Marissa Nadler

Marissa Nadler

Un cuore in inverno

di Claudio Fabretti

Mezzo soprano cristallino, al servizio di ballate romantiche e "invernali", funestate da un destino di morte, Marissa Nadler rifugge dai cliché indie per rifugiarsi in una musica senza tempo, che attinge all'epos medievale e alle tradizioni dei cantastorie degli Appalacchi, ma anche al folk celtico e al fado portoghese, aggiungendo una languida vena psichedelica

Tra i tanti nuovi virgulti del folk post-Duemila, Marissa Nadler spicca per almeno tre qualità. La voce, anzitutto: un mezzo soprano cristallino, capace però di calarsi alla perfezione nelle sue scurissime trame musicali. Poi, un'attitudine "classica", che le conferisce un maggior senso della misura rispetto alle confuse velleità "avant" di altri/e esponenti del genere. Infine, un peculiare talento, di matrice quasi coheniana, nel saper disegnare stupende aperture melodiche all'interno di scarni paesaggi sonori. Insieme all'altra giovane promessa Elizabeth Anka Vajagic, la cantautrice di Washington è così riuscita nell'impresa di distinguersi dalla pletora di ragazze con la chitarra che continua a inondare il mercato indipendente. Merito di due dischi - Ballads Of Living And Dying e The Saga Of Mayflower May - che possiamo già tranquillamente annoverare tra le migliori produzioni di cantautorato al femminile di questo decennio.

Residente ormai a New York, Marissa Nadler vive il suo tempo, ma con un'anima antica, quasi fosse la reincarnazione di un'eroina romantica dell'Ottocento o di qualche sirena dei mistici Sessanta (Nico?). Bell'ovale, incorniciato da lunghi capelli neri, pelle diafana e movenze delicate, attraversa i boschi gelati delle sue canzoni come un fantasma senza requie. Canzoni invernali, appunto, che riportano alla mente le "Songs Of Love And Hate" di Leonard Cohen o le "Murder Ballads" di Nick Cave per la loro esplorazione degli anfratti più oscuri e desolati dell'animo umano. Ma, a veder bene, il cuore della sua musica va ricercato ancora più indietro negli anni: nella tradizione dei cantastorie degli Appalacchi, nel folk celtico e provenzale, nell'antica scuola portoghese del fado (il paragone con Teresa Salgueiro dei Madredeus non è così infondato) e in una sempiterna psichedelia, che oscilla dai ruggenti Sixties ai languori onirici di Hope Sandoval.

Marissa NadlerStampato in sole 550 copie dalla Empire Records, una piccola etichetta dell'Arizona, il disco d'esordio Ballads Of Living And Dying (2004) è una raccolta di "canzoni d'amore e morte" scritte di proprio pugno dalla Nadler, salvo i due omaggi letterari, a Edgar Allan Poe (la fiaba d'amore dannato di "Annabelle Lee") e Pablo Neruda (la rivisitazione in chiave fado di "Hay Tantos Muertos", con un suggestivo accompagnamento d'organo).
Il formato-ballata riacquista il suo significato primigenio: non più un semplice "lento" o una qualsiasi canzoncina sentimentale, ma un piccolo poema drammatico, musicato alla maniera degli antichi cantastorie, con strutture circolari, rime orecchiabili e scarni arrangiamenti a far da contorno. La voce di Marissa Nadler fluttua eterea, punteggiata solo dal suo fingerpicking (chitarre, banjo e ukulele) e dal frusciare ombroso degli archi.
L'iniziale "55 Falls" schiude le porte di questo villaggio arcano sulle note raggelanti di una slide-guitar, "Mayflower May" conduce lungo un desolato sentiero di campagna, affollato di spettri e silenzi inquietanti, "Days Of Rum" imbrocca un country-blues vecchio stampo, pizzicato sulle corde del banjo, mentre "Virginia" è un funereo ritratto della Wolf. Gli unici raggi di sole filtrano tra le scabre tessiture di "Box Of Cedar", sorta di celebrazione della vita nel bel mezzo di un requiem ("I'm going to tell everybody that I'm glad to see you, even though you're coming home in a box of cedar"). E l'altra murder ballad di "Bed Of Solid Stone" (un titolo che è tutto un programma...) chiude nel disco nell'unico modo possibile.
Affascinante ibrido di folk sepolcrale à-la Bert Jansch e psichedelia ipnotica, Ballads Of Living And Dying è un debutto di straordinaria maturità per una ragazza di 23 anni, il biglietto da visita ideale per entrare nel gotha dei folksinger del nuovo secolo.

