Portishead

Dummy

1994 (Go-Disc) | trip-hop

Dal laboratorio inglese di Bristol - fucina di uno dei movimenti più interessanti degli anni Novanta, il trip-hop - sono uscite molte accattivanti alchimie (da "Maxinquaye" di Tricky al trittico "Blue Lines"-"Protection"-"Mezzanine" dei Massive Attack). Solo una, però, è riuscita a fissare in modo perfetto e definitivo l'"essenza" del genere. Trattasi, per l'appunto, di "Dummy", disco d'esordio dei Portishead (dal nome del paese in cui Geoff Barrow, mente della band, trascorse la giovinezza).

Griffato in copertina dalla tipica "P" formato gigante che caratterizzerà tutte le produzioni della band (ovvero un altro buon disco, "Portishead", e l'ottimo "Live in Roseland, New York"), "Dummy" è una sorta di "classico moderno". Un disco senza tempo, forse proprio perché sempre in bilico tra passato e futuro. Come un film in bianco e nero, girato con le tecniche più avanzate di fine Millennio.

Mai forse come in questo caso, l'uso del termine "cinematico" si adatta a definire un sound che fa dell'ideale connubio suoni-immagini la sua chiave di volta. Può fare da sottofondo a un viaggio notturno o a un incontro d'amore. Può animare le sequenze di una spy-story o di un thriller di Lynch (do you remember "Twin Peaks"?). Ma può essere anche la colonna sonora di un film di fantascienza post-atomico, per lo spirito lugubre e decadente che lo pervade. D'altra parte, gli stessi Portishead hanno voluto mettersi alla prova dietro la macchina da presa, realizzando il cortometraggio "To Kill A Dead Man".

L'idea-cardine di Barrow e compagni è la rielaborazione di vecchi motivi di film noir e di spionaggio, mescolati a spunti jazzy-lounge e ritmi hip-hop rallentati, e immersi in atmosfere desolatamente romantiche. Per il resto, l'architrave sonora di "Dummy" è quella tipica di tanto trip-hop a venire: massiccio utilizzo di sample e scratch (i suoni ottenuti strofinando la puntina sul vinile dei vecchi 33 giri o dischi mix), giri di chitarra presi in prestito dagli spaghetti-western anni 60, ampie sezioni di archi, bassi cupi, sintetizzatori "moog" e un organo hammond ad aggiungere un ulteriore tocco "vintage". Ma su questo impasto di suoni svetta il canto dolente e spettrale di Beth Gibbons, ribattezzata audacemente "la Billie Holiday venuta dallo spazio" (e autrice nel 2002 di quello splendido debutto solista dal nome di "Out Of Season"). La sua voce è capace di improvvise escursioni di registro: può essere tesa, metallica, straziante; ma anche calda e sensuale, come nel lento "Glory Box", dolente dissertazione sulle tribolazioni delle donne, o nell'iniziale "Mysterons", che parte con un piglio da bolero e finisce avvolta tra le spire di sonorità sempre più suadenti, tra strimpelli di chitarre e soffici tappeti di tastiere. Il climax emotivo dell'intera raccolta è però il singolo "Sour Times", sorta di "atto di contrizione" dall'incedere mesto e dalla melodia sontuosa, con una Gibbons disperatissima che grida al vento "'Cause nobody loves me/ It's true/ Not like you do...", sulle note di un'orchestra spettrale. Un pezzo memorabile, che sarà finanche migliorato nella straziante interpretazione dal vivo di "Live in Roseland, New York".

L'impronta jazz, portata in dote dall'eclettico Adrian Utley, appare più evidente in tracce come "Strangers" e "Pedestal"; la prima, in particolare, svela anche l'opera certosina compiuta in studio dai Portishead, con il suo susseguirsi di raffinate digressioni sonore - dal soul alla bossa nova - e variazioni di ritmo (con tanto di "stop&go" sincronizzati col canto di Gibbons). "Roads" abbina i gemiti delle chitarre a un'orchestrazione retrò, sospinta da archi solenni: l'effetto è di grande suggestione, come a voler introdurre il colpo di scena in un ideale film.

Il lato più tenero della band si esalta nella malinconica "It Could Be Sweet", in cui il soprano di Gibbons riesce a gonfiare d'emozione quasi ogni sillaba della strofa "Try a little harder...". Propulso da ritmi ossessivi - anche mediante l'uso di un tamburo africano - "Numb" è un altro numero d'alta scuola della vocalist, che riesce a fluttuare sapientemente tra le note con vocalizzi à-la Sade. È invece una raffinata chanteuse da cabaret quella che si cala nel lied incalzante di "Wandering Star", avvolta in una coltre di sibili elettronici e di scratch, con il solito basso dub a reggere il gioco.

"Pedestal" e "Biscuit" danno voce ai fantasmi di quell'ansia latente che è un altro marchio di fabbrica della ditta Portishead, conducendo l'ascoltatore lungo un cunicolo di oscuri meandri sonori, costruiti su una struttura ipnotica e ossessiva. "Biscuit", in particolare, accentua la componente ritmica del sound, scatenando una tempesta di beat sincopati e pulsazioni hip-hop, con le folate gelide delle tastiere sullo sfondo. Forse solo "It's A Fire", con la voce di Gibbons che miagola un po' troppo su un accompagnamento d'organo, abbassa per un attimo la qualità di un disco praticamente perfetto.

"Dummy" è sì il manifesto definitivo della rivoluzione trip-hop - paragonabile per importanza a quella parallela della techno - ma anche l'opera che più di ogni altra travalica i confini di quel genere, per approdare nei territori di una musica tanto retrò (nell'animo) quanto moderna (nell'approccio). L'opera dei Portishead affonda le radici nella mestizia del blues e nelle confessioni a cuore aperto del soul; assorbe l'angoscia della dark-wave, la rabbia dell'hip-hop e l'ossessività della techno. E riesce a rivestirle in ballate di rarefatta eleganza, grazie anche a un gusto orchestrale mai sopra le righe. Chi vede lungo i solchi di "Dummy" nient'altro che semplici "canzoni", magari arrangiate in modo ammiccante e "alla moda", fa un torto, prima ancora che ai Portishead, ai loro veri padri putativi: Ennio Morricone, John Barry e Angelo Badalamenti.

(06/11/2006)



  • Tracklist
  1. Mysterons
  2. Sour Times
  3. Strangers
  4. It Could Be Sweet
  5. Wandering Star
  6. It's A Fire
  7. Numb
  8. Roads
  9. Pedestal
  10. Biscuit
  11. Glory Box
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