PJ Harvey & John Parish

A Woman A Man Walked By

2009 (Island) | alt-rock, folktronica

Un uomo e una donna. Che camminano insieme. Le mani si sfiorano, gli occhi s'incrociano e poi s'abbassano sorridenti. I passi si dipartono, la loro eco si perde per il mondo, ma solo per tornare, prima o poi, a incontrarsi. Sentieri che scorrono paralleli fino al prossimo crocevia delle loro esistenze. Un uomo, una donna. Come in un vecchio film di Lelouch rifatto in chiave noir dal Michael Winterbottom di turno.

PJ e John si conoscono da quasi un quarto di secolo, dalla prima metà degli anni Ottanta quando lui era il leader degli Automatic Dlamini e lei un'adolescente precoce ed entusiasta che s'intrufolava sul palco durante le loro esibizioni brandendo un sax (il suo primo strumento), una chitarra o gracchiandone i cori. E da allora - anche se ne è passato di tempo, e la fama mondiale, quella che ti cambia dentro e ti fa scordare di chi sono gli amici veri, ha arriso, in varia misura, a entrambi - non si sono mai persi di vista: nel '95 lui produce uno dei dischi più famosi di lei, "To Bring You My Love"; l'anno dopo lei presta la sua voce inestimabile a un album interamente composto da lui e firmato da entrambi, il "weilliano" "Dance Hall At Louse Point"; poi, ancora, due anni fa, quando la carriera di lei sembrava, musicalmente, a un punto morto, lui, cavaliere, è accorso aiutandola a mettere in cornice quel fulgido e controverso "ritratto di signora" che è "White Chalk".

La stessa coppia inossidabile, in odor di nozze d'argento, è all'opera nell'ideale seguito di "Dance Hall At Louse Point", non a caso intitolato "A Woman A Man Walked By" (anche se, per dirla tutta, si tratterebbe d'un immaginario menage a trois completato da Flood, già con loro tredici anni fa). Un album intenso, diretto, salace. In confronto al primogenito: più centrato sull'impatto delle singole tracce (che condensano nella forma-canzone spartana una molteplicità di spunti: dai più futuribili, sintetici, elettronici, a elementi rock classici, rootsy, distorsivi e muscolari) che sul climax teatrale del concept.

Lo si capisce già dall'opener e singolo "Black Hearted Love", tiro indie anni 90, dimensione anthemica, quasi Fm, un ritorno al futuro. Lo conferma, di filata, "Sixteen, Fifteen, Fourteen", duetto per banjo e chitarra acustica, folk malato e spasmodico che rimanda al terzo Zeppelin e PJ che sembra davvero contare gli anni al contrario per risalire fino alle più scatenate performance vocali della sua adolescenza. E se l'autoharp di "Leaving California" (punteggiata di wurlitzer e riverberi di feedback) e "The Soldiers" rimanda alle atmosfere neo-vittoriane presenti nell'ultima fatica della cantautrice del Dorset, nell'esplosiva title track Parish ricarica le batterie del suo fregolismo vocale (recitato, gutturale, falsetto, screaming) in una sorta di abbacinante inno post-femminista alla mascolinizzazione che sciama fino alla chiusa electro-percussiva da kabuki psichedelico (denominata "The Crow Knows Where All The Little Children Goes") e sugli stessi toni apocalittici si eleva il paleo-grunge tribale per farfisa e chitarra di "Pigs Will Not".
"The Chair" condensa in due minuti e mezzo bassi dub, ritmiche kraut, ripartenze chitarristiche e ascensioni chiesastiche; "April" e "Passionless, Pointless" fondono in modo suggestivo e originale elettronica downtempo e dream-folk con PJ che mesmerizza la scena come una soprano strangolata nell'abbraccio d'un fantasma dell'opera.

Una delle migliori PJ dai tempi di "Stories Of The City, Stories Of The Sea". E un John, pregiatissimo demiurgo del rock alternativo, che di comune ha solo il nome. Una donna e un uomo.
 

(29/03/2009)

  • Tracklist
  1. Black Hearted Love
  2. Sixteen, Fifteen, Fourteen
  3. Leaving California
  4. The Chair
  5. April
  6. A Woman A Man Walked By/The Crow Knows Where All The Little Children Go
  7. The Soldiers
  8. Pig Will Not
  9. Passionless, Pointless
  10. Cracks In The Canvas
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