Jonquil

Point Of Go

2012 (Blessing Force) | alt-pop

Punto e a capo. Punto di ripartenza. Con la punteggiatura non si dovrebbe scherzare, bisognerebbe invece fare una scelta. Dentro o fuori. Chiudere una storia (pareri contrastanti e/o piatti rotti) o prendersi una pausa e riprovarci, magari sotto mentite spoglie? I Jonquil hanno apparentemente deciso di approcciare il sentiero più irto di ostacoli: hanno sì tenuto l'insegna che li aveva visti protagonisti di lavori distanza fatti di materia popolare ma stralunata, sorta di folk corale, quieto ma al tempo stesso sguaiato, spesso psichedelicamente alienato; un lungo accompagnamento acustico privo delle sembianze di un centro focale (dare una sbirciata e un orecchio al precedente "Lions" di quattro anni orsono), per accomodarsi al tavolo di un pop scintillante, quasi sintetico, classicamente eighties, eppure non dimentico delle avventure per sei corde assortite, gorgheggi, un paio di birre e un falò a scaldare la notte in riva a un qualsiasi corso acqueo.

Sono rimasti in tre (più un amico), dai sei che erano a ballare l'Alligalli del malumore. "Point Of Go" allora: undici canzoni, non più bozzetti, produzione con quasi tutti i crismi, giusto per non esagerare, ritmi in evidenza perché stavolta oltre ad ascoltare e mugugnare in coro si balla e spesso pure di gusto. Anzi, a volte più che in Gran Bretagna pare di trovarsi al bancone di qualche bar caraibico, intenti a sorseggiare pina colada e a strizzare l'occhio a qualche bellezza sotto il sole: il movimento quasi salsa di "It's My Part" forse dimentica una "y" finale ma non centro le armi giuste per apparecchiare una bella festicciola, con chitarrine hawaiane, strofe simpatiche e ritornelli ariosi.
Un ottimismo che avrebbe fatto felice l'ultimo Tonino Guerra (ciao) e che si ode ben distinto anche nei momenti più meditabondi, come accade nella title track divisa in due parti, la prima esitante, raggomitolata, attendista, la seconda via via sempre più aperta alla giovialità man mano che i secondi passano. E anche le fasi più quiete ("History Of Headaches") risultano maggiormente lavorate, arrangiate, ricche di soluzioni strumentali, pronte a esplodere in territori pop, quello che mira alle masse e se non ci riesce dipende solo da congiunture socio-astrali.

Ma è la doppietta iniziale, "Swells" e "Getaway" che svela da subito il desiderio di aprirsi e di essere accolti da un numero di affezionati più grande di quello che solitamente ha atteso un loro accordo. Ed è qui che si scoprono alcune maschere prestigiose fonte di ispirazione, spesso anche smaccata: il Roland Orzabal più betlesiano (con ottoni a rimorchio), Nick Heyward con o senza Haircut, i Mansun, i Vampire Weekend; convergenze vocali soprattutto, ma non solo.

Un discreto pop album, privo di stimmate da classico, però galvanizzante, da ascoltare con una cartolina sudamericana in tasca. Vado in "Mexico" e vado al massimo. O almeno provo a crederci.

(22/03/2012)



  • Tracklist
  1. Swells
  2. Getaway
  3. It's My Part

  4. Point Of Go Pt. 1

  5. Point Of Go Pt. 2
  6. Run
  7. This Innocent

  8. Real Cold
  9. Mexico
  10. History Of Headaches
  11. Psammead
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