Lo aspettavano, lo spingevano un po' tutti, oltreoceano, verso questo disco. Il disco della dovuta "consacrazione" - la quale, questa volta, sembra quasi un giudizio a priori, perché tutte le scelte sonore e compositive sembrano voler indicare il conseguimento della maturità nella particolare formazione di Tim Showalter - del nomignolo Strand Of Oaks, da tempo sussurrato nel giro giusto e solo in attesa di qualche piccolo accorgimento per gettarsi nella mischia.
Uno di questi piccoli
tuning è certamente quello di essersi affidato a un nome come
John Vanderslice per la produzione di questo "Dark Shores", un lavoro che, dopo il bell'esordio di "Leave Ruin" (più folkeggiante e
Kozelek-iano) e il celebrato seguito di "Pope Killdragon" (più oscuro e sperimentale ma anche più carico emotivamente, tra synth e arrangiamenti elettrici), si distingue per immediatezza (pezzi quasi tutte brevi o brevissimi) e per l'attenzione alla canzone in senso stretto.
Decisamente più
Bazan ("Trap Door") che Kozelek, in questo "Dark Shores": la batteria, sorda, ossuta disegna, scava il tracciato per le interpretazioni sanguinanti di Showalter (dalle sfumature
black in "Satellite Moon" e nei
Fleetwood Mac di "Spacestations" e più teatralmente "
canadesi" in "Hard To Be Young"), incise dalle semplici ma ispirate progressioni di accordi del cantautore americano.
Un
Dylan emotivo e
Matsson-iano, quello di "Sleeping Pills", ma è forse più interessante la ballata astrale di "Little Wishes", che pare dettata e interpretata in sogno; anche se la star è indubbiamente il
Neil Young di "Maureen's".
Rimane insomma un disco più da Jagjaguwar (Anti no, sarebbe esagerato) che da Yer Bird, forse un passaggio obbligato per chi da un po' è al limite della popolarità. Album senza pretese, ma di belle canzoni.