Goth-Trad

New Epoch

2012 (Deep Medi) | post-dubstep

In ambito elettronico (ma non soltanto), il 2012 sarà marchiato a fuoco, nel bene e nel male, dall'esaltante ritorno di William Bevan, firmatario con "Kindred" di un lavoro destinato a scompaginare ancora una volta le coordinate di quel macro-contenitore chiamato dubstep, contenitore che nel volgere di poco meno di un decennio ha già avuto modo di contaminarsi ed evolversi a dismisura.
Ma, se quest'anno sarà arduo trovare qualcuno che riesca nell'impresa di superare quanto maestosamente espresso dall'imperscrutabile inglese, c'è chi comunque da dietro gli tiene testa e non lascia che il margine di distacco diventi troppo ampio. Takeaki Maruyama, in arte Goth-Trad, indubbiamente rientra in questa categoria. Enigmatico ed elusivo produttore giapponese, con un buon nugolo di vinili ed Ep licenziati negli anni scorsi, il nostro riemerge dalla penombra con "New Epoch", lavoro di assoluto valore, indicativo di un'esplorazione sonora del tutto individuale del suono elettronico, nelle sue infinite potenzialità comunicative.

Lo si potrebbe catalogare sbrigativamente come uno dei tanti dischi che si inseriscono nel fertilissimo filone post-dubstep, e tagliare così la testa al toro, magari accennando a tutti quegli elementi stilistici atti a spostare il baricentro del suo sound qualche metro più in là dai colleghi cullati dall'ala protettiva di mamma Hyperdub.
In un certo senso, una descrizione simile troverebbe una sua ragione d'essere, perché del groove narcotico e alienante, perfino soul, che grossomodo distingue le produzioni di Kode9 e soci, non ve n'è se non qualche fugace indizio. Non è però questo il punto, o meglio, lo è soltanto in parte. E ciò semplicemente perché Goth-Trad non nasce in quel contesto; la sua provenienza (un Giappone che solo adesso comincia a mostrare le prime crepe in un rifiuto fino ad ora granitico nei confronti delle nuove proposte elettroniche dall'Occidente), ma soprattutto la sua formazione tradiscono un approccio diversissimo nell'elaborare e ricostruire il materiale dub, e non soltanto.

La libreria sonora di cui Maruyama è provvisto ha pochi eguali attualmente: la techno oscura degli esordi, se non è un ricordo lontano, ha ad ogni modo incrociato nel suo avanzare un gran numero di biforcazioni e svincoli che ne hanno indubbiamente allungato il tragitto, ma l'hanno reso al contempo più affascinante. Solo dopo varie peripezie, le compatte tessiture hanno cominciato ad ammiccare alle frastagliate ritmiche del dubstep, trovando in esse un approdo naturale verso la ridefinizione di un suono in continua trasformazione.
Ci si trova dunque catapultati a camminare su sinistri tappeti percussivi nell'iniziale "Man In The Maze", tra ondulati spunti di classica e plumbee cadenze halftime, bersagliati immediatamente da sferragliamenti industriali assortiti. Glaciali come pinnacoli artici si muovono i bassi della successiva "Departure", lontanissimi dalle tendenze future-garage in voga, su cui si innestano asperità di ogni genere a rendere il tutto, se possibile, ancora più disorientante.

La mancanza dell'elemento vocale, presente esclusivamente nella fascinosa "Babylon Fall", avvalora l'ipotesi dell'alienazione come concetto trainante del disco; le altre dieci tracce sono severe composizioni strumentali in cui l'intervento umano sembra essere ridotto al minimo. Non che manchino i momenti in cui la stesura dei pezzi prende una direzione lievemente più poetica rispetto al previsto: "Airbreaker" rivisita le inquietanti movenze witch-step di Hyetal e le trasporta in una dimensione più slabbrata e lisergica che mai. "Walking Together", invecem si impregna di evanescenti influenze tribali, ammantandosi di un fosco mantello esoterico.
E' una "poesia" che però viene schiacciata, compressa da una spessa coltre di detriti, tant'è che solo a sprazzi riaffiora in superficie. Tanto gli algidi contesti automatici di "Cosmos", caliginosa e minimale, quanto gli scoppiettanti lapilli glitch in "Anti-Grid" rimarcano con ossessività il formarsi di paesaggi al confine tra umanità malata e assoluta meccanizzazione, che, se interpretati nel giusto modo (come il nostro ha fatto), possono dare adito a letture di elevato spessore.

Con qualche lungaggine in meno (si parla di brani tutti attorno ai sei minuti di durata) l'album ne avrebbe sicuramente giovato. Anche ad essere così pignoli, resta forte tuttavia il sospetto di trovarsi di fronte a un progetto col quale Maruyama avrà modo, se lo vorrà, di scrivere un paragrafo importante dell'elettronica anni 10. Al momento, i ritratti post-tecnologici di "New Epoch" avranno sicuramente molto da raccontarvi.

 



Mirage (clip)

(03/04/2012)

  • Tracklist
  1. Man In The Maze
  2. Departure
  3. Cosmos
  4. Airbreaker
  5. Walking Together
  6. Strangers
  7. Babylon Fall (ft. Max Romeo)
  8. Anti-Grid
  9. Seeker
  10. Mirage
  11. New Epoch
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