Jennifer Gentle

The Midnight Room

2007 (Sub Pop) | psych-rock

News dal mondo Jennifer Gentle: nuove uscite parallele di ricerca, sia sperimentali che tranquille (“A New Astronomy”, 2005, e “The Sacramento Sessions”, 2006), un ulteriore dimagrimento della line-up, ormai ridotta al solo Marco Fasolo (ora se n’è andato pure il fido compagno d’avventure Alessio Gastaldello, l’altro fondatore storico), e soprattutto il nuovo album ufficiale, ovviamente ancora sotto l’egida Sub Pop. Quello che conta, in definitiva, è la conferma del continuo aumento di fama e solidità internazionale del marchio di fabbrica Jennifer Gentle.

In “The Midnight Room” spariscono i toni semi-acustici e bucolici che dominavano il precedente “Valende” (oltre al suo concept spiraliforme), ma soprattutto spariscono le grandi intuizioni dei primi due album (dalle vaste parate strumentali alle nenie surreali, dai surf‘n’roll bambineschi alle gag melodiche stralunate). Si comincia anzi con un drone che ricorda quello dell’attacca di “Drum’s Not Dead” (il capolavoro dei Liars, ndr), attraversato da tenui fremiti angosciati, invocazioni vocali e un motto di chitarra, secondo un ondeggiamento psicotico strumentale che si protrae ad libitum. “Telephone Ringing” e “It's In Her Eyes” espongono un passo psych senza tono, con vaghi riferimenti alla chitarra di Ribot (e al Waits circa “Rain Dogs”), più che al solito Barrett, con cantilene poco ricercate e sospensioni esoteriche. “Quarter To Three”, l’unico momento di vera ricerca dell’album, prosegue il discorso con strappi e cambi di tempo, ma rimane interlocutorio.

Fanno meglio il folk melodico - quasi caricaturale - di “Electric Princess”, a ricordare i gioiellini di “Funny Creatures Lane” (pur senza la loro brillantezza), e il vaudeville scanzonato di “Take My Hand”. “The Ferryman” è una canzone impostata dalle chitarre barocche e da un’andatura zoppicante degna della Magic Band, che prosegue secondo direttive di variazioni strumentali tra glockenspiel e salmodie gregoriane. “Mercury Blood” continua con una nuova storpiatura folk-barocca adornata da insistenti (monotoni) contrappunti di chitarra e tastiera vintage, e “Come Closer” è la tipica chiusa salvifica, a riproporre il tono crepuscolare dell’incipit, un raga sognante e i rapimenti estatici degli strumenti attorno al drone circolare (oltre a un minuto conclusivo di musique concrete notturna).

Infastidente collezione di pezzi brevi o allungati, deformati o destrutturati, che rimane - a parte un certo umore mefistofelico - ingabbiata in un rigore formale che ha dell’autoparodistico. Fatta salva la garanzia di qualità, dagli esordi non è ancora stata specificata la pendenza della fruizione. In quest’album funziona così, più o meno: tanto divertissment personalizzato del solo Fasolo (non avrebbe fatto meglio a farlo uscire a proprio nome?), poco intrattenimento, discreto narcisismo, scarso fascino. Bastava e avanzava un mini-cd, con l’accortezza di includere quel momento di reale incubo acustico che risponde al nome di “Granny’s House”. “Live In The House Of God” è un nuovo vaneggio del solo Fasolo, stavolta alla tastiera vintage registrato in una chiesa sconsacrata, disponibile solo via pre-order.

(03/09/2007)

  • Tracklist
  1. Twin Ghosts
  2. Telephone Ringing
  3. It's In Her Eyes
  4. Take My Hand
  5. The Ferryman
  6. Electric Princess
  7. Quarter To Three
  8. Mercury Blood
  9. Granny's House
  10. Come Closer
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