In un soleggiato pomeriggio incontriamo Emidio Clementi, frontman dei Massimo Volume, da poco sistematosi nella sala del Teatro Lauro Rossi di Macerata, in attesa dello spettacolo organizzato dall’Hamlin Fest.
Mimì si concede generosamente per una lunga chiacchierata, mentre osserviamo seduti dalle poltroncine del teatro i lavori svolgersi frenetici sul palco. Si preannuncia una serata insolita per la cittadina e per la venue stessa.
Ho molto apprezzato “Aspettando i Barbari”: l’ho trovato diretto, tagliente, a tratti anche cattivo. Mi ha stupito perché se c’è una cosa che non avrei associato alla vostra musica, questa è l’immediatezza. Eppure ho sperimentato una certa facilità a entrare in esso.
Stando a tue dichiarazioni fatte in passato, il disco è nato con presupposti molto diversi da quelli del suo predecessore, “Cattive Abitudini”. Hai inoltre più volte definito quest’ultima fatica più fredda rispetto alla precedente. Ci parli un po’ delle differenze tra questi lavori post-reunion?
La linea che abbiamo seguito stavolta è stata dettata proprio da “Cattive Abitudini”, che è un disco che rifarei tale e quale ma forse ha posto un po’ un limite. Questo perché ha un suono per l’appunto molto caldo – sarà per il processo di registrazione analogico o per il modo in cui è suonato – ed è anche molto confidenziale. Tuttavia ci è sembrato anche un po’ un limite per il quale andavamo incontro a qualcosa che non ci convinceva poi tanto, con la voce così presente, vicina, bassa.
L’idea era quindi di ripristinare le distanze. La prima scelta è stata quindi quella del digitale, il che ha di fatto anche segnato la scrittura. “Aspettando i Barbari” è un disco che abbiamo fatto un po’ in vitro: non abbiamo avuto la possibilità di lavorare tanto insieme e contemporaneamente, molto è stato realizzato ciascuno per conto proprio e abbiamo lavorato molto sulle tracce. Quest’ultimo aspetto era meno evidente in “Cattive Abitudini”, dove invece avevamo realizzato molte takes, il che ha facilitato di molto poi il live, perché una volta finito l’album eravamo già pronti a suonare. Questa volta invece abbiamo dovuto di fatto imparare a suonare il nuovo disco.
In effetti si nota nel nuovo album un certo lavoro anche con le sovraincisioni.
Sì, ce ne sono eccome. Però forse per la prima volta in vita nostra siamo riusciti a tenere le redini fino alla fine di quello che volevamo fare. In passato, dopo che eravamo partiti su alcune idee generali il disco alla fine prendeva sempre la mano su quelle che erano le intenzioni. Stavolta volevamo fino in fondo avere un disco più compatto, con un suono spigoloso, duro e che non ci fossero momenti più rarefatti, come accaduto in passato. Magari l’unica eccezione sta nella conclusiva “Da Dove Sono Stato”.
Proprio per questo ho trovato singolare l’aver percepito “Aspettando i Barbari”, che è un disco più elaborato e ragionato di un lavoro “a presa diretta” come “Cattive Abitudini”, come generalmente più immediato e meno ostico.
Secondo me, aiuta molto il fatto che sia un disco più veloce, il che in generale ne aumenta parecchio la fruibilità. Considera poi che è un disco sul quale abbiamo lavorato per quasi un anno di registrazioni, ovviamente diluite nel tempo. Però è anche un disco molto pensato, io lo trovo molto comunicativo, anche al di là dei testi. Comunque a te come altri ha fatto questo effetto, ma non ti nascondo comunque che molte altre persone lo hanno trovato più ostico, invece.
Mi sembra anche che qui il testo sia meglio amalgamato con la musica, rispetto al passato.
Sì, questo grazie all’avere avuto a disposizione molto tempo per la realizzazione. Ho avuto tutta la calma e tranquillità necessaria per registrare le voci, quando la musica era in buona parte già composta.
Immagino quindi che avendo tu già una struttura pronta sulla quale lavorare ti sia sentito agevolato nell’inserire al meglio la tua voce, anche al fine di perfezionare la melodia. Si nota ad esempio una forse insolita attenzione per la rima.
Assolutamente. La musica ti dà molte indicazioni su come lavorare a livello dei testi, ti dà molti indizi. E’ come lavorare su una stanza ammobiliata: ancora non sai come si muoveranno i tuoi personaggi ma hai già un percorso di massima delineato. Non sei di fronte al classico foglio bianco.
Mi sono sempre chiesto come faccia un artista a capire quando sia il momento di fermarsi…
Intendi dire definitivamente?
