E’ una profondissima passione per il blues a muovere, da sempre, il Collettivo Ginsberg alla ricerca di una vena artistica personale, di un territorio proprio in cui poter concretamente sperimentare, con il suono, che le emozioni non vanno solo custodite, ma anche donate agli altri.
Di stanza tra Cesena e Forlì, il quartetto non fa mistero della sua passione per Nick Cave e Tom Waits, artisti la cui eco (soprattutto quella di Re Inchiostro – “Maudì”) non manca di farsi sentire lungo tutta questa loro seconda fatica, apprezzabile esempio di mal de vivre messo in musica che, nondimeno, nasconde più di una traccia di speranza, fino alla vivacità estemporanea (e del tutto fuori luogo!) di “The Farm”.
Il buon Waits fa capolino, invece, in “Yama”, brano che, messi da parte gli umori crepuscolari e sonnambuli della prima sezione, si avventura, con buona devozione, in pieno territorio “Frank’s Wild Years”. Una sottile lamina di disperazione taglia in due la sommessa, quasi “religiosa” dissertazione di “I’m Waiting (Tango Nero)”, cui la fisarmonica dona quel tocco di polverosa malinconia che il cuore gradisce di gusto.
Un pianoforte molto Paolo Conte porta, invece, su vivaci territori jazz la dimessa elegia di “Woodstock Cypress”, mentre clarinetto e violoncello donano quel tocco di magica atemporalità alla tenera ballata di “Child Eyes”.
Un ascolto piacevole, consigliato soprattutto in queste giornate di pioggia che sembrano non finire mai.
(27/01/2009)


