Orange Juice

Orange Juice

Cartoline pop dalla Scozia

di Lorenzo Salzano

Con gli Orange Juice di Edwyn Collins, il motto della Postcard Records, "The sound of young Scotland", da divertita parafrasi di quello della Motown, diventerà col tempo una realtà. Storia della breve ma influentissima parabola di una delle band capostipite dell'indie-pop contemporaneo
Sul numero di marzo 2008 del mensile musicale inglese Mojo si può leggere un articolo intitolato "Indie Top 50", una delle tante classifiche che le riviste britanniche compilano con maniacalità un po' ossessiva e che furono magistralmente prese in giro da Nick Hornby nel suo romanzo "High Fidelity". E' interessante però notare come sul podio della classifica dei più importanti gruppi indie britannici ci sia, al secondo posto subito dopo gli Smiths, e giusto prima dei Jesus And Mary Chain (nomi che, insieme ai My Bloody Valentine subito seguenti, equivalgono a una santissima trinità per l'indie-rocker medio) un disco decisamente meno noto, ovvero You Can't Hide Your Love Forever degli Orange Juice. La copertina, con una coppia di delfini che balza dall'acqua in un cielo azzurrissimo, esprime una ingenua esuberanza che fa a pugni con il melodramma retro di "This Charming man" e con quei ceffi dei fratelli Reid: vale la pena quindi di condurre una più approfondita esplorazione.

In realtà, chi ascoltava musica negli anni Novanta ricorda benissimo il leader di questo gruppo: si tratta di Edwyn Collins, quello che impazzava per Mtv con un pezzo graziosamente kitsch e anacronistico come "A Girl Like You", intorno al 1994. Evitiamo però la malinconia di quelle comparsate nell'ineffabile circo della videomusica globalizzata (peraltro ormai ridimensionata e quasi dimentica del suo strapotere nel ventennio 1980-2000) e riprendiamo la storia dall'inizio: siamo a Glasgow, Scozia, ed è il 1979.
Si tratta di un bel salto temporale, certo, ma a guidarci e a tenerci ancorati all'oggi ci sarà un disco del 2005, l'antologia The Glasgow School, figlia di quel rinnovato interesse per gli Orange Juice testimoniato anche dall'articolo di Mojo, e preziosa testimonianza dei brillanti esordi della band.

Orange JuiceIl gruppo nasce dall'unione di Edwyn Collins (voce e chitarra), già nel gruppo punk Nu Sonics, con James Kirk (chitarra), Steven Daly (batteria) e David Mc Clymont (basso), ed effettua la prima apparizione in pubblico al Victoria Cafè della Glasgow School of Art nel 20 aprile 1979. Il leader Collins è appena maggiorenne, ma è già una piccola star locale, una "pop icon", con il look a frangia sugli occhi che farà scuola e uno stile vocale caldo e sopra le righe. A notarli è Alan Horne, che prima si improvvisa loro manager, poi, secondo l'etica punk del "do it yourself", sempre nel 1979 fonda una etichetta discografica indipendente, la Postcard Records, per pubblicare i loro primi lavori. Il primo vinile da essa edito sarà proprio l'esordio degli Orange Juice, "Falling And Laughing", nell'aprile del 1980.

Il motto della Postcard, "The sound of young Scotland", da divertita parafrasi di quello della Motown, diventerà col tempo una realtà, considerando che l'etichetta pubblicherà gli esordi di Joseph K (sempre nel 1980) e Aztec Camera, oltre che degli australiani Go-Betweens. Con Horne, la band, dopo il successo del primo singolo, pubblicherà altri tre 45 giri apprezzati da pubblico e critica, per poi passare a incidere un Lp nel maggio 1981. L'album però, a causa del dissesto finanziario di Horne, non verrà pubblicato e gli Orange Juice si accaseranno presso la major Polydor per riproporre gran parte di quel materiale sotto il titolo di You Can't Hide Your Love Forever. L'antologia The Glasgow School ripropone al pubblico tutto il materiale inciso per la Postcard, cioè i primi singoli e le canzoni incise per l'abortito debutto su Lp, offrendo quindi una panoramica di tutto il periodo "indie" degli Orange Juice, quello per cui ancora oggi vengono ricordati.

