Beth Orton

Sugaring Season

2012 (Anti) | songwriter

A dispetto di quel che si potrebbe pensare i tempi di William Orbit e dei Chemical Brothers non sono sepolti e dimenticati: Beth Orton, a quarantadue anni, sembra aver metabolizzato tutto ciò che di buono e di meno buono le è capitato in una carriera lunga abbastanza da permetterle di aspettare una piccola eternità prima di dare un seguito al disco forse meno apprezzato, e forse con più di qualche torto, della sua produzione, quel “Comfort Of Strangers” in cui la cantautrice inglese nel 2006 aveva voluto certificare una sorta di svolta in chiave acustica, o perlomeno più canonica rispetto al passato.

Oggi, sei anni e due figli dopo, esce “Sugaring Season”, un disco eccellente fatto di dieci canzoni in cui nulla risulta fuori posto. La solita batteria di collaboratori di prima classe stavolta è arricchita dalla presenza, in due tracce, della chitarra di Marc Ribot, e in generale, al di là della elegante e sicura produzione di Tucker Martine (Rem, Sufjan Stevens, Decemberists, My Morning Jacket), sembra di poter dire che far suonare un disco a gente del genere (tra gli altri il batterista Brian Blade e il bassista Sebastian Steinberg) è un lusso che difficilmente finisce per non ripagare.

Poi c’è la sua voce, naturalmente. Flautata, immateriale eppure solida: e la conosciamo bene la voce di Beth Orton, che si increspa come nella tirata iniziale di “Magpie”, con una incalzante ossessione, quasi psichedelica, da tenere a bada a fatica, o si assottiglia e si lascia modellare come un impasto pregiato nella fiaba amara di “Something More Beautiful”. Questa voce che sa essere anche sbarazzina, quasi volesse giocare, ogni tanto, a prendersi poco sul serio – e ascoltate “Call Me The Breeze”, i suoi mille veli, con quel wurlitzer che s’aggroviglia intorno al giro corto di Blade e le carezze di chitarra che ti solleticano l’umore.

Sono canzoni fatte di piccoli travagli, piccole storie e piccole felicità, e Beth dimostra di saper andare di valzer (“See Through Blue”) come di reggere il peso di un pianoforte lasciato a farle il controcanto da solo per quasi tutto il tempo di “Last Leaves Of Autumn”, senza ombra di dubbio una delle vette dell’album. Ma la verità è che risulta difficile trovare vertici di sorta, in alto e in basso, perché il livello di “Sugaring Season” – e qui sta la sua forza maggiore – è costante dall’inizio alla fine. È un disco che ragiona con un’unica testa e respira con un solo naso e una sola bocca, un disco che si muove senza scarti, fluido, compatto. Da “Magpie” alla bellissima “Mystery” sembra non passare più di un lungo istante.

La cura e il gusto dei particolari – ecco la lezione folktronica che non si disperde - fanno di questo lavoro uno dei più significativi di un 2012 decisamente povero di idee e di coraggio. Se è per questo, direte voi, dove starebbe il coraggio di Beth Orton? Probabilmente nella disinvoltura con cui, dopo un periodo di silenzio che avrebbe affossato la popolarità e la baldanza di musicisti ben più in vista, se ne esce fuori con un disco totalmente estraneo a tutto ciò che va per la maggiore in questi giorni, forte per la qualità della scrittura delle canzoni e per il modo in cui le canzoni sono suonate, un disco compatto ma non monolitico, classico ma non banale. Un disco a fuoco, e centratissimo. Welcome back, Beth.

(19/10/2012)

  • Tracklist
  1. Magpie
  2. Dawn Chorus
  3. Candles
  4. Something More Beautiful
  5. Call me the Breeze
  6. Poison Tree
  7. See Through Blue
  8. Last Leaves of Autumn
  9. State of Grace
  10. Mystery
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