Emma Ruth Rundle

Some Heavy Ocean

2014 (Sargent House) | songwriter

A dare un'occhiata, anche soltanto fugace, ai vari progetti che nel corso dell'ultimo lustro hanno tenuto impegnata Emma Ruth Rundle, c'è da rimanere davvero impressionati. Calando panni diversi a seconda delle esigenze (talvolta soltanto in vece di strumentista, spesso prestando anche il proprio contributo vocale alla causa), con un interesse spiccato per contesti in cui risaltasse maggiormente la sua bravura agli strumenti che altro, la polistrumentista losangelina è finita con il diventare un piccolo pezzo di storia dell'underground californiano, nell'ambito della sua militanza in gruppi della scena post e heavy (Red Sparowes, Marriages, Nocturnes) dal peso specifico tutto sommato di rilievo, per chi nell'ambiente si muove con disinvoltura.
E c'è nuovamente da rimanere impressionati, alla volta di questo progetto in solitaria che, al netto di un'uscita estemporanea tre anni addietro, pare sancire una fase totalmente diversa nel suo itinerario, di quelle che ne segneranno in maniera inesorabile il percorso. Sempre attenta alla nitidezza espressiva della sua musica, ma con un piglio autoriale inedito e viscerale, dalla forte personalità e dalla convincente caratterizzazione tematica, l'artista lancia con “Some Heavy Ocean” la sua sfida ai cliché e alle convenzioni del cantautorato moderno, giocando scopertamente ogni carta a sua disposizione. Quanto ne viene premia in abbondanza le scelte effettuate.

Infestato da presenze inquietanti, ambientato in una non-zona in cui s'attorcigliano visioni spettrali, nuance gotiche e memorie dal passato, il racconto presentato nel disco, lungi dal seguire una linea narrativa ordinata, vive di sensazioni sfuggenti, si anima di esperienze contingenti e stati d'animo, in cui tenebra e squarci di luce si compenetrano ininterrottamente. Una nuova Marissa Nadler? Anche soltanto a pensarlo si sarebbe fuori strada: le suggestive cornici atemporali della fata di Washington a malapena trovano spazio nei pensosi scenari ideati dalla Rundle, decisamente più materica nel proprio trasporto. Chelsea Wolfe? Nemmeno per idea: le sue angosciose turbe esistenziali stonerebbero totalmente nel ricercato pathos di Emma Ruth. Chi è costei, allora?
Beh, lo si era già preannunciato, che qui si punta in alto, che di sfida pura e dura si tratta: e per vincerla, si è davvero disposti a tutto, a rompere ogni barriera, ogni riferimento preciso. Chi meglio di una con un bagaglio di esperienze simile, per poter provare l'impresa? Nell'articolato lessico musicale coniato dalla polistrumentista, accanto agli evidenti richiami post-rock e shoegaze che avevano animato le sue esperienze precedenti, è la chitarra acustica, accanto a una voce mai così libera di esprimersi, a fornire il pretesto per nuove copiose possibilità di ibridazione, nell'ambito di una formula davvero peculiare. Cupa e intensissima, con improvvisi squarci d'impeto a delineare brani altrimenti maggiormente improntati alla riflessione, la palette della Rundle rende manifesti i propri elementi, e al contempo si bea nel mescolarli con estrema perizia, dando loro un taglio del tutto individuale.

I nastri in reverse che accompagnano l'ascolto della title track, quasi memori dei Radiohead più elettronici, per quanto breve preludio contengono in nuce l'intera poetica del lavoro, sospeso tra fatale malinconia e rabbiosa voglia di evasione. Una dicotomia che risulta ben evidenziata da un dittico quale “Arms I Know So Well” - “Oh Sarah”, con la prima ad avvalersi di uno spettro strumentale più corposo e trasfigurare l'intenso picking di acustica in una dolente romanza dai toni quasi post-punk, la seconda a giocare invece di sottrazione ammantando di coloriture violacee uno scarno nucleo melodico che in altre mani si sarebbe tramutato in una delicata armonia dream-pop.
Tutto il disco si rivela insomma un tripudio di contrasti che la stessa Rundle sottolinea con una prodigiosa tempra vocale, nonché una discreta varietà nell'interpretazione, prima d'ora neanche minimamente rilevata. Non le servono pose da fasulla riot-grrrl per rendere manifesto il suo ardore nel cogliere gli spunti presenti in “Run Forever”, grintoso ricettacolo di suggestioni che al potente canovaccio di partenza accosta fugaci impressioni gothic-country e minacciosi riverberi di sfondo. Parimenti non ha bisogno di mostrare qualche particolare attaccamento alle grandi muse del folk contemporaneo: se necessario, sfrutta piuttosto il contesto e lo stravolge nell'intimo, rendendolo pane per i suoi fantasmi assetati di storie (il pizzicare di corde di “Shadows Of My Name”, sovrastato da minacciosi cumuli di nebbia in procinto di divorarne il suono).

Pace se alla fine la Nostra ci avvisa, tra le pieghe di “Haunted House”, di non credere a case possedute e spiriti aleggianti: ci pensa il restante lavoro a contro-smentire invece un'opera affascinante proprio per la sua lucida compattezza tematica, per gli insistiti richiami a un universo sovrannaturale che nelle pieghe di “Some Heavy Ocean” appare più naturale (per non dire umano), che mai. Insomma, il vero lancio della carriera solista di Emma Ruth Rundle non poteva partire sotto migliori presagi. Quanto all'esito della sfida, beh, credo si intuisca.

(13/07/2014)

  • Tracklist
  1. Some Heavy Ocean
  2. Shadows Of My Name
  3. Your Card The Sun
  4. Run Forever
  5. Haunted Houses
  6. Arms I Know So Well
  7. Oh Sarah
  8. Savage Saint
  9. We Are All Ghosts
  10. Living With The Black Dog
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