A un solo anno di distanza, esce The Saga Of Mayflower May, ovvero altri undici bozzetti di folk spoglio e incantevole. L'ouverture di "Under An Old Umbrella" è addirittura commovente: il fingerpicking insistito della Nadler fa da sfondo a una nenia di infinita mestizia, di quelle che ti dilaniano il cuore. Quando poi entra in scena il flauto (a cura di Nick Castro) ad accompagnare l'altra splendida litania medievale di "Famous Song", l'ascoltatore è definitivamente al tappeto, soggiogato da questa sirena che canta come una damigella provenzale del XIII secolo, con una grazia e una melodiosità che non sono di questo mondo.
Con "Mr. John Lee", Marissa scende su una tonalità leggermente più bassa, per declamare con piglio da blues-singer un'altra storia d'amore irrimediabilmente perduto. Lo strimpellio di "Yellow Lights" prelude a un'altra elegante ballata, dove la tristezza si tinge del rosso del rubino e del sangue ("drinking rubies in the rain"... "red the blood inside the old tree"), del verde dei prati ("green the colour of the grasses") e dei colori degli occhi ("Oh, Mary, don't you die/ Cause of the color of her eyes").
La saga di Mayflower May prosegue come un sogno ininterrotto, che si strugge sulle lacrime di piano di "Old Love Haunts Me In the Morning" (altra stupenda melodia a suggellare un'ode d'amore e morte) e sulle delizie del fingerpicking, stavolta più virato verso il folk-country americano, di "In The Time Of The Lorry Low" e "Calico", o dei cori angelici e degli intarsi vocali di "Horses And Their Kin", che chiude il disco in piena trance estatica.
Marissa Nadler parla il linguaggio di un folk universale, che spazia da Joni Mitchell a quell'angelo dimenticato del folk bretone di nome Veronique Chalot. La musa di Cohen (e, indirettamente, di Cave) domina invece sul versante dei testi, tanto elegiaci e delicati, quanto cupamente gotici. Ancor più profondo e toccante del precedente, The Saga Of Mayflower May è un disco da conservare in uno scrigno, come un antico monile prezioso.

Marissa NadlerPer il suo terzo disco in quattro anni, Songs III: Bird On The Water (2007), Marissa Nadler ha potuto beneficiare del sostegno di una nuova etichetta, l'inglese Peacefrog, e della produzione di Greg Weeks, oltre alla partecipazione di altri due musicisti degli Espers, Jesse Sparhawk (mandolino, arpa) e Otto Hauser (percussioni).
Alle prese con violoncello, chitarra e synth, di contorno al suo mezzo soprano cristallino, l'aggraziata damigella del Massachusetts conferma anzitutto la sua crescita come musicista e cantante. E resta l'enorme potenza evocativa di una voce spettrale, che sembra provenire addirittura da un altro evo. Lo scheletro delle sue gelide ghost-ballad è intatto, ma gli arrangiamenti si presentano ora meno spogli, con qualche distorsione di chitarra elettrica a irrobustire il sound.
Rispetto a The Saga of Mayflower May , però, l'impianto melodico appare più debole: mancano quelle aperture radiose che schiantavano l'ascoltatore in madrigali da brividi come "Under An Old Umbrella" o "Famous Song", e talora Marissa indulge in qualche leziosismo di troppo. Paradossalmente, proprio l'acquisita consapevolezza dei propri mezzi sembra aver imbrigliato il suo songwriting, attenuando il pathos quasi "primordiale" che lo pervadeva.
Ma la classe non è acqua, e allora basterebbero i bagliori psichedelici di "Mexican Summer", sospesi tra Calexico e Mazzy Star, e le palpitazioni soffuse di "Dying Breed" a surclassare nugoli di cantastorie in gonnella (e non). Poi c'è la folksinger moderna, che flirta con l'elettronica (le tastiere stralunate di "Bird On Your Grave") e con la spigolosità delle chitarre ("Rachel"), senza rinunciare alla sua inflessione classica à-la Joan Baez (il singolo "Diamond Heart", forse la miglior ballata del lotto). E rivive anche il nume tutelare Cohen, virato a tinte (ancor più) fosche nella cover di "Famous Blue Raincoat". Il resto, però, rimane imprigionato in una bolla di vetro, con pochi guizzi e molto mestiere.

Il lirismo gotico e mesmerico di Marissa Nadler affascina ancora, ma non riesce a esprimersi appieno nella sua opera terza. Se però servirà a far conoscere al mondo il talento di questa sirena ammaliatrice, Songs III: Bird On The Water sarà tutt'altro che un disco inutile.