No. Mi riferisco al porre fine al processo di realizzazione di un disco!
Beh, in ogni caso anche il problema di capire quando fermarsi come band non è un problema di poco conto! (ride, ndr)
Comunque, tornando alla realizzazione di un disco: per come la immagino io, quando un artista è alle prese con la sua opera vorrebbe sempre aggiungere qualcosa, rivedere meglio questo o quell’aspetto… ma quando capire che è il momento di stringere e chiudere i lavori?
Sai, è pur vero che dopo un po’ le cose iniziano a marcirti tra le mani. Lì devi chiudere e di solito lo senti quando è il momento giusto. Però, come nella scrittura, segue anche un periodo di revisione che è molto importante, se non più importante della scrittura stessa.
E’ vero, ci sono sempre cose che avrei voluto scrivere diversamente, anche in questo stesso disco. Però se penso a quante cose sono uscite anche nel momento del mixaggio… ad esempio penso alla chitarra di Egle che modula un po’ questo feedback nel pezzo iniziale (“Dio Delle Zecche”, ndr), che di fatto lo ha un po’ risolto. E’ una chitarra che è uscita fuori ascoltando più volte quel pezzo durante il mixaggio. Egle mi fa: “Senti, mi lasci un canale che ho un’idea di chitarra?”. E quello è stato un contributo aggiunto proprio all’ultimo momento, come poi molti altri, quindi penso che alla fine ci siano più cose che abbiamo guadagnato in corsa che quelle dove ci siamo messi lì a rifare, che pure ci sono.
Comunque, penso anche a cosa diceva O’Connor: “Un buon racconto non finisce mai, non puoi mai mettere un punto, perché ha delle continue linee di fuga che puoi sfruttare”.
Proprio a proposito di racconti. Quando promuovevi il tuo libro “La Ragione delle Mani”, dichiaravi di trovarti bene con il formato dei racconti, nella loro sinteticità. Pensando al parallelo con la musica e considerando quanto i testi e i tuoi personaggi siano centrali nei Massimo Volume, non vi ha mai colto la tentazione di realizzare un vero e proprio concept-album?
Da un lato è un bello stimolo, dall’altro ho paura che mi condizioni, che diventi un vincolo, un canovaccio che poi mi ritroverei a dover seguire forzatamente. Se un giorno avessi un’idea, un argomento così forte da protrarsi e ripetersi per più canzoni, magari lì potrebbero porsi le basi necessarie.
Ad esempio, penso a Flavio Giurato, del quale mi piacciono molto i suoi dischi. Ce n’è uno che poi in verità non conosco, ambientato nella Roma del periodo della guerra (il primo Lp, “Per Futili Motivi”, ndr). Ecco, lì a pelle già mi interessa un po’ di meno approfondirlo perché lo sento come costretto, poi magari non è così…
Che poi il rischio grosso nel concept è che i singoli brani che lo compongono perdano forza una volta estrapolati dal loro contesto. Solo i migliori dischi riescono a offrire dei brani con una personalità propria ma che allo stesso tempo funzionino nel disegno generale.
E’ proprio così! E poi è una cosa che tante volte diventa una roba che sfiora l’ideologia, dentro la quale devi stare ad ogni costo. Ad ogni modo, non escludo a priori la cosa per il futuro.
Comunque, di fatto, capita molto spesso che un disco abbia un argomento dominante, sebbene non esplicitamente dichiarato. Ad esempio, in “Aspettando i Barbari” è più volte richiamato il tema dell’attesa. Penso alla title track, ma anche a “La Cena” e “La Notte”.
Sì, ma anche dell’utopia, del sogno che alcuni dei personaggi che cito hanno raggiunto con tenacia: mi riferisco a Füller, Mao, John Cage…
Ma ci sono anche storie finite diversamente. Noto in molti personaggi un senso di disillusione, contornata da un’atmosfera decadente. Tu ami dichiaratamente soffermarti sulle conseguenze più che sul momento cruciale, come se impostassi un’inquadratura dove il fuoco sta nella situazione finale, con il passato sfumato nello sfondo, al quale ti limiti ad alludere. Eppure qui il tema dell’attesa rovescia del tutto la prospettiva, proiettando lo sguardo verso un futuro prossimo che incombe e che ha l’aria di essere tutt’altro che roseo.
E’ vero, è così. Diciamo che la cosa che più mi terrorizza è l’attimo in cui succedono le cose, perché non mi sento tanto in grado di descriverle, probabilmente per un mio limite tecnico. Allora sposto sempre il punto di vista, in avanti o indietro.
