Laish

Obituaries

2013 (Folkwit) | chamber-folk-pop

Witty and picaresque, moody and melancholic: questa è la musica dei Laish, comitiva di satiri e ninfe, di pirati e meretrici, uscita dalla penna di chissà quale misconosciuto romanziere d'avventura, pronta a riversarsi per le strade di mezza Inghilterra. Li avevamo lasciati distesi in una vasca, fradici e felici, e li ritroviamo due anni e mezzo dopo, di ritorno dalle loro festanti scorribande, in un’opera sempre ridente e venata di tristezza quale è “Obituaries”, secondo capitolo di una saga che continua a esprimere con incredibile levità le diverse situazioni che la vita riserva.
E' infatti lo stesso sguardo ampio, l'abbraccio avvolgente e deciso nei confronti delle vicissitudini dell'esistenza, ad animare nuovamente le canzoni della band inglese capitanata dalla figura di Daniel Green (stabilizzatasi oramai a vero e proprio quintetto, con la presenza di Emma Gatrill al clarinetto e alla fisarmonica) -  lo fa però con una consapevolezza se non nuova, perlomeno diversa, sferzante e colma di ironia. Temi come morte, infedeltà, insoddisfazione sentimentale sono quindi il fulcro lirico di una penna anche più sagace e inventiva dell'esordio, la quale affronta con vivace disinvoltura e pieno controllo territori pop, scivolosissimi se affidati a mani meno delicate.

Sul solco di una minimale grandeur dell’emozione (il rigurgito di “Carry Me”), “Obituaries” infatti amplifica, tra giochi di prestigio e magie vere e proprie, di violini e fiati, l’espressività naturale di girovago di Green, che si fa qui vero epigono Yorkston-iano con il solito, caratteristico lavoro chitarristico, dalle forti impressioni narrative (“Delicate Creatures”). E di fatto i cinque, forti della pronunciata dimensione bandistica acquisita, come pellegrini sulla strada di Canterbury a ogni tappa del loro tragitto si scrollano di dosso bagagli e fardelli, impugnano gli strumenti e cominciano a raccontare le loro storie, sul sottile crinale che separa la giovialità da un umorismo più cupo e riflessivo.

Il pop dei Laish, così come nei vicini Leisure Society, sa quindi essere diretto ed esprimere una vitalità arrembante anche quando espelle verità scomode (il power-pop rutilante e jangle di “Choice”), ma non accenna a diminuire la tensione nemmeno illustrando quadretti di quotidiana morbosità (l'incedere mesto dell'introduttiva “Obits”, ripresa poi nel più incalzante botta e risposta della title track). Se poi a volte appare più “facile” nel giocare con la malinconia (il lento in tempo dispari di “Discipline”, l’elegia di “Closer”), la tempra del quintetto sa però ribaltare il tavolo in brani da collettivo freak, come nei Flaming Lips in rotta verso le Orcadi della succitata “Obituaries”, prodiga di suggestioni marinaresche e alla Stornoway che poi si esprimeranno anche nelle sapide brezze rollanti di “Petty Ruiner”.

Esuberante e istrionica, ma mai dimentica di quella calorosa umiltà decantata sin dal titolo di un suo brano passato (al punto che non indugia a ricordarci quanto in fondo siamo tutti delle “creature delicate”) la band di Brighton perfeziona qui la cifra espressiva di un esordio comunque maturo e compiuto, con una sagacia e un'eleganza di cui ben pochi al momento sembrano padroni in terra d'Albione. Oltrepassato lo scoglio del “second difficult album”, i Laish, oramai il nome di punta di un Willkommen Collective sempre foriero di piacevoli sorprese, mostrano nuovamente quale sia il lato più fecondo e fantasioso della scena folk britannica. E chi li ferma più, adesso?

(01/04/2013)

  • Tracklist
  1. Obits
  2. Warm The Wind
  3. Carry Me
  4. Visions
  5. Delicate Creatures
  6. Choice
  7. Obituaries
  8. Petty Ruiner
  9. Discipline
  10. Closer


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