Zombies

Odessey And Oracle

1968 (Cbs/ Date Records) | pop, psichedelia

Il 1968 è per gli Zombies l'anno della fine. Il quintetto di St. Albans non è che uno fra i tanti bei fiori sbocciati al sole della British invasion e precocemente appassiti, con all'attivo un paio di hit nelle classifiche americane ("She's Not There", "Tell Her No") che nessuno ricorda già più. Passati dalla Decca - che, ancora sotto shock per essersi lasciata sfuggire i Beatles, scrittura chiunque ricordi anche solo vagamente i Fab Four - alla Cbs, nel 1967 ottengono dai discografici un'opzione che sa già in partenza di canto del cigno: controllo artistico incondizionato sull'album, autonomia e indipendenza totale nella produzione, in pratica: chiudetevi negli studi di Abbey Road - chissà che non vi porti fortuna - e fate un po' quello che vi pare.
Così, mentre là fuori si scatena il putiferio (il '68 è alle porte), i nostri passano le giornate chini sul mellotron, all'ombra di una rivoluzione musicale in atto che porta i giganti del beat a sconvolgere le carte in tavola con un disco rivoluzionario dietro l'altro (gli Zombies entrano negli studi di Abbey Road poco dopo che in quelle stesse stanze i Beatles terminino di registrare "Sgt. Pepper's"; meno di un anno prima, dall'altra parte dell'Atlantico, usciva un certo "Pet Sounds").

Il disco viene dato alle stampe sotto il peggiore auspicio della storia dei cattivi auspici: in copertina, tra colori e spirali impeccabilmente sixties, campeggia un colossale errore di ortografia - "Odyssey" che si trasforma in "Odessey". Colpa del compagno di stanza del bassista Chris White, cui era stato affidato l'artwork dell'album. Nessuno ebbe il cuore di fargli notare le sue deficienze nello spelling. White ed Argent, tastierista della band, si impelagarono in un calembour di licenze poetiche e citazioni shakespeariane per dare giustificazione al refuso. Non servì: Odessey o Odyssey che fosse, il disco fu un fiasco totale.

Era forse l'immagine prima ancora che la musica degli Zombies a non funzionare in quegli anni: nerd ante-litteram, poco inclini al chiasso e alle pose da rockstar, con una preparazione classica alla spalle che paradossalmente li aliena dalla comunità casinista e illetterata del rock'n'roll. La loro immagine di altar-boys dalle voci cristalline non può che stridere contro il furore iconoclasta di gruppi come Kinks o Small Faces. Il fallimento commerciale dell'album dà la mazzata finale a questi morti viventi dall'animo gentile: il gruppo si scioglie e ognuno se ne va per la sua strada.
Ma, la storia insegna, la rivincita dei nerd è sempre dietro l'angolo.

Ci vuole l'orecchio fino di Al Kooper - artefice e guru della svolta elettrica di Dylan - per cogliere le potenzialità di quel "clap - aaah" e di quel basso prepotente che segnano l'incipit di "Time Of The Season", il brano che sarebbe diventato suo malgrado uno degli inni sacri della gioventù psichedelica degli anni d'oro. Il pezzo scalò le classifiche americane e diede notorietà postuma agli Zombies. Notorietà che non valse però a riportare insieme i membri del gruppo, già al rodaggio delle rispettive carriere soliste (White e Argent di lì a poco daranno vita al gruppo prog Argent).
"Odessey and Oracle" iniziò nel 1969 una lenta ascesa che ancora oggi non sembra aver esaurito la sua spinta: prima su per le classifiche americane, poi su per quelle inglesi, e ancora su e su per anni lungo la scala per il paradiso, fino a quel Valhalla del rock da dove Elvis, Jimi, Buddy, Janis, John e tutti gli altri ci guardano sorridendo.

I vorticosi assoli di hammond in salsa jazz, le armonie vocali perfettamente limpide, il bisbiglio sensuale del cantante Colin Blunstone, e, non ultima, la vaga atmosfera pagana, il sacro e il profano che si confondono, come assistere di nascosto a un rito della fertilità clandestino, rendono "Time Of The Season" uno di quei pezzi che, a distanza di quarant'anni, è in grado di materializzarti davanti agli occhi un mondo intero. Gli anni 60 che tutti rivorremmo, quelli di cui sentiamo la nostalgia pur non avendoli conosciuti di persona. Sempre con quel ritmo nelle orecchie: "clap - aaah".