Devo dire che negli ultimi due dischi ho fatto meno fatica rispetto al passato a scrivere i miei testi. Credo di essere stato bravo a evitare la situazione in cui quando lavori si accumulano i testi da scrivere, per addirittura 7-8 canzoni. Stavolta sono riuscito a stare al passo con gli abbozzi dei brani, così come uscivano, donando loro un testo e permettendomi così di assicurarmi che il lavoro fosse omogeneo. Sono le parole che dettano la struttura e gli equilibri del pezzo e senza di loro si fa un po’ fatica, perché a un certo punto è necessario che siano dentro per iniziare a capire dove sia necessario tagliare o fare tutto quello che prevede la fase di produzione di un pezzo.
Non conoscevo Coetzee e, incuriosito dal riferimento all’opera omonima “Aspettando i Barbari”, ho provato a informarmi. Mi ha fatto riflettere la storia di questo magistrato che per anni vive nel piccolo ambito della sua realtà (un insediamento di frontiera in un contesto di guerra tra l’Impero e i barbari), ignorando il grande scenario che è al di fuori di esso. Ho la sensazione che sia una situazione simile a come spesso viene descritta la nostra epoca: ci troviamo persi nella nostra piccola quotidianità, sonnecchiando passivi e indifferenti verso ciò che sta succedendo là fuori, con il timore che ci venga presto o tardi presentato un conto che potrebbe essere salato. Sono fuori strada?
No, affatto. Il suo libro l’ho letto anni fa e mi è rimasta l’atmosfera generale che esso descrive. Su quella mi sono rifatto per scrivere il testo della title track. Mi piace come spesso fa lui: sa mettere in scena un mondo che non riesci a percepire temporalmente dove sia. Nell’antichità? Nel presente? Francamente non ricordo bene se lui lo indichi o meno. Ad ogni modo sono partito da questo elemento e tutto è agganciato alla frase finale: “Ora che la sera accorcia le ombre noi ci ritiriamo e, di fronte allo specchio, come spose ci acconciamo in onore dei barbari”. Il testo è nato partendo da questa conclusione.
Poi dentro ci sono tante cose personali: l’immagine delle braccia che sembrano ali stanche è quasi privata, nata durante una vacanza in Grecia mentre osservavo mia moglie che dormiva accanto a me. Il disco comunque vive molto di queste due facce: uno è il da te citato “grande scenario”, l’altra è la mia sfera privata. Sembravano mondi molto distanti ma trovavo interessante il fatto che potessero mescolarsi, che potessi inserire la mia sfera privata in quella generale.
Cambiando argomento, concludo girandoti qualche domanda del nostro Claudio Lancia, che tanto ha scritto su di voi per OndaRock. Prima di tutto sul tuo modo di cantare, declamando, che era relativamente poco diffuso quando siete esorditi. Oggi c’è invece un gran proliferare di questo stile. Facile fare riferimento agli Offlaga Disco Pax, spesso associati a voi, ma anche a Vasco Brondi, Il Management Del Dolore Post-Operatorio e altri ancora. Come vedi questa evoluzione, ti senti un pioniere?
Beh, sì… ma anche noi a nostra volta avevamo ereditato dagli Starfuckers e da alcune cose dei Cccp prima ancora dei Csi. Sicuramente non lo abbiamo inventato noi.
Sai, stavamo parlando proprio pochi giorni fa con il nostro fonico su come sembra strano che quello che per molti viene visto come un impedimento ad avvicinarsi alla musica dei Massimo Volume – ovvero il fatto che noi non cantiamo e che quindi facciamo una musica che può risultare pesante – sia vicino in realtà alla forma di musica più fruibile in questo momento, che è il rap. Lì alla fine si parla lo stesso, solamente più a tempo; tempo che è determinante per stabilire se qualcosa sia noioso o meno.
La vera difficoltà sta nel fatto che questo tipo di messaggio spezza un po’ questa distanza prospettica, con questa voce che senti sempre molto addosso. Tu autore devi essere molto attento a usare le parole giuste per ripristinare un po’ questa distanza. In caso contrario il rischio di apparire retorici e tronfi, creando un senso di fastidio nell’ascoltatore standogli troppo addosso, è alto. Già la parola “declamare” è tronfia di per sé!
Che poi anche Manuel Agnelli, tuo amico, proprio in occasione della sua partecipazione a Club Privè…
…pure in un suo album c’è un brano declamato, se non ricordo male.
Appunto. E’ buffo come nonostante lui allora fosse in veste di produttore è finita che pochi anni dopo, in “Quello che non c’è” degli Afterhours, sia apparso proprio un brano declamato: “Ritorno a casa”. C’è il tuo zampino lì?
