Derek Senn

The Technological Breakthrough

2014 (self released) | songwriter, alt-folk

All’Ups di San Luis Obispo, California, l’impiegato alza perplesso lo sguardo dal terminale. Gli occhi si soffermano prima sul pacco appoggiato sul bancone, poi sul cliente davanti a lui. “È proprio sicuro? Vuole davvero assicurare il pacco per 10.000 dollari?”. La gente in coda tende le orecchie cercando di non farsi notare: che cosa ci sarà mai di così prezioso all’interno di quella scatola? Il cliente è un uomo sulla quarantina, lineamenti solidi e fronte spaziosa. Uno da cui ti aspetti concretezza. Si rivolge direttamente all’impiegato, ma quella a cui risponde è la domanda di tutti: “Sono solo nastri, registrazioni audio. In tutto l’universo sono l’unica persona per cui possono valere 10.000 dollari. Per chiunque altro non significano nulla. Quindi sì, vorrei l’assicurazione…”.

 

Stando al racconto di Derek Senn, devono essere andate più o meno così le cose quando ha dovuto spedire i nastri di “The Technological Breakthrough” a Chicago per la masterizzazione. Come dover affidare al corriere un pezzo di sé. Eppure non si tratta del suo primo album: per anni ha continuato a registrare canzoni a bassa fedeltà nello scantinato di casa. I suoi dischi, però, non sono mai andati oltre la cerchia di amici e parenti. Fino ad oggi, almeno. Perché, per realizzare “The Technological Breakthrough”, Senn ha deciso di alzare la posta, affidandosi per la produzione alle cure di un esperto come John Vanderslice. Quello che è nato dal loro connubio si spinge molto al di là dello spirito amatoriale di una semplice raccolta di registrazioni casalinghe. Facendo di questo piccolo disco da 10.000 dollari una delle rivelazioni cantautorali dell’anno.

Di lavoro, Senn fa l’agente immobiliare. Ha una moglie e due figli, una vita ordinaria. Niente di più lontano, apparentemente, dai luoghi comuni di una biografia da artista. Ma la musica, per lui, è sempre stata una dimensione essenziale. Così, nell’aria pigra di un sabato mattina di aprile, ha dato un bacio alla moglie, ha gettato un’occhiata ai bambini ancora addormentati e si è imbarcato per San Francisco, alla volta degli studi Tiny Telephone di John Vanderslice. Dieci giorni di lavoro, una sintonia immediata e profonda, un pugno di canzoni registrate nella maggior parte dei casi al primo tentativo. E, prima di tornare a casa, l’ultimo saluto ai nuovi amici incontrati con una traballante serenata in spagnolo, intitolata emblematicamente “Petit Telephone”: “Teléfono chiquitito, yo he puesto toda mi fe en su proceso misterioso y antiquado”.

 

Come un Conor Oberst intimamente votato all’understatement o un Joseph Arthur deciso ad anteporre la vita all’arte, sin dalle prime note di “The Technological Breakthrough” Senn mostra subito la stoffa del songwriter di razza. I versi mettono l’ironia al servizio della sincerità, le melodie seguono con discrezione le tracce dell’Americana in chiaroscuro di Gregory Alan Isakov. È un suono dal calore avvolgente, quello attraverso cui si dipanano le trame acustiche dei brani (e non a caso l’unica eccezione, “You Don’t Know How Good You’ve Got It”, suona un po’ fuori posto con i suoi riff elettrici e le sue voci filtrate).

Merito del trattamento rigorosamente analogico di Vanderslice, che accompagna la chitarra di Senn con un inconfondibile corredo di tastiere e synth. “Non sono in alcun modo uno snob dell’analogico”, chiarisce Senn, “ma fare un piccolo viaggio indietro nel tempo mi è subito sembrata un’ottima idea”. E per dargli ragione basta ascoltare i tremolii di moog alla “Pixel Revolt” che sfiorano gli accenti impolverati di “Whoop De Do”.

 

L’effetto è quello di un dialogo faccia a faccia, una di quelle conversazioni in cui è la vita reale ad essere messa a tema: la costruzione di un matrimonio, l’educazione dei figli, le bollette da pagare, i sogni da difendere. Le cose per cui spendiamo tutte le nostre energie ogni giorno.

A partire dal senso autoironico di inadeguatezza di “Bless Her Insecurity” (“She brings home the bacon, she pays all the bills/ I eat all the bacon, I eat all the pills”), Senn non fa sconti né a se stesso né agli altri. Sul tappeto ritmico di “Downhill” racconta con un tono più springsteeniano che mai la fatica di non arrendersi al cinismo, sul pianoforte lieve della title track dà voce al bisogno di mettere da parte la tecnologia per ridare ai gesti di ogni giorno la loro prospettiva più autentica. Anche quando la delicatezza della ballata lascia spazio all’accendersi dell’invettiva (“Healthcare’s Where”), il songwriter californiano riesce a sfuggire alla retorica dell’antipolitica restando saldamente con i piedi per terra, con la batteria di Jason Slota a irrobustire con più decisione i contorni.

 

Una macchina per il popcorn e un vecchio banjo, un vinile di “Let It Bleed” e un castello Fisher-Price: il folk svelto di “The Shit We Keep” gioca a passare in rassegna le cianfrusaglie accumulate in una vita. Il punto è proprio questo: di che cosa abbiamo davvero bisogno? Quando i capelli si diradano e le passioni si raffreddano, che cosa ci mantiene ancora vivi? “Baby, the roof leaks but we've got buckets”, sussurra Senn guardando negli occhi la sua donna sul fremito di “Bohemian Girl”. “You told me when I took you for my wife/ I don’t want stuff, I want an interesting life”. Ci vogliono persone vere per stare di fronte alla realtà. Persone di cui ti fideresti per comprare casa quando entri in un’agenzia immobiliare. A volte, vale la pena di fidarsi di loro anche per comprare un disco.

(30/11/2014)

  • Tracklist
  1. Bless Her Insecurity
  2. Bohemian Girl
  3. Downhill
  4. Healthcare's Where
  5. Hell If I Know
  6. Whoop De Do
  7. The Technological Breakthrough
  8. Sun Valley Sally
  9. The Shit We Keep
  10. Darlin' I'm Not Earning Enough
  11. You Don't Know How Good You've Got It
  12. Petit Telephone
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