Loreena McKennitt

The Wind That Shakes The Barley

2011 (Quinlan Road) | celtic folk

Tempio di Sharon, nord di Toronto: fra antiche mura una soprano poli-strumentista ha registrato "The Wind That Shakes The Barley", il suo nuovo album, adesso in vendita in una confezione splendidamente eco-sostenibile. Nove tracce, nessun inedito: tutte rivisitazioni dei grandi classici celtici, reinterpretati con strumenti tradizionalissimi, svecchiati solo da qualche sparso eco elettronico, tutti legati da un comune sfondo socio-politico.
Per la canadese Loreena McKennitt, che ha dedicato 30 anni, ormai, al recupero del patrimonio pan-celtico, aprendosi anche all'influenza araba e balcanica, quest'ultimo lavoro ha il sapore di un ritorno alle origini profondamente biografico, come dichiara lei stessa: "Every once and again there is a pull to return to one's own roots or beginnings, with the perspective of time and experience, to feel the familiar things you once loved and love still".

Il risultato? Una perla malinconica, nella "fiumana del progresso". Un disco orecchiabile e  ottimamente suonato, ma che, dopo l'ascolto, lascia ben poco da dire, risultando di opinabile peso nello scenario storico-musicale nonché quasi insignificante per la carriera della McKennitt.
Quasi per un'evoluzione, punto d'arrivo d'un lungo percorso artistico: la voce della cantante, che in "The Mask And The Mirror" o in "The Visit" mescolava piacevolmente istinto popolare e tecnica classica, si spoglia della solita veste profetica e trascendente, guadagnando un tono umano, più espressivo e più intimo, giocando, ogni tanto, addirittura con le sovra-incisioni vocali, strumento proprio del pop.

L'apertura del disco è affidata alla canzone sulla carestia irlandese, "As I Roved Out On A Bright Day Morning", che l'eclettica compositrice divide in due momenti. Il primo è un'allegra ballata campestre per chitarra country, voce, cornamuse, fiddle e percussioni. Il continuo è un meditativo per vocalizzi aulici, synth e chitarra. L'alternarsi di pezzi dinamici con brani pacati si ripercorre per tutto l'album e ne determina la fruibilità e la fluidità. Ecco, infatti, la strumentale "Brian Boru's March", che inizia silvestre e fiabesca nelle gocce di cristallo dell'arpa, fra il vento dei tin whistle, per sfociare poi in una gran marcia per cornamuse e fiddle, suonando come una celebrazione del fiero popolo celtico.

Scivola languido e celestiale, invece, il lamento di "Down By The Sally Garden", reinterpretata con sincera fedeltà. Le danze vengono riaperte dall'accattivante girotondo di "Star Of The County Down", ma solo per essere subito spezzate da un teso racconto, notturno come una riunione segreta: "The Wind That Shakes The Barley", ballata che inneggia alla resistenza, scritta da Robert Dwyer Joyce in occasione della ribellione irlandese del 1798, suona un po' da title track, come il significato del disco.
La dolce e patriottica "The Death Of Queen Jane", la strumentale, salmastra "The Emigration Tunes" e la conclusiva, sincera e calorosa "The Parting Glass" cantano quello che è insieme un addio e una promessa di ritorno per i luoghi dell'arpa celtica.

Insomma, per chi è allergico alla polvere dei buoni vecchi interpreti, come i The Dubliners, ma è anche nauseato dal miele banale delle Celtic Woman o dal luccicante folk-pop dei The Corrs, ecco la soluzione per un tuffo avventuroso e spensierato nei boschi d'Irlanda, Scozia e Inghilterra, fra folletti, fate, castelli, amanti disperate, guerre, regine e rivolte.

(07/04/2011)

  • Tracklist
  1. As I Roved Out
  2. On A Bright May Morning
  3. Brian Boru's March
  4. Down By The Sally Garden
  5. The Star Of the Country Down
  6. The Wind That Shakes The Barley
  7. The Death Of The Queen Jane
  8. The Emigration Tunes
  9. The Parting Glass
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