L'intro è di quelli che non ti aspetti: una chitarra
dolce e decisa che ne sostiene altre due saggiamente armonizzate. Sembra di
essere direttamente catapultati in un classico western firmato Sergio Leone, ma
si sa, spesso le apparenze ingannano; stiamo per entrare nel capitolo più
importante della saga heavy-metal,
dove a farla da padrone è il thrash con i suoi più grandi interpreti (e ideatori
al di là di false leggende e bugie metropolitane): i Metallica. L'avventura ha il nome
di "Master Of Puppets" (mastro burattinaio), album biblico per i thrasher di
tutto il mondo e prova tangibile di come nella musica, così come nel comun
vivere, possano coesistere e trovare libera espressione fusioni di elementi
apparentemente poco conciliabili: rabbia selvaggia e ingenua melodia danno vita
a leggendari riff, che rendono le chitarre pazienti schizofrenici nelle mani di
esperti psicologi. E' il capolavoro indiscusso dei Metallica, è il capolavoro
indiscusso del thrash.
I Metallica si presentano al loro terzo appuntamento in forma
smagliante, forti anche di un'etichetta come l'Elektra in grado di innalzare e
ampliare il target, e con quella che i fan considerano la loro formazione
storica e anche la meglio riuscita: Hetfield voce e chitarra, Ulrich batteria,
Hammett chitarra solista, e infine Burton, mitico bassista elettrico degli anni
Ottanta, tragicamente scomparso in un incidente stradale (durante una tournée
svedese), pochi mesi dopo il concepimento del disco. La sua scomparsa sarà per
il gruppo e per i fan una perdita incolmabile.
Siamo nel pieno
svolgimento degli anni Ottanta, la musica si dipana in maniera confusa e
abbraccia generi diversi e sfaccettature che molto spesso non collimano tra
loro; sono questi gli anni del synth-pop, del ritorno di fiamma di generi quali
l'hard-rock o la psichedelia,
mentre gruppi come i Metallica o i Megadeth esplorano frontiere più
estreme, cercando nell'heavy-metal una forma di espressione che sappia,
attraverso parole e suoni, denunciare in maniera attiva e aggressiva le falle
del sistema socio-politico; celebre la frase e canzone del disco precedente
"Ride The Lighting": "Fight fire with fire" ("combatti il fuoco con il fuoco").
Dopo l'introduzione già citata in partenza, il brano di lancio
del disco, "Battery", sembra riportare alla memoria dei puristi il riff
d'apertura del precedente lavoro: il passaggio di chitarra è violento e scarno,
e a esso ben presto si sovrappone la veemenza incontrollata del batterista Lars
Ulrich, il quale riversa potenti rullate che, come macigni, aggrediscono
l'ascoltatore... "only the brave!". Ben presto fa il suo primo ingresso la voce
di Hetfield e, nonostante il riff sia fatto di semplici slide su un accordo di
base in mi, la sua voce riesce a intonare una convincente strofa per un
ritornello che in crescendo comunica movimento e forza. L'esercizio di chitarra
che apre la seconda parte della canzone è l'essenza dei Metallica: poche note
intrise di vigore e melodia, giusti antipasti per il "primo" assolo di Hammett,
che dimostra gli evidenti miglioramenti di due anni di lezioni impartitegli,
come leggenda narra, dal mitico Joe Satriani.
Si sta giusto per tirare il fiato quando, d'improvviso, squarci
di chitarra irrompono di nuovo senza apparente tregua: si impadroniscono della
scena quelle che molti considerano le frasi migliori mai pronunciate dal thrash;
è il momento della title track, della summa del movimento partito pochi anni
prima dalla Bay Area di San Francisco: è il momento di "Master Of Puppets". Gli
accordi penetrano e si insinuano nella mente come tormentoni, il riff incalza in
maniera petulante, la voce non lascia scampo: "Ma ster! Ma ster!". L'irruenza
lascia come da copione spazio alla dolcezza: arpeggio in perfetto stile
Metallica, mentre Hetfield è superbo nel cucire un assolo mai banale e ricco di
pathos. La breve pausa di riflessione termina con lo stesso arpeggio suonato in
palm-muting con una distorsione carica, dura che fa sprofondare la
melodia in rabbia ancor più rude; c'è ancora tempo per un nuovo guitar solo di
Hammett, un ritorno al tema portante del brano e una risata sarcastica del
nostro burattinaio.
La terza traccia dell'album "The Thing That Should Not Be", apre
il primo di due esercizi sperimentali (l'altro passaggio è quello di "Leper
Messiah"), nei quali il gruppo cerca di esprimere durezza e vigore non
attraverso la velocità del suono, ma attraverso la ricerca di fusion
rumoristiche che sappiano comunicare il lato "pesante" della musica.
La
schizofrenia sonora rientra prepotentemente d'attualità nella ballata di turno
"Welcome Home (Senatarium)": un brano sospeso tra "Fade To Black" dell'album
precedente, dal quale assorbe la morbidezza dell'esecuzione , e "One" del lavoro
successivo, del quale anticipa la veemenza devastante della sequenza conclusiva;
pur non essendo la miglior ballata dei Metallica, può a ragione essere
considerata la più completa ( forse la "ballata perfetta" del thrash).
A questo punto l'album sta per volgere al termine, mancherebbero
però un brano strumentale e una degna conclusione: eccoci accontentati. Lo
strumentale in questione è "Orion", colosso del prog-metal (sperimentato dal
gruppo in verità già due anni prima con "The Kall Of The Ktulu"), dove tecnica
ed estetica sonora riescono, pur esprimendosi in dosi massicce, a essere parti
dello stesso insieme, trovando sinergie considerate prima quasi irraggiungibili;
l'ultimo grido dell'album appartiene invece a "Damage Inc.", brano dal sapore
speed-metal che rievoca le origini dei quattro, riaccendendo gli entusiasmi dei
nostalgici di "Kill 'Em All", filtrando però la ricetta con una consapevolezza
nuova e matura, degna di un gruppo prossimo alla leggenda.
L'ultimo giro di
critiche spetta alla traccia cinque dell'opera: "Disposable Heroes": un saggio
di ritmica come pochi altri se ne ricordano.
Il 1986 può, a ragione, essere considerato la "cima Coppi" del
thrash, grazie soprattutto a questo disco, in grado, come pochi, di regalare
emozioni forti. Gemme chitarristiche , potenti rullate e armonici giri di basso
sono magistralmente manipolati dai quattro cavalieri che, come guerrieri
romantici, si muovono in cruenti campi di battaglia, senza mai perdere di vista
la saggezza armonica dello spirito.
