Ormai Jonathan Kane s’è messo in testa di lavorare intorno a certe strutture essenziali della popular music.
Dopo “February”, il batterista americano che è stato nei ranghi degli Swans, nonché collaboratore di LaMonte Young e Rhys Chatham, imbocca la strada di un deciso sentire rock “minimalista”, ma con il malcelato intento di rinvigorire il blues...
Brani strumentali che si sciolgono in quella che potrebbe essere letta come una celebrazione di archetipi sonori, la cui reiterazione induce stati di leggera, godibilissima trance. Così come è godibilissimo, ma nient’altro, questo “Jet Ear Party”; e, forse, anche piuttosto noiosetto in certi frangenti. In fin dei conti, nel confronto con il disco precedente, la nuova creatura di Kane finisce per stare leggermente sotto, soprattutto perché è evidente l’ascesa di un desiderio di normalizzazione, di una creatività poco incline al rischio.
E, comunque, se vi è piaciuto “February”, non vedo perché non possiate lasciarvi “abbindolare” dallo stomp-blues sornione di “Smear It”, da una “Gripped” sorretta da una batteria ferroviaria e agghindata da linee chitarristiche che disegnano desertici scenari di frontiera, dal country-western sbrigliato della title track o da quello, in versione motorik, di “Blissed Out Rag”.
Brani che non valgono il prezzo del biglietto, sia chiaro. Ma che, nondimeno, possono farvi passare qualche minuto in completa spensieratezza, magari facendo finta che il rock non abbia mai conosciuto altra ragione di vita che il buon gusto…
A chiudere, tre cover piuttosto riuscite: “THANK YOU Fallettinme Be Mice Elf Agin” di Sly Stone percorre territory r&b a là Wilson Pickett, inventandosi un delizioso, quanto stridulo assolo di cornamusa che davvero non t’aspetti; “Up in Flames” delle New Randy, con le voci di Lisa B. Burns e di Peg Simone a iniettare di candore una dondolante ballata; e, per finire, "Roller Coaster", un Bo Diddley dilatato che invita a ripassare l’abc della nostra, amatissima musica.
(11/05/2009)