Per capire di che musica stiamo parlando bisogna fare delle precisazioni. Oggi, il termine indie-rock identifica qualcosa di ben preciso: attitudine indipendente, chitarre distorte, minimalismo, amore per i Pavement, eccetera. Allora, si trattava di uscire dalla terra bruciata creata dal punk e, in un clima di generale sfiducia verso le classiche e consuete forme musicali, non restavano che due opzioni, ovvero scegliere la strada della vera e propria sperimentazione (imboccata da quei gruppi post-punk le cui idee sfoceranno in varie forme di elettronica), oppure guardarsi indietro, in barba alle pretese futuriste di cancellazione del passato musicale, prendendo quel che più piaceva e ricombinandolo in una nuova sintesi.
Gli ingredienti degli Orange Juice saranno i Talking Heads (con la loro nervosa ripresa di ritmi funky e disco), i Velvet Underground, lo stile jingle jangle della psichedelia anni Sessanta (i Byrds), il soul, i Beatles, e addirittura la tradizionale scuola di songwriting detta di Tin Pan Alley. E' una tattica non molto distante da quella che renderà famosi gli Smiths in Inghilterra e i Rem negli Usa, consistente nel riproporre il pop-rock anni Sessanta attraverso le forme moderne e accattivanti della new wave.
Non si pensi però che si voglia descrivere questi gruppi come retrogradi, anzi: lo spirito dell'indie britannico anni Ottanta è fieramente d'opposizione, schierato com'è in una forma di resistenza al clima di smantellamento della società impostato dalla Thatcher e dai conservatori, attraverso forme di associazionismo e attivismo che portano gli appassionati delle trasmissioni di John Peel e dei vecchi vinili rock a fondare ovunque nuove etichette per dar voce alla gioventù che non si riconosce nel pop "di regime" di Spandau Ballet & C..

Però c'è anche altro, dopo anni di oscuro post-punk e dopo la morte di Ian Curtis, il pubblico ha forse voglia di qualcosa di più vitale e naif. Ecco dunque la nascita di un pop chitarristico che non dimentica la lezione dei Joy Division, ma la unisce alla musicalità dei Television (che pochi anni prima hanno reinventato la chitarra rock) e la stempera in una sintesi più romantica, sensibile, adatta a quei bravi ragazzi appassionati di vinili che affollano i concerti in sedi improvvisate, piccole, improbabili.
Gli Orange Juice sono una sintesi di tutto questo, "This is the sound of happiness" dirà la loro Felicity, una celebrazione dell'essere giovani, di un momento d'oro che viene ricordato ancora a distanza di venticinque anni.

Il primo singolo, "Falling And Laughing", vede un basso pulsante e una chitarra sferragliante dar vita a una versione estatica e solare dei Talking Heads, insieme all'affascinante crooning di Collins, in un pensoso incanto che si libera nel finale di una energica coda rock. "Blue Boy" è probabilmente il brano più rock della band, con un ritornello esuberante e uno spericolato assolo di chitarra. Il lato B "Lovesick" ne replica la carica, evocando quasi una versione folk-rock dei Clash. Il terzo 45 giri, "Simply Thrilled Honey", è più esplicitamente jingle jangle e crea una tensione crescente, destinata a liberarsi solo nei riff di una coda finale estatica, degna dei New Order più solari. Il quarto singolo, "Poor Soul", trascinato da energiche rullate della batteria, chiude una carrellata di brani di crescente successo, che vedono la band diventare un fenomeno di culto e permettono a Horne di investire sempre di più sulla band, all'inizio costretta a dividere il tempo di studio coi rivali Joseph K.

