Preceduto da un interessante mini-album, l’esordio di Marcus Foster è un altro tassello del nuovo panorama cantautorale inglese. Il suo “Nameless Path” è un frutto acerbo cresciuto sotto i germi di Tom Waits, Van Morrison e Bob Dylan, il suo patrimonio armonico è immerso in spazi bucolici e solari che ancora non possiedono tutte le caratteristiche per essere personali.
Piacevole e vigoroso, l’album si snoda con professionalità e sicurezza tra i fantasmi di Neil Young e Rod Stewart in cerca della canzone killer, ma la pur vibrante “Shadows Of The City” risulta ancor troppo derivativa per guidare l’opera verso il successo, e “Faint Stir Of Madness” sopravvive nell’ombra del country-rock-blues con soluzioni d’arrangiamento troppo ingombranti.
Più sicuro e deciso nelle ballad ricche di atmosfera e pathos, Marcus Foster possiede delle buone credenziali che in “I Was Broken” e “I Don’t Need To Lose You To Know” trovano il giusto equilibrio per essere apprezzate.
Non è un album avventuroso, “Nameless Path”, le ruvide sonorità di “Rushes & Reeds” non sporcano e le delizie melodiche di “Old Birch Tree” sono attenuate da sonorità prevedibili, ma è innegabile che l’autore possieda tutte le carte in regola per offrire più di un set di gradevoli e prevedibili esercizi di stile.
Le ambizioni non mancano e neppure la grazia, come dimostra la delicata “I Belong Here”.
Marcus Foster ripropone una serie di immagini e situazioni già vissute, non sempre con la giusta dose di emozioni e colori. Innegabilmente “Movement” poteva ambire a più di un mix tra Beatles e Mumford & Son, pur offrendo un rimarchevole refrain che cattura la mente.
La voce resta sempre ricca di note agrodolci, e non c’è comunque spazio per la noia in “Nameless Path”. Anzi, bisogna attendere il finale per immaginare quale sia il futuro del musicista inglese: “Memory Of Your Arms” è una canzone struggente e ricca di sangue, sudore e lacrime, la steel guitar si adagia con timore sulle note di piano e Marcus Foster estrae la grinta e la rabbia altrove sopita.
Abile songwriter, Marcus ha scelto un percorso ricco di ostacoli, lontano dai clamori del folk-lo-fi e dall’ombra lunga di Nick Drake. Il musicista inglese si confronta con autori complessi e tormentati, ma nel tentativo di domarne la creatività si rifugia nel prevedibile, pur generando una serie di piccole perle che fanno ben sperare per il futuro. La ghost track, con il suo incidere funebre e malinconico, suggerisce nuove strade da percorrere e tutto resta appeso al coraggio dell’autore, ma “Nameless Path” è un bambino che ha solo mosso i primi passi senza cadute o incertezze.
30/11/2011