Native Tongues è un collettivo di New York che è stato centrale nel trasformare l’hip-hop in qualcosa di più impegnato e fantasioso, afrocentrico. Il principale mezzo per attuare questo cambiamento consiste nel trasportare nei testi argomenti spirituali e sociali, ampliando il più possibile l’ampiezza e la varietà dei topic. Musicalmente, il suono caratteristico del collettivo predilige beat morbidi, linee di basso lunghe e sinuose e una certa passione per la musica jazz. Grazie all’entusiasmo del collettivo arrivano al successo i Jungle Brothers, pionieri del jazz-rap con il loro “Straight Out The Jungle” (1988) e “Done By The Forces Of Nature” (1989). I portavoci del collettivo, tuttavia, diventeranno i De La Soul (con il fondamentale “3 Feet High And Rising” del 1989) e gli A Tribe Called Quest.
Tutto nasce da due amici d’infanzia, Q-Tip (Kamaal Ibn John Fareed) e Phife Dawg (Malik Izaak Taylor), due appassionati di musica del Queens, New York. A loro si aggiungono Ali Shaheed Muhammad e Jarobi White. Diventano quindi un quartetto, battezzato così per merito proprio dei Jungle Brothers. Dopo un tentativo con la Geffen Records, trovano ospitalità alla Jive Records, già dietro a Boogie Down Productions.
Q-Tip is my title, I don’t think that it’s vital
For me to be your idol
(“Push It Along”)
People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm (1990) è uno dei classici dell’hip-hop, uno dei manifesti dell’ala alternativa di questa musica. Iniziato a registrare a fine 1989, ha visto il lavoro protrarsi sin nei primi mesi del nuovo decennio, gli anni 90 che avrebbe indelebilmente segnato. La location prescelta è il Calliope Studios, un luogo dove nessuno sembra imporre agli artisti cosa debbano o non debbano fare: è probabilmente uno degli presupposti fondamentali per lasciare fluire la creatività della band. I groove ipnotici, il rapping sensuale e fluido e un sound godibile, scorrevole, che conquista ma non martella, sono gli elementi fondamentali dell’opera. La passione per la musica nera, principalmente jazz e r’n’b, conferisce all’opera una palette di suoni atipica per l’epoca, elemento fondamente di un amalgama musicale rilassato, disteso, persino pigro.
La lunga e fluida “Push It Along” (quasi 8 minuti), uno dei momenti più rappresentativi del loro stile, ha un lungo momento per battiti di mani e spirito gospel. “Luck Of Lucien” è un liquido rap su un jazz soffuso e notturno, morbido e di grande atmosfera. “I Left My Wallet In El Segundo” gioca con una chitarra, mentre “Bonita Applebum” è un grande momento di hip-hop scorrevole, sensuale, morbido. “Can I Kick It?”, campionando “Walk On The Wild Side” di Lou Reed, rende l’idea dell’atmosfera onnivora dell’opera. E ancora “Mr. Muhammad”, “Go Ahead In The Rain” e “Description Of A Fool” portano a conclusione un album meritatamente diventato un classico, caratterizzato dall’atmosfera elegante, segnato dal rap disteso di Q-Tip, dal sound avvolgente e caldo, splendidamente colorato di jazz. Dopo la pubblicazione dell’album, il gruppo perde Jarobi White.
My pops used to say, it reminded him of bebop
I said, ‘Well, daddy don’t you know that things go in cycles’
(“Excursions”)
‘The Low End Theory’ è un disco interessante; in un certo modo, è stato il ‘Sgt. Pepper’s dell’hip-hop’. È un album che ha cambiato il modo in cui le persone pensano la composizione musicale. […] Fino a quel momento, quando le persone usavamo dei campionamenti sui dischi, era praticamente un loop che andava avanti per tutto il pezzo. Con ‘The Low End Theory’ […] le persone hanno iniziato a comporre elaborate costruzioni musicali di campionamenti da fonti differenti che non sarebbero state, e in certi casi non potevano essere, suonate da comuni musicisti”
Riconosciuto è il ruolo dell’opera di ricollegare la tradizione jazz a quella hip-hop, dimostrando che esiste una medesima origine culturale dei due stili. Inserito anche da Rolling Stone nei suoi “The 500 Greatest Albums of All Time”, al numero 153. Posti più lusinghieri in quota hip-hop nella classifica sono guadagnati da altre pietre miliari dell’hip-hop come “Straight Outta Compton” (1998) dei N.w.a. (144°), “The Chronic” (1992) di Dr. Dre (138°), “Ready To Die” (1994) di Notorious B.i.g. (134°), “Raising Hell” (1986) dei Run-Dmc (123°), “Late Registration” (2005) di Kanye West (118°) e “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” (1988) dei Public Enemy (48°). Il Time lo cita nei suoi “All-Time 100”, l’influente bibbia musicale AllMusic.com lo considera “il più coerente e fluido album hip-hop di sempre”. L’album, anche grazie a questo entusiasmo, ha superato il milione di copie nel 1995.