Giunti ad approntare il primo album, gli Orange Juice sembrano avere raggiunto confidenza sufficiente per giocare sulle dinamiche delle canzoni senza spingere sempre sull'acceleratore: ecco dunque una "Three Cheers For Our Side" che sembra una filastrocca dei Velvet Underground più leggeri, quelli tra il terzo Lp e "Loaded", comprendendo anche l'album "perduto" (di cui erano presenti ampi stralci sul live del '74). "In A Nutshell" viene composta addirittura come un possibile duetto con Nico, ed è una ballad delicata e venata di soul come certi exploit del Lou Reed più giovane e innamorato, culminante in un'altra estatica coda, stavolta punteggiata da tenui bordoni d'organo. "Satellite City" recupera invece ritmo e grinta col suo andamento funky-soul, memore degli ascolti pre-punk del leader. Anche qui si ripete lo schema del primo singolo, col cantante che ripete la frase chiave del testo ("you smashed your heart against the rocks") su una coda sferragliante.
Sono brani tanto sbarazzini (si parlerà di "twee pop") quanto venati di una delicata emotività, ne è esempio una "Consolation Prize" che vede Collins ripetere ossessivamente "I'll never be man enough for you", aggiudicandosi il ruolo di modello per gli infiniti ragazzi sensibili del futuro indie-rock, in un paesaggio sonoro che l'organo porta a lambire le coste di "Blonde On Blonde". E' il senso della luce che conta, in una serie di favole che sembrano corrispondere ad altrettante giornate estive di sole, trascorse da adolescenti senza troppi pensieri, sotto a un cielo purissimo. "Wan Light" (slang per "one light"), scritta da Kirk, riassume queste sensazioni in una ballata d'incanti romantici destinata ad animarsi, presa per mano da una esagitata chitarra, come in una corsa a perdifiato di quelle che si fanno da ragazzi, non tanto per arrivare a un traguardo, quanto per la pura gioia di sentirsi vivi.
Se "Dying Day" è forse la testimonianza più chiara della passione per il Dylan folk-rock del '66 (sempre mediata dalle filastrocche di Reed, basti sentire gli spensierati "pa-pa-pa" del finale), "Tender Object" vede una scintillante chitarrina ritmica cui si accostano i lirici contrappunti di una seconda elettrica, di stile Television, per un nuovo incanto sentimentale, da prima cotta del liceo.

Orange Juice - Edwyn CollinsA distanza di anni, la dolcezza irruente di questi episodi sembra non essere stata scalfita dal tempo ed è un esempio della magia che il migliore pop può produrre, ovvero far rivivere nella musica l'innocenza perduta dell'infanzia e della prima adolescenza. L'album, che dovrebbe essere accompagnato dal singolo "Wan Light", non vedrà però la luce fino al 1992 (col titolo The Ostrich Churchyard), quando la Postcard rinascerà dal fallimento che aveva bloccato Collins e soci nel 1981.
Tutte queste canzoni vengono però riutilizzate per il primo album con la Polydor, componendo You Can't Hide Your Love Forever del 1982. Nel passaggio alla major, la musica dei quattro non viene tradita (oggigiorno questi argomenti possono far sorridere, ma il contratto di un gruppo indie con una grossa distribuzione era allora una faccenda delicata, pensiamo agli Smiths), anche se tutti i pezzi sembrano essere ripuliti nel suono con una fredda patina di pop scintillante. Esemplare è il caso della vecchia "Falling And Laughing", che finisce per sfoggiare nella sezione ritmica i suoni gommosi e plastificati tipici del pop anni Ottanta, perdendo in nervosismo e carica rock, ma conservando la solarità estatica che era il vero marchio distintivo del gruppo fin dall'inizio. In questa versione il balbettio alla David Byrne nella coda è solo accennato da Collins, insomma il post-punk sta diventando un pallido ricordo.
Tra le aggiunte, la più significativa è "Felicity", vero anthem del disco, propulsa da un ritmo folk-rock cui partecipa pure un pianoforte, memore dello Springsteen più leggero e da un cantato estatico di Collins cui rispondono cori sul ritornello, ricreando un effetto alla "Blonde On Blonde" (album che pare Horne venerasse). Il disco esalta quindi l'anima pop del gruppo senza snaturarla troppo in chiave commerciale, il suo unico difetto è quello di non avere una grande canzone che possa portare gli Orange Juice nell'Olimpo del pop. Certo, nel contesto del brit-pop di dieci anni dopo sarebbero stati più che sufficienti il brio giovanile della band, la sua attitudine goliardica sul palco, le carinerie di Collins, per ottenere un discreto successo. Il gruppo, uscito a forza dalla propria nicchia indipendente, finirà invece nella situazione paradossale di dover inseguire un successo che ne giustifichi il contratto major.

