Tullycraft

Lost in Light Rotation

2013 (Fortuna Pop!) | indie-pop

"Twee? It's all punk-rock to me" diceva Alistair Fitchett in un suo vecchio articolo: "Ho sempre odiato il termine 'Twee'. Non è abilitante. Non è politico. Non è in opposizione al rock. Non è neanche un distintivo atto a simboleggiare alcun onore di Pop puro. È solo umiliante e patetico. Non ha neppure una naturale ingenuità. È artificioso, forzato e intensamente irritante". E come biasimarlo? Jonathan Richman, Marine Girls, Shangri-Las, June Brides, Talulah Gosh, Pastels e tutti quei nomi che sono stati tacciati e accusati per via della propria naiveté eccessiva sono infatti fenomeni assai più complessi e variegati di quanto non dica l’ozioso e vincolante file under con cui la critica ha spesso avuto il vizio di etichettare canzoni come le loro, per giunta in virtù di una solo presunta debolezza. Ma non c'è niente di sbagliato in quel pizzico di sensibilità sopra la media e assolutamente nulla da recriminare ad una timidezza ingenua che caratterizzava invece alcune urgenze ruvide refrattarie alla mascolinità del punk tout-court e a tutta l'ortodossia del rock. Twee as Fuck? Fuck Twee! Rispondeva con sgarro.

E se in Inghilterra il termine cresceva con un significato ormai piuttosto difficile da abbracciare, in America veniva invece preso e sopraffatto da uno spirito canzonatorio auto-referenziale. I Tullycraft con il loro anthem "Twee" ("well you can keep the punk rock / ska rap beats and house / fuck me i'm twee") i loro racconti cinici e dolci allo stesso tempo, i testi conditi da infiniti riferimenti oscuri e improbabili, rimarcati da commenti sprezzanti sui più svariati gruppi in circolazione, ne sono stati un perfetto esempio; ormai baluardi di una certa 'scena' che è stata lontana dallo scemare con gli anni (qualcuno potrebbe ricordare la "So Twee" degli Spring Boutique o la "Kill Twee Pop" dei Sarandon nei primi anni duemila). Proprio il gruppo di Seattle torna oggi a rimarcare con "Lost in Light Rotation", a ben sei anni dal precedente "Every Scene Needs a Center", la propria attitudine punk-rock celata e mistificata da un animo gentile.

Il lungo hiatus in cui la band si era come confinata ha lasciato strascichi importanti, visto che l’urgenza di ieri sembra aver ceduto il passo a un’introspezione pure molto ben dissimulata. Mai come ora l’apparente frivolezza dei Tullycraft ha schermato riflessioni tutt’altro che epidermiche e un’amarezza di fondo tanto emblematica riguardo al tempo che passa, al naufragio nelle trappole della filosofia diy e alle residue possibilità di questo tipo di arte. “Non puoi più essere un ribelle, non stavolta” perché “uno slogan grezzo recita che l’amore punk è ormai bruciato”. Nei loro testi magnifici e rigorosamente orientati al passato è fotografata la rassegnazione per un cambiamento a tutto campo letto con la consueta giusta dose di ironia e intelligenza, mentre la musica si preoccupa di occultare attraverso la spensieratezza quell’ultimo velo di deliziosa malinconia.

Quel che conta davvero è che la proposta non abbia perso le sue prerogative estetiche più peculiari e che l’impronta sonora schietta e senza fronzoli non sia uscita adulterata dal lavoro di un produttore fin troppo incline ai leziosismi come Phil Ek. Rinunciando per una volta all’ausilio di qualsivoglia edulcorante elettronico, il gruppo esibisce anzi con orgoglio l’autenticità di un sound facilmente classificabile come vintage o revivalista, che strizza l’occhio all’immediatezza e alla bassa fedeltà senza tradire le fragranze che avevano reso grande un album come “Disenchanted Hearts Unite”. La disinvoltura nella padronanza di cliché e sviluppi ariosi, la maestria nelle discontinuità e negli strappi ritmici hanno raggiunto risultati mirabili, così come l’abilità nel far passare per elementare qualcosa che di veramente easy ha solo la gratificante facilitazione concessa, come massimo dei comfort, all’ascoltatore che si accosti al disco senza pregiudizi. Non manca, come ovvio, la necessaria razione di mestiere anche se, per una volta, non si tratta di un bieco ripiego manierista volto a compensare fisiologici limiti d’ispirazione bensì di un reale valore aggiunto al servizio della creatività.

E poi si resta sbalorditi per come i Tullycraft sembrano aver addirittura perfezionato le loro già eccelse doti di architetti di cori e voci. Praticamente tutti i brani in “Lost in Light Rotation” si offrono come elaborate polifonie, segnate dal dialogo serratissimo tra l’inconfondibile timbro nasale di Sean Tollefson e quello leggiadro di Jenny Mears, con giochi d’incastro, rinforzo o botta e risposta che lasciano ammirati per qualità tecnica, perizia e inventiva. A “Elks Lodge Riot” e “From Wichita with Love” va la palma per i duetti forse più intriganti del lotto, oltre al merito di aver raccolto, pur con un po’ di ritardo, il guanto dell’implicita sfida lanciata dai neozelandesi Brunettes nell’anno dell’ultima uscita discografica: confronto vinto peraltro in scioltezza nella seconda, con il trucco della citazione malandrina di “Do You Wanna Dance?”, presumibilmente via Ramones più che via Beach Boys ma con in più l’intatto candore di un girl group che non suoni fuori tempo massimo.

Qualche sorpresa (l’ukulele di “We Knew Your Name Until Your Heart Stopped”), lo stesso talento melodico e antiaccademico di sempre, più cromature e meno pastelli (“Wake Up Wake Up” è l’unico caso in cui le tastiere la spuntano sulle chitarre) per un lavoro che, tra power-pop, bubblegum e caro vecchio "twee", mira a non precludersi alcun agio nella pur limitata nicchia indie-pop. In poco più di mezzora sazia senza stuccare, qualità rara. Per gli amanti del genere, un ritorno non meno imperdibile di quello dei Pastels.

(03/05/2013)

  • Tracklist
  1. Agincourt 
  2. Queenie Co. 
  3. Lost In Light Rotation 
  4. Westchester Turnabouts 
  5. From Wichita With Love 
  6. Elks Lodge Riot 
  7. No Tic, All Tac 
  8. Dig Up The Graves 
  9. Wake Up, Wake Up 
  10. We Knew Your Name Until Your Heart Stopped 
  11. Anacortes


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