The Weather Machine

The Weather Machine

2013 (self released) | songwriter, alt-folk

C’era una volta un ragazzo che voleva rubare la corona al diavolo. Si chiamava Jack e, come è facile immaginare, le cose non sono andate a finire molto bene per lui. Per mettere in scena le sue gesta, Slater Smith ha raccolto un pugno di amici vecchi e nuovi. Una compagnia di cantastorie battezzata con il nome riservato sin dai tempi del college alle sue scorribande musicali: The Weather Machine.
Ma quella del re-scheletro Jack è solo una delle favole folk raccontate da Smith nel suo nuovo album: tra galassie lontane e leviatani contemporanei, l’essenza di “The Weather Machine” sta tutta nel gusto della narrazione. Con un nuovo slancio a sostenere l’arguzia di scrittura del precedente “Mr. Pelton’s Weather Machine”, lungo la strada della definitiva metamorfosi da progetto solista a band vera e propria.

Dove prima c’erano solo la chitarra e la voce di Smith (con l’accompagnamento occasionale della batteria del fratello Tanner e del violoncello di Matthew Cartmill), il marchingegno scaccianuvole del songwriter dell’Oregon recluta ora nuove forze: primo fra tutti Colin Robson, impegnato non solo al basso e alla chitarra, ma anche alla produzione dell’album. Tanto che “The Weather Machine” si annuncia come il primo disco sfornato nei neonati studi Kiwanda di Pacific City, allestiti da Robson nel suo vecchio garage in riva all’Oceano.
Sul passo spavaldo di “Galaxies!”, le angosce piccole e grandi del presente si trasfigurano in un incontro ravvicinato degno della penna immaginifica di Douglas Adams. L’incastro melodico di chitarre e archi fa pensare ai primi Hey Marseilles, con cui gli Weather Machine sembrano condividere il medesimo approccio alla materia folk: “Ho una strana contraddizione nei miei gusti musicali: amo profondamente le canzoni folk, ma ho anche solide radici nell’indie-rock e nel rock alternativo”, osserva Smith. “Con “The Weather Machine” mi piace pensare di essere riuscito a coniugare questi due mondi”.

Così, ecco “Little Surrender” vestirsi di malinconici accenti in stile Decemberists, mentre l’ossatura di ballate come “So, What Exactly Does It Say?” e “Superfolk” si arricchisce di sfumature. “È stato come mettere insieme un puzzle e provare un sacco di pezzi per vedere come si potevano combinare”, spiega sempre Smith. Il risultato è testimoniato dalle nuove versioni di un paio di episodi ripescati dal disco precedente, capaci di offrire nuovo spessore tanto all’enfasi declamatoria di “Leviathans Get Lonely” quanto ai ricami cantautorali di “Back O'er Oregon”.
Dai cori sgangherati di “With Love From Lisbon”, lo sguardo si spinge ad abbracciare tutto l’orizzonte tra gli arpeggi di “Over All The Land”, finché la polvere di una danza viene trascinata nella coda di un caotico crescendo: “Wide is the circle, wide is the soul/ Long is the skyline and the stories it holds”.

Al cuore del disco, però, c’è la discesa agli inferi di Skeleton Jack. Un po’ Orfeo e un po’ Percy Jackson (ma con lo humour gotico di Tim Burton), il personaggio ideato da Smith diventa protagonista di una vera e propria pièce in tre atti, carica della scalpitante teatralità dei Buster Blue e del gusto per l’ironia dei The Burning Hell.
“Act I - Skeleton Jack” mescola nursery rhyme e vecchie canzoni country per raccontare di come Jack riuscì a derubare il diavolo in persona, finendo condannato a rimanere scheletro per l’eternità. Poi, la scena cambia repentinamente e l’irresistibile incalzare di “Act III - Alexei Mikhail” dà voce alla vendetta di Satana contro Jack, in una sorta di surreale murder ballad a base di spie russe e reincarnazioni. Nel mezzo, a fare da parodia di una tragedia greca per la notte di Halloween, il controcanto del coro gioca con la morale della storia: “Don’t go stealing from the devil/ You know it’s not the right way/ It shouldn’t be a sin but it probably is anyway”.
A pensarci bene, forse è proprio così che il povero Jack, alla fine, ha potuto prendersi la rivincita su Lucifero. Perché, parafrasando l’ineffabile dottor Parnassus di Terry Gilliam, per ingannare il diavolo c’è un unico segreto: il racconto. L’universo stesso dipende dal fatto che, da qualche parte, ci sia qualcuno con una storia da raccontare. Nemmeno il diavolo può fare nulla per fermarlo. E di storie, Slater Smith e i suoi Weather Machine ne hanno un canzoniere pieno.

(12/04/2013)

  • Tracklist
  1. So, What Exactly Does It Say?
  2. Some Mountaintop
  3. Galaxies!
  4. Leviathans Get Lonely
  5. Back O'er Oregon
  6. Superfolk
  7. Little Surrender
  8. Act I - Skeleton Jack
  9. Act II - Chorus
  10. Act III - Alexei Mikhail
  11. Puppet
  12. With Love From Lisbon
  13. Over All The Land
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