Ma la revanche di questo disco, che nel tempo ha raggiunto lo status di vero e proprio cult, non si compie solo grazie al suo eccezionale singolo. La psichedelia garbata e l'ispirazione baroccheggiante degli Zombies rifulge in altre gemme disseminate nell'album: il beat nebuloso e sepolcrale di "Beechwood Park", con organo e riverberi alieni di riff chitarristici a sostenere una finissima ragnatela di ricordi in minore; il dialogo tra mellotron, percussioni e armonie corali da culto del sole, liturgia di solstizi ed equinozi antichissimi, in "Changes"; l'accumulo sonoro, con gli strumenti che si seguono l'un l'altro in fila indiana, e gli intermezzi vocali in puro stile Beach Boys della delicata "Care Of Cell 44" in apertura al disco; gli episodi più scanzonati di "I Want Her She Wants Me", "Friends Of Mine", "This Will Be Our Year", dove fanno capolino pianoforte e clavicembalo, a testimoniare l'insostituibile contributo artistico di Argent, compositore del gruppo insieme a White.

Sempre in bilico tra la modernità della ricerca sonora (l'utilizzo del mellotron; un trattamento e un missaggio che sorprendono ancora oggi per la freschezza dei suoni) e una raffinatezza retrò, tipica di chi è stato troppo bene educato, oltre a una cupezza vittoriana che rende gli Zombies un prodotto unico nel loro genere, il disco si mantiene omogeneo, pur nella presenza di episodi musicali sorprendenti. Il secondo brano, la diafana ballata per piano e voce "A Rose For Emily", cita disinvoltamente Faulkner nel racconto di una donna sola e destinata alla solitudine, mentre là fuori i ragazzi offrono alle loro amate rose rubate al suo giardino. E' un piccolo capolavoro, di quelli costruiti con il senso estetico dell'orafo o del miniaturista, che mette in risalto i toni vellutati da sempiterno cuore spezzato di Blunstone.

In chiusura c'è posto anche per il bozzetto storico: "Butcher's Tale" è un brano dove White dà voce alla pazzia di un soldato perso nel dolore e nell'orrore della Prima Guerra Mondiale ("And I have seen/ a friend of mine/ hang on the wire/ like some rag toy"). E' un ruolo che White ha ritagliato per se stesso, dandone un'interpretazione sorprendente: su un tappeto di organo da chiesa la sua voce tremante, spezzata, che nel ritornello si disincarna in una preghiera prima urlata e poi sussurrata, dipinge i panorami apocalittici di un'anima devastata dalla guerra.
Ed è sulle note di "Time Of The Season" che l'album trova la sua emblematica conclusione. Tra aperture misticheggianti, buona educazione, barocchismi, spunti solari che si contrappongono a malinconie lunari, un retrogusto gotico che li rende più adatti a un ascolto intimo nelle criptiche profondità della camera da letto che non alla luce della Summer of Love, gli Zombies piantano la propria bandiera nel cuore dell'ultimo scorcio degli anni 60, con già dentro, in nuce, l'oscurità dei tempi a venire.

Sepolti dal fortunatissimo insuccesso di "Odessey And Oracle", gli Zombies rinascono oggi per l'esercito dei nostalgici, in quest'alba di postmodernità dove la vita dopo la morte è diventata un fatto comune e accettato. Nessuno che abbia un cuore li ha dimenticati, loro che per un breve periodo sono stati i sacerdoti della stagione dell'amore, né il loro verbo, né il modo in cui ci hanno insegnato a pregare: un battito di mano e un sospiro.

(01/03/2009)

  • Tracklist
  1. Care Of Cell
  2. A Rose For Emily
  3. Maybe After He's Gone
  4. Beechwood Park
  5. Brief Candles
  6. Hung Up On A Dream
  7. Changes
  8. I Want Her She Wants Me
  9. This Will Be Our Year
  10. Butcher's Tale
  11. Friends Of Mine
  12. Time Of The Season


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