No, magari zampino no. Sicuramente mi ha fatto un grandissimo piacere sentirlo, così come nel bellissimo disco “L’erba” di Fausto Rossi, che aveva collaborato per “Lungo I Bordi”, c’è un brano parlato. Oddio, magari lo aveva scritto prima, in ogni caso mi fece molto piacere sentirlo.
Certo, sentirlo fare da uno come Manuel ti rende inevitabilmente orgoglioso…
Ti ringrazio per la disponibilità Emidio. Pronti per stasera?
Prontissimi. E’ la prima volta che suoniamo in questo posto. Mi piace molto anche se è strano: in un club hai il contatto del pubblico, mentre in un teatro ti puoi sentire un po’ isolato, dal palco ti sembra di stare in un acquario.
Ad ogni modo è bello essere qui, sono praticamente a casa, sebbene qui a Macerata sia stato solo un paio di volte. Domani invece farò ritorno nella mia San Benedetto del Tronto!
Al di là dei timori di Clementi, il concerto è un successo. I Massimo Volume offrono una performance granitica, passando in rassegna quasi tutti i brani di “Aspettando i Barbari”. Il disco conferma ancor più cattiveria dal vivo, nonostante le considerazioni sulla sua produzione particolarmente stratificata.
Molto spazio viene concesso anche a “Cattive Abitudini”, disco molto amato dai seguaci della band, stando alle reazioni degli stessi all’avvio di “Litio”, oltre alle preventivabili esultanze con i brani di “Lungo i Bordi”.
Particolarmente decisiva è Vittoria Burattini, potentissima alle percussioni e vero motore della band. Nonostante i limiti imposti dalle poltroncine del Teatro Lauro Rossi, il pubblico è un campo di sagome che si scuotono nervose, dirette dalle ritmiche ossessive della batterista anconetana.
L’entusiasmo finale è tale che, a concerto finito, gli applausi e le ovazioni si protraggono per diversi minuti anche dopo il secondo bis “Ororo”. Clementi torna quindi sul palco per un ultimo saluto agli accorsi, visibilmente colpito da tanto calore; la lunga attesa per averli qui non ha minimamente stemperato il desiderio di assistere a un pezzo di storia del rock italiano.
(Macerata, 29 aprile 2014)
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| Intervista ai Massimo Volume
di Magda Di Genova, Giuseppe Pias Che il soundcheck duri più di quello che ci aspetti, è normale. Quello che i Massimo Volume hanno affrontato al Teatro di Borgosatollo è stato lunghissimo in quanto problematico, ma ha messo in luce, ai miei occhi, la professionalità, l’amore del gruppo per la musica e la grande umanità dei componenti. I Massimo Volume si sono riuniti. Ci siete mancati! Che io ricordi, la sonorizzazione di “La Caduta di Casa Usher” è avvenuta prima. È stato facile tornare a suonare insieme? Non vi eravate mai persi di vista? Immagino il Museo del Cinema lo pubblichi su Dvd. Stasera suonerete in un teatro. Non la trovo una soluzione bizzarra per i Massimo Volume, al contrario. Emidio, abbi pazienza, sto esplodendo, proprio non ce la faccio, te lo devo chiedere. Durante il check, il tecnico del suono ti ha chiesto quando canti. È stata la prima volta che te lo sentivi chiedere? Parliamo di un disco in cui hai cantato in un paio di brani. “Club Privé” è stato un disco coraggioso: vi siete allontanati dal classico suono dei Massimo Volume e vi siete avvicinati ad una “forma canzone” un po’ più classica. La trovo una canzone molto dolce, molto tenera. Quanti anni avevate quando vi siete conosciuti? Giusto, l’elettronica: ci sarà qualcosa di elettronico nei Massimo Volume? Avete già proposte di contratto? Mi hanno anche detto che è stato scritto in terza persona, tipo di narrazione che hai utilizzato pochissimo. Per chi uscirà? Il fatto di aver sempre scritto sia i brani che i libri principalmente in prima persona, ha qualcosa di autobiografico e di lenitivo? C’è molta differenza, per un narratatore puro come lo sei tu, tra la stesura di testi per brani e quella di testi per racconti o romanzi? Come l’affronti? Lo scorso anno hai partecipato ad un festival di poesia a San Francisco. Come ti hanno contattato? Capita di ascoltarla la mattina? Quindi non ascolti mai “Il Ruggito del Coniglio”? E sai che da un paio d’anni si sono inventati la “Coppa Rimetti”? Dunque, la “Coppa Rimetti” è una specie di torneo in cui vengono presentate, due per puntata, le canzoni più ridicole in circolazione e la peggiore, secondo il parere del pubblico, passa il turno… E non solo hanno trasmesso “Dopo Che”… …Ha anche passato il turno! |