Massimo Volume

Cattive Abitudini

2010 (La Tempesta) | post-rock, art-rock

Alla fine ce l'hanno fatta! Dopo dieci anni d'assenza arriva nei negozi "Cattive Abitudini", il nuovo lavoro dei Massimo Volume. Con Stefano Pilia entrato in famiglia alla seconda chitarra, Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini colmano distanze e gettano ponti tra stagioni lontanissime, riprendendosi il loro spazio. Che poi è uno spazio, come sempre, fatto di personaggi più o meno rilevanti, di storie minime e di contesti sfuggenti, ma anche di sfumature esistenziali quasi impercettibili.
Eppure - lo dico, così mi tolgo il pensiero! - l'emozione di riaverli di nuovo con noi non nasconde la natura interlocutoria di un disco che, tra le sue pieghe, adombra mille rimandi ai momenti più o meno importanti del loro repertorio.

"Cattive Abitudini", in sostanza, può essere letto come una sorta di sintesi "classica" di tutto quello che è stata l'avventura Massimo Volume. Una sintesi che raccoglie quell'eredità, rifocillandola e proiettandola verso il futuro. Poco importa, insomma, il valore musicale di queste dodici non-canzoni, perché qui interessa ristabilire un contatto, rimettere in carreggiata una vecchia storia d'amore, ridestare vecchi incantesimi. E, tuttavia, esagerare la portata delle emozioni a nulla servirebbe, perché, in ogni caso, le vette dei primi tre dischi restano lontane.

"Mostrare i punti dove la vita ristagna" (per dirla con un bel verso di "Le nostre ore contate") sembra essere lo scopo ultimo della poetica di Clementi. La vita con cui le sue parole si confrontano è fatta di epifanie sparse, cui il poeta (perché questo è, in fondo, Mimì...) deve prestare attenzione, districandosi tra le ragnatele dell'ovvio, in bilico tra rapimenti del cuore e debolezze del corpo. Intorno a questo vagabondaggio di parole e immagini s'aggirano le chitarre di Sommacal e Pilia, i cui intrecci (ampiamente rodati dalla recente attività live) disegnano arabeschi e squarciano orizzonti lirici fatti di memorie disseminate nel tempo, tra gli echi del suo lamento ("Robert Lowell", "Coney Island"). Si tratta di brani-narrazioni che procedono, spesso e volentieri, per lenta accumulazione, aprendosi dentro splendori post-rock, calandosi verso profondità in disfacimento o lasciando il campo a meandri rumoristi.

Se la vita può essere "tranquillamente racchiusa in un banale quadretto balneare" ("Tra la sabbia dell'oceano"), allora ogni attimo di questo esserci contiene dentro di sé il segreto dell'esistenza stessa. Ecco perché Mimì continua a spulciare tra i rivoli anche più umili del quotidiano. Altrove, saranno elegie dimesse, a tratti estremamente diradate e cariche di pathos sibillino, a tentare questa scalata lungo la parete verticale della Vita ("Avevi fretta di andartene", "Invito al massacro", "Mi piacerebbe ogni tanto averti qui", "In un mondo dopo il mondo"), mentre l'amore persiste nella sua meravigliosa enigmaticità. E se "La bellezza violata" ricorda la nostalgica solarità di "Stagioni" (su "Da Qui"), il piglio nevrotico e l'inquietudine post-punk di "Faust'o" e del singolo "Litio" riportano alla memoria i momenti più tormentati dell'esordio "Stanze". Perché, in fondo, il tempo continua a scorrere lungo i bordi. Oggi come allora.

(06/10/2010)

  • Tracklist
  1. Robert Lowell
  2. Coney island
  3. Le nostre ore contate
  4. Litio
  5. Tra la sabbia dell'oceano
  6. Avevi fretta di andartene
  7. La bellezza violata
  8. Invito al massacro
  9. Mi piacerebbe ogni tanto averti qui
  10. Fausto
  11. Via Vasco de Gama
  12. In un mondo dopo il mondo
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