In seguito alle tensioni relative all'insuccesso Kirk e Daly lasciano, rimpiazzati dall'ex-Joseph K Malcolm Ross e da Zeke Manyika. La nuova formazione centra il primo e unico successo degli Orange Juice col singolo "Rip It Up" del 1983, numero 8 nella classifica Uk. Il pezzo, sorretto da un basso gorgogliante e da una chitarrina funky, ha un pacchiano andamento dondolante in stile caraibico-reggae e, col suo orribile assolo di sax, può essere inquadrato tra le tante canzoncine estive che infestano un anno passato alle cronache musicali come un'apoteosi del pop disimpegnato (sono in classifica il Bowie di "Let's Dance", i Culture Club, i Duran Duran).

Con l'album Rip It Up e col successivo The Orange Juice dell'84, la carriera della band devia verso un pop generico, testimoniato da singoli come "What Presence?" dove permane la tendenza verso il soul bianco, ma scompare ogni ombra di tensione rock.

Nel 1985 la band si scioglie consegnando Collins a una carriera solista piuttosto anonima che trova il successo solo con la "meteora" di "A Girl Like You" nel 1994.

Nel 2005 il cantante è stato ricoverato per una grave emorragia cerebrale, dalla quale si sta riprendendo ancora adesso, pur avendo pubblicato l'album Home Again nel 2007 ed essendo ritornato sulle scene a Londra.
La pubblicazione di The Glasgow School nel 2005 ha visto quasi tutta la stampa musicale inglese concorde nel sottolineare l'importanza di questa band per la musica indipendente britannica e in particolare scozzese: Teenage Funclub, Delgados, Belle And Sebastian, Franz Ferdinand sono tra i nomi che hanno portato avanti negli anni lo spirito genuino dei primi vinili della Postcard. Non si tratta di far sopravvivere per forza una tradizione, ma di tramandare un gusto artigianale del fare musica, cosa tanto piccola quanto importante, da una generazione all'altra.

Orange Juice

Cartoline pop dalla Scozia

di Lorenzo Salzano

Con gli Orange Juice di Edwyn Collins, il motto della Postcard Records, "The sound of young Scotland", da divertita parafrasi di quello della Motown, diventerà col tempo una realtà. Storia della breve ma influentissima parabola di una delle band capostipite dell'indie-pop contemporaneo
Orange Juice
Discografia
 ORANGE JUICE

 

  

 

You Can't Hide Your Love Forever (Polydor, 1982)

8

 Rip It Up (Polydor, 1982)

6,5

 Texas Fever (Ep, Polydor, 1984)

6

 The Orange Juice (Polydor, 1984)

5

 Ostrich Churchyard (Postcard, ristampa del debutto più bonus track, 1992)

 

 The Heather's On Fire (antologia, Postcard, 1993)

 

The Glasgow School (antologia, Domino, 2005)

7

 Coals To Newcastle (cofanetto, Domino, 2010)

 

  

 

 EDWYN COLLINS

 

  

 

 Hope And Despair (Demon, 1989)

 

 Hellbent On Compromise (Demon, 1990)

 

 Gorgeous George (Virgin, 1994)

 

 I'm Not Following You (Setanta/Epic, 1997)

 

 Doctor Syntax (Setanta, 2002)

 

 A Casual Introduction (antologia, Setanta, 2003)

 

 Home Again (Heavenly, 2007)

 

 Losing Sleep (Heavenly, 2010)

 

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