Theme Park

Theme Park

2013 (Transgressive) | alt-pop

Pare che i corsi di ingegneria gestionale in quel di Londra abbiano visto raddoppiate le richieste di ingresso. Merito probabilmente del successo delle recenti Olimpiadi. E, si sa, quando c’è da erigere qualcosa di divertente e funzionale, con tutti i comfort al loro posto, come pure i sorrisi, i britannici non temono la competizione.
L’obiettivo implicito è sempre quello di far apparire l’uggioso cielo inglese come l’apoteosi del soleggiato. Ci vuole padronanza, mestiere, entusiasmo e faccia tosta. Un’operazione sovente andata a buon fine, al di là dei non poco frequenti musi lunghi che regalano maggiore rispettabilità, come i capelli bianchi dei dentisti negli spot pubblicitari.

Prendete allora un gruppo di amici, tre come il numero perfetto, anche perché il quarto, appesantito da qualche rimorso proletario, ha fatto le valigie ed è scappato all’alba, seguitene le gesta preparatorie, tutti quei fogli ricchi di progetti che svolazzano di qua e di là, il tempo che passa (dannata burocrazia), e infine l’approdo alla meta agognata. "Theme Park", ovvero costruzione e gestione di un perfetto parco giochi, dove fare baldoria quando ci pare, magari sempre. O almeno fino a che qualcuno non ci dica che non è possibile, che Peter Pan non è una favola ma un trattato di psicologia applicata al comportamento perennemente, e colpevolmente, infantile.
Ci vuole ben altro ragazzi, per superare il severo muro dei permessi, la leggerezza dura lo spazio di una stagione, magari quella estiva. Da questo punto di vista, il percorso costruito dai fratelli Haughton e dal loro collega Manthorpe, che sembra il sosia bambino di Andy Murray, è geometricamente calcolato alla perfezione, con ombrelloni, sdrai, scivoli e trampolini, frizzi e lazzi al posto giusto.

Le tappe principali, quelle da non perdersi per nessun motivo al mondo, possiedono i nomi e il fascino giusto: “Big Dream”, pop dance sognante, rallentata in omaggio ai suoi riferimenti onirici, con intrecci vocali che rincorrono l’ugola principale, maliziosa e indolente (alla Michael Hutchence), chitarrine stoppate, un bel bassone grosso ma mai protagonista, i synth che riempiono l’aria; “Jamaica”, per esortare all’esotismo, ancora quelle voci, ancora le chitarre e il ritmo da post insolazione; “Tonight”, e i movimenti del bacino diventano più sostenuti, più presenti, così come la scansione delle avance; “A Place They ‘ll Never Know”, a rimarcare la distinzione dal popolo che non vuole divertirsi; “Saccades (Lines We Delay)”, tra sogno e realtà che vuole ancora rotolare tra le coperte; “Wax” e “Ghost”, ovvero le tappe dedicate alle dediche, agli omaggi, un bel karaoke per sentirsi anche solo per cinque minuti novelli Franz Ferdinand; “Blind”, l’ultimo salto in pista, l’ultimo cocktail, l’ultimo tuffo in piscina, l’ultimo coro che cresce alla distanza, da cantare tutti insieme.

Poi si accendono le luci e ti ritrovi in strada con un senso di soddisfazione non proprio epocale. Ne valeva la pena? Forse sì, forse no. Niente panacea, nessuna rivelazione, una discreta routine, domani si cambia club, mi dicono che tre isolati da qui ci siano dei tizi veramente bravi. Sì, ma il trio Haughton- Manthorpe? In fila all’ufficio di collocamento.

(20/03/2013)



  • Tracklist

1. Big Dream


2. Jamaica


3. Two Hours


4. A Place They’ll Never Know


5. Tonight


6. Saccades (Lines We Delay)


7. Wax


8. Ghosts


9. Still Life


10. Los Chikas


11. Blind
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