Django Django

Django Django

2012 (Because) | electro-pop-folk

Tesse la sua tela infinita il pop britannico, come una Penelope indefessa, indaffarata e ignara dell'eterno domani post-beatlesiano. Centinaia di possibili intrecci, di ricami riusciti e a volte mirabili, di nodi spesso difficili anche solo da immaginare. Poi capita che l'atteso Ulisse si rifaccia vivo - e non è certo la prima volta - più splendente che mai, coraggioso, smargiasso, bellissimo, magari ancora una volta deciso a fare piazza pulita dell'attuale concorrenza. I suoi punti di forza? L'essere universale, cerchiobottista però avventuroso, abile nel fare da ponte tra le diverse chiavi della tradizione popolare, capace di unire innumerevoli vie di pensiero, premuroso nello stringere le mani ai gusti più disparati. Una mistura di folk, blues revival, beat, synth-pop, psichedelica, tropicalia, Morricone's style, surf, come dire buttiamo dentro il pentolone tutte le nostre passioni da cameretta, con il rischio di creare un pasticcio giovanilista neanche degno di una cantina addobbata a sala prove.

Invece no, sono i Django Django, sono in quattro, ex-studenti di Edimburgo, ma cavalcano le praterie a testa alta con la sicurezza e i baffi di Franco Nero. Geni assoluti dell'arte del riciclo e della ricreazione, sfrontati ma non a tal punto da apparire in scena trascinando una bara con i resti dei colleghi, preferiscono accarezzarne il ricordo ritagliandone le migliori foto per allestire un album che, arrivati all'ultima pagina, non sembra avere più nulla a che vedere con la nostalgia e l'adulazione. Un'opera di prestigio, si direbbe, questo debutto composto da tredici finestre aperte su orizzonti di buon gusto, equilibrio, magia. Dall'iniziale "Introduction" che trasporta gli Ultravox all'interno di uno Spaghetti Western, alla sua coda che si tramuta in "Hail Bop" citando gli unici Dandy Warhols ad aver catturato la simpatia delle classifiche, fino a "Default" con il suo saltellante incedere hip-hop cartoonesco risolto da una chitarra distorta pre-hendrixiana avvolta da armonie vocali tanto stagionate quanto contagiose. Sapori sixties si rincorrono sfrenati e beati senza un velo di rossore, senza un'ombra di sovraproduzione che ne appesantisca le forme perfette.

C'è più di un'ombra di Yardbirds tra le cadenze di "Firewater", "Silver Rays" e "Wor", come pure l'unione sincronizzata delle ugole di "Waveforms" rimanda ai tempi in cui David Crosby era magro e bello. Eppure ogni istante equivale a una sorsata di acqua fresca scovata chissà come in una ferragostana piazza italiana, se non una di quelle sovraffollate del boom, quando si ballava il geghegé ("Life's a Beach"). Quando poi, in uno spettacolare finale, i quattro passeggiano con un mega tappeto di synth su un tessuto arabeggiante ("Skies Over Cairo"), proiettandolo però in un paesaggio western come neanche (forse) Tarantino che ricrea Corbucci, per poi chiudere con la riesumazione della loro idea di Stone Roses ("Silver Rays"), ogni tipo di ritrosia, giustificata o meno, deve necessariamente fare un passo indietro. Seriamente favoloso.

(15/02/2012)



  • Tracklist
  1. Introduction
  2. Hail Bop
  3. Default

  4. Firewater

  5. Waveforms

  6. Zumm Zumm

  7. Hand Of Man
  8. Love's Dart
  9. Wor

  10. Storm

  11. Life's A Beach

  12. Skies Over Cairo
  13. Silver Rays
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