Una band di Seattle dalle sonorità blues e psichedeliche con un pizzico di garage e una voce femminile (Shana Cleveland) ricca di sfumature sensuali, una leggera derivazione dai primi Doors, il tutto sostenuto da pregevoli strumentisti e da una discreta scrittura: sembrerebbe una introduzione perfetta per The Next Big Thing, ma purtroppo non è così.
Viene da chiedersi cosa renda “Rotting Slowly” un buon album privo di colpi di genio, sarà colpa forse dei quattro anni trascorsi in cerca del giusto equilibrio sonoro, un lasso di tempo che ha attenuato parte della connotazione garage che diversificava il loro sound, anche se basta ascoltare l’ottima “Dragon’s Crotch”, dove il gruppo scioglie le briglie donando un brio inaspettato, per comprendere le reali potenzialità della loro proposta, senza trascurare inoltre la loro attitudine più moderna, che si manifesta nella scarna e malsana “Teeth Of All Types”, inzuppata della miglior musica americana anni 90 ( X, Breeders).
Privo di canzoni brutte o poco ispirate, il disco realizza una deliziosa sequenza di atmosfere ora drammatiche ora appassionate, convogliando il loro mix di blues, country e psichedelia verso lidi ora più sperimentali “Nicaragua” (vera perla dell’album), ora più cantautorali (“Black Sand") senza perdere omogeneità.
Tale densità sonora si rivela poi il vero limite del gruppo, il suono eccessivamente criptico smorza il prezioso equilibrio elettro-acustico (con tanto di banjo e harmonium) rendendo l’ascolto forzoso e privo di sussulti.
La gradevole sensazione che regalano gran parte degli episodi e la consapevolezza della integrità artistica del gruppo fanno ben sperare per gli sviluppi della loro proposta, una scrittura meno derivativa e una direzione sonora più precisa potranno sottolinearne le evidenti potenzialità, per questo esordio possiamo solo esprimere una fievole ammirazione.
(24/05/2009)


