di Creed e delle pennellate schizofreniche e altamente espressioniste di synth, direttamente dalla tavolozza di sua malignità Lucifero (e se anche lui amasse la pittura gestuale?). La seconda parte, invece, si lancia in un tourbillon di ritmiche metallurgiche, trafitto da cacofonie goliardiche (ciao ciao, mr. Zappa!) e sfiancato da improvvise sortite di elettronica infetta. Finisce tutto per svanire in un micro-recitato sonnambulo, anch'esso travolto sul nascere da un uragano cannibale, che, molto probabilmente, riprende il suo girovagare solitario nella successiva title-track. Anche quest'ultima è divisa in due tronconi: al garage rock intergalattico del primo (con violente bordate percussive) fa da contraltare una immane rappresentazione della fine, tra droni fluttuanti, stecche chitarristiche, freddure ermetiche e un battito magniloquente (immaginate una sintesi primitivista e, al contempo, sinfonica tra Faust, Neu!, Residents e Hawkwind).

Segue, introdotto da una sorta di mini-colonna sonora del regno perduto, il cyberpunk virato "sci-fi" di "Abstract Nympho", lanciato a velocità folle su di un muro di suono dai contorni pantagruelici, prima di dileguarsi, avvolto da uno strato di sonagliere lisergiche, tra i colori impalpabili delle galassie. Se per caso avete ancora dei dubbi sulla grandezza immensa di questo album, seguite la lezione n. 3: come ti assemblo una ballata futurista tra infuocate scale ascensionali di chitarra, declamato anfetaminico, loop circolare di drum-machine (chiamata affettuosamente John L. Cyborg; per la serie: anche le macchine hanno un'anima...) e un incedere sconsolato di basso ("Turned Around"). Dal canto suo, "Zero Time" è puro cocktail metronomico di drum-machine, synth, chitarra scarnificata e turbini incandescenti. Ancora tape-loops e canto ebete in "Creature Eternal", mentre il finale si avvale dell'imponenza ritmica di "Critical Mass", quasi un riepilogo della loro arte distruttiva e maciullante.

A essere sinceri, se la civiltà tecnologica ha fatto i danni che ha fatto (e che ancora sta facendo), preparando terreno fertile per musica come questa, quasi quasi c'è da essere contenti che le macchine un giorno finiranno per dominarci completamente. Tanto, al massimo, le chiameremo per nome...

(27/10/2006)

  • Tracklist
  1. T.V. As Eyes
  2. Zombie Warfare (Can't Let You Down)
  3. March Of The Chrome Police (A Cold Clammy Boming)
  4. You've Been Duplicated
  5. Mondo Anthem
  6. Half Machine Lip Moves
  7. Astract Nympho (Astract Nymphd On Italian)
  8. Turned Around
  9. Zero Time
  10. Creature Eternal
  11. Critical Mass
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