Piers Faccini

My Wilderness

2011 (Ponderosa Music & Art) | songwriter

Spesso, in un disco di impronta cantautorale, la cura dei dettagli non accompagnata da una forte spinta emozionale è vista come un aspetto negativo per la resa dell'opera. Normalmente uno scrittore di canzoni viene visto come qualcuno che debba mostrare uno stato d'animo in modo forte e coinvolgente attraverso il proprio lavoro e, se non lo fa, l'impressione è che abbia semplicemente voluto esibire il proprio talento senza dare al risultato un qualsivoglia valore artistico. Invece questo quarto disco di Piers Faccini, anglo-italiano di stanza in Francia, rappresenta un ascolto appagante, nonostante il mestiere abbia una netta prevalenza sul cuore nella costruzione del suono e nel modo di cantare.

L'idea generale dell'album è quella di proporre un suono morbido e delicato, che abbia, però, sempre una certa pienezza e rifugga dall'essenzialità. Accanto alla chitarra, quasi sempre acustica, dell'autore e a una sezione ritmica insistente, troviamo, di volta in volta, altro strumenti che conferiscono colori e sfumature variabili ai singoli episodi. I delicatissimi saliscendi di archi in "No Reply" e "Strange Is The Man", la marcata linea di tromba in "The Beggar & The Thief" e l'utilizzo dello stesso strumento con un ruolo più di secondo piano in "That City, la vivacità controllata in "Dreamer", l'elettrificazione della chitarra nella title track sono tutti espedienti che suonano molto più figli di uno studio calcolato che dell'esigenza di valorizzare una qualche espressività emotiva.
Anche il timbro vocale di Faccini sembra più attento a mantenersi all'interno della giusta tonalità più che mostrare almeno un minimo di trasporto verso ciò che sta cantando e le atmosfere create dall'interazione tra la stessa voce e le descritte raffinatezze proprie degli arrangiamenti.

Lo stile melodico e la qualità del songwriting dell'autore, però, riescono a trasformare questa mancanza di genuinità in un qualcosa che dà comunque piacere. Certo, esso è tratto dall'esclusiva contemplazione della pura bellezza estetica dell'opera, senza che le corde dei sentimenti vengano minimamente toccate, ma è tale l'equilibrio tra classe e facilità d'ascolto delle melodie che un'espressione artistica così distaccata e quasi aristocratica è semplicemente la migliore possibile per sfruttare al meglio una simile qualità compositiva.
La scrittura e le descritte scelte strumentali e vocali sono talmente centrate e allo stesso tempo accostabili tra loro che davvero non si sente il bisogno di altro. Il disco, inoltre, ha la capacità di non sembrare mai scontato, anche grazie a come, nello sviluppo di ogni singolo brano, si inserisce sempre un piccolo elemento di discontinuità all'interno della struttura principale, ogni volta in modo diverso sia nei tempi che nella tipologia dell'elemento stesso: infatti, può trattarsi di uno stacco melodico, di un cambio nell'arrangiamento o anche di un vero e proprio inserto strumentale.

Non è facile trovare, in musica, una proposta che sappia dare a chi ne usufruisce il piacere epicureo del bello fine a se stesso. Anche solo per questo, "My Wilderness" è dotato di un carattere fortemente distintivo. Certo, un diverso bilanciamento tra cura e sentimento avrebbe rappresentato l'optimum, ma anche così questo disco ha le carte in regola per lasciarsi ascoltare anche per un lungo periodo di tempo.

(17/11/2011)



  • Tracklist
  1. No Reply
  2. The Beggar & The Thief
  3. That Cry
  4. Strange Is The Man
  5. Dreamer
  6. My Wilderness
  7. Tribe
  8. And Still The Calling
  9. The Branches Grow
  10. Say But Don't Say
  11. Three Times Betrayed
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