Vampire Weekend

Vampire Weekend

2008 (XL Recordings) | etno-indie

Se avete un guardaroba di pullover Ivy League e un poster di tramonti africani sopra il letto, preparatevi a battere le mani e dire yeah: con la benedizione di Pitchfork arriva la nuova blog sensation newyorkese, e una volta tanto non si tratta della solita minestra riscaldata new-new-wave. Prendete i Feelies e fategli imparare a memoria "Graceland" di Paul Simon: ecco a voi i Vampire Weekend, ovvero la musica indie di un'immaginaria “Upper West Side Soweto”.
È proprio così che amano definirsi questi quattro studenti della Columbia University che a poco più di vent'anni sembrano avere azzeccato la formula giusta per far parlare di sé in tutti gli ambiti indie "che contano". La XL Recordings li ha messi sotto contratto dopo che i loro demo hanno fatto il giro della rete: ma bando alle ciance sull'hype, quello che importa è che le loro canzoni possiedono davvero una freschezza che non è facile trovare di questi tempi.

Il segreto sta nel fatto che il loro intruglio di sapori afrobeat, frenesie indie e melodie catchy non ha niente a che vedere con la classica cartolina terzomondista che ammicca alla world music: la loro non è un'Africa reale, è un'Africa sognata tra le pareti di una cameretta del college, ed è proprio questo a dare il brivido di essere i primi esploratori di un continente di fantasia. Le spezie esotiche dei Vampire Weekend vengono dal deli all'angolo della strada: se pretendessero di spacciarsi per genuine non si distinguerebbero da un qualunque menu etnico alla moda; invece non fanno mistero del loro spregiudicato combinare mondi apparentemente inconciliabili. E così, quell'incrocio meticcio inventato a tavolino in qualche dopolezione al campus diventa qualcosa di nuovo ed inaspettato, in cui Louis Vuitton fa rima con reggaeton ed il cielo ha i colori di Benetton.
"Penso che siamo attratti dalla musica africana perché è un tipo di musica che usa strumenti rock occidentali ma in un modo molto differente ed eccitante", osserva il leader della band, Ezra Koenig. "E poi c'era una compilation di musica pop anni Ottanta del Madagascar molto minimalista che ascoltavamo sempre, con suoni di chitarra molto puliti: è stata un'ispirazione decisiva quando abbiamo iniziato a suonare insieme".

A tracciare le coordinate ci pensa "Cape Code Kwassa Kwassa" (dove il kwassa kwassa del titolo è una danza congolese, Wikipedia docet), con il suo tappeto di percussioni e la sua scintillante chitarrina rubata ai viaggi afro-sudamericani di Paul Simon. "Mansard Roof" sfoggia una ritmica al galoppo nel bel mezzo della savana, "A-Punk" una nervosa eccitazione degna dei Talking Heads. I Vampire Weekend conducono il gioco con consapevole ironia, disquisendo di grammatica in "Oxford Comma" e citando Peter Gabriel come nume tutelare in "Cape Code Kwassa Kwassa". I giochi di tastiere di Rostam Batmanglij fanno pensare agli Young Marble Giants, i minuetti d'archi che fanno capolino qua e là danno un che di barocco all'atmosfera e le movenze pop di brani come "Walcott" e "I Stand Corrected" fanno incontrare gli Orange Juice con gli Islands.
Ma non è il caso di parlare di rivoluzioni: meglio stare al gioco della primizia pop del momento, lasciando perdere i proclami ad effetto. Anche perché l'idea dei Vampire Weekend è una di quelle trovate che alla lunga finiscono per mostrare facilmente la corda. Balleranno un solo Carnevale? Poco male: finché siete in tempo sfoderate i canini di plastica, indossate il vostro mantello da Dracula e tuffatevi nel fine settimana vampiresco al ritmo del kwassa kwassa.

(07/02/2008)

  • Tracklist
  1. Mansard Roof
  2. Oxford Comma
  3. A-Punk
  4. Cape Cod Kwassa Kwassa
  5. M79
  6. Campus
  7. Bryn
  8. One (Blake's Got a New Face)
  9. I Stand Corrected
  10. Walcott
  11. The Kids Don't Stand a Chance
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