Street poetry is my everyday
But yo, I gotta stop when you trot my way
(“Electric Relaxation”)
Con il terzo Midnight Marauders (1993) il gruppo gioca con quanto ha creato finora, mischiando il tutto a qualche beat più immediato. “Steve Biko” è quasi psichedelica e “Award Tour” è un frullato di jazz e organo. “A Million Stories” è cupa e notturna, mentre “Sucka Nigga” è un gioiellino di jazz-rap.
Per ribadire che sono i campioni dell’hip-hop elegante, gli A Tribe Called Quest cesellano con “Electric Relaxation” una perla di lounge-rap allucinato, che gravita attorno alle due voci.
Non mancano spunti divertenti, su tutto “Oh My God”, con il suo contrabbasso. Fluido e maturo, il loro jazz-rap scorre dall’inizio del primo brano fino alla conclusiva “Lyrics To Go”, a confermare una completa padronanza dello stile che loro stessi hanno coniato. L’unica cosa che ridimensiona l’album sono le due opere che lo hanno preceduto nella discografia. Proprio Midnight Marauders, a conclusione del periodo maggiore della formazione, diventa il loro primo bestseller.
Annunciato come l’ultimo lavoro della formazione, The Love Movement (1998) è l’album meno ispirato della loro discografia, tirato su giusto da qualche collaborazione, in particolare in “Steppin’ It Up”, con Busta Rhymes e Redman. La formazione è in sofferenza e cerca di tornare sui toni solari del passato, ma questa volta sembrano poche le idee da mettere in musica e si è perduta tutta la spinta iniziale innovativa.
The fog and the smog of news media that logs
False narratives of Gods that came up against the odds
We’re not just nigga rappers with the bars
It’s kismet that we’re cosmic with the stars
(“We The People”)
Ci vogliono 18 anni perché la tribù più famosa dell’hip-hop torni sulle scene, dando un seguito al quinto album. We Got It From Here… Thank You 4 Your Service (2016) viene pubblicato nello stesso anno in cui scompare tragicamente Phife Dawg, membro che, per talento e carisma, è secondo solo a Q-Tip. Il sesto disco del gruppo nasce per essere l’ultimo. Non è un lavoro innovativo, ma è visceralmente un prodotto degli A Tribe Called Quest. Fin dalla prima traccia (“The Space Program”) l’intento è perfettamente esplicitato.
Le scelte delle lyrics, dei beat e perfino degli ospiti (dai vecchi amici come Busta Rhymes alla new school targata Kendrick Lamar) sono state fatte precisamente con l’intento di produrre un disco che chiuda un cerchio. Q-Tip e Phife riescono a intendersi forse addiritura meglio che nel capolavoro di 25 anni fa; perfino il contributo di Jarobi (che rappa per la prima volta su un disco del gruppo) è incisivo.
Non ci possono essere dubbi sulla volontà da parte dei membri di voler produrre un qualcosa che fosse in grado di lasciare il segno per un’ultima volta. Proprio per questo, We Got It From Here… Thank You 4 Your service è forse uno degli addii meglio riusciti del mondo della musica.
Contributi di Luca Bazzana (“We Got It From Here… Thank You 4 Your service”)
| People's Instinctive Travels And The Paths of Rhythm (Jive, 1990) | ||
| The Low End Theory (Jive, 1991) | ||
| Midnight Marauders (Jive, 1993) | ||
| Beats, Rhymes And Life (Jive, 1996) | ||
| The Love Movement (Jive, 1998) | ||
| We Got It From Here... Thank You 4 Your Service (Jive, 2016) |