Proseguendo sulla strada inaugurata con Songs III: Bird On The Water e abbandonata la carovana polverosa del folk-revival, su Little Hells, quarto album in cinque anni, la cantautrice di Washington volge lo sguardo verso i lidi placidi e trasognati del dream-pop e di un pop psichedelico à-la Mazzy Star, ma senza tagliare le sue radici, ben salde alle pendici dei monti Appalacchi.
Per l'occasione, si riunisce un supercast, sotto l'egida della nuova etichetta, la newyorkese Kemado. In cabina di regia, Chris Coady (Cat Power, Tv On The Radio, Blonde Redhead, !!!) e “Farmer” Dave Scher (collaboratore di Elvis Costello e Interpol), mentre Simone Pace, batterista dei Blonde Redhead, affianca il fido Myles Baer aka Black Hole Infinity. Ne scaturiscono arrangiamenti più ricchi, innervati dall’elettronica e da una sezione ritmica più robusta. Niente di posticcio, comunque: il nuovo sound funziona, anche se a volte finisce col sacrificare un po' quel fingerpicking in cui Marissa notoriamente eccelle. 
Approdo estremo di questo new deal è la vorticosa "Mary Comes Alive", dove un pattern di drum machine detta una cadenza ossessiva, su cui si innestano una ostinata progressione di chitarra e una linea di synth. Una cornice così spessa non mina, però, l'interpretazione della Nadler, alle prese con un'altra commossa riflessione sulle stagioni dell'amore e della vita. Anche il singolo "River Of Dirt" poggia su una sezione ritmica tirata a lucido, con il drumming potente e un incalzante riff di basso a irrobustire le tonalità eteree del canto, mentre la conclusiva "Mistress" suona quasi allegra, nel suo incedere country. 
Marissa soffia parole di vetro nel carillon-thrilling di "Heart Paper Lover", si strugge nella ninnananna diafana di "Brittle Crushed And Torn" e tiene in bilico su due note di piano il requiem di "The Whole Is Wide". La sua voce resta lo strumento principe, capace di cambiare faccia ai brani con un solo sospiro. E allora a volte può bastare anche il minimo degli orpelli, come nella title track, ritratto di un cuore in frantumi su tela dream-country, o nell'arpeggio ostinato di "Ghosts And Lovers", sconsolata litania col cuore in gola.
Le qualità "atmosferiche" del sound della Nadler riemergono soprattutto dal vortice di "Loner", dove è un organo sepolcrale a reggere il gioco. Dovendo però individuare un brano che condensi al meglio tutte queste intuizioni, la scelta cadrebbe su "Rosary", un valzer di seducente bellezza, cullato nei riverberi di una slide guitar e su fatate melodie vocali.

Marissa Nadler ha ormai ampliato il suo spettro sonoro, affinando il suo songwriting all'insegna di una sofisticata eleganza, che solo a tratti compromette la nuda visceralità del suo approccio, sebbene il traguardo formale ed emozionale di The Saga Of Mayflower May resti distante. Conferma, poi, tutto il suo valore lo storytelling di questa poetessa dal gusto noir, influenzata da Edgar Allan Poe Poe e dai risvolti più foschi dell'età Vittoriana.

marissanadler_2011Nel 2011 la cantautrice di Washington torna con un disco autoprodotto e in larga parte finanziato dai propri fan, l'omonimo Marissa Nadler. La Nostra coglie l'occasione per "spogliarsi", almeno in parte, di alcune delle sue caratteristiche fondanti, dal suo costante, contrappuntato fingerpicking al respiro mitologico, fortemente allegorico dei suoi testi.
Marissa Nadler si prende così il non trascurabile rischio di scontentare proprio i fan di lunga data, quelli che l'hanno sostenuta nella produzione di questo lavoro, che la stessa artista riconosce come un'evoluzione del proprio stile. Proprio per questo, forse, Marissa Nadler è l'album che ha richiesto un tempo di composizione e produzione più importante, nella carriera della Nostra.
Già con Little Hells qualcosa si era avvertito di questa necessità, per l'artista americana, di arricchire la propria espressività. Nel disco del 2009 si trovavano già alcune delle variazioni presentate qui, ma sopravviveva probabilmente quell'inquietante fascino gotico, il sogno di fantasmi in amore che attraeva gli ascoltatori della Nadler.
In Marissa Nadler svaniscono invece le asperità in favore di pezzi di levigato country-pop dai titoli (fin troppo) esplicativi ("The Sun Always Reminds Of You", "Puppet Master", "In A Magazine"), arrivando a sconfinare nell'onirico melò sentimentale della Julee Cruise di "Baby, I Will Leave You In The Morning" o nel valzer psichedelico dello sposalizio cimiteriale di "Wedding" (ripreso in veste più spoglia in "Alabaster Queen").
Si potranno però consolare i numerosi ammiratori nella Nostra nel ritrovare, aldilà delle numerose tracce che conservano il marchio di fabbrica della Nadler (la bella "In Your Lair, Bear", "Little King", il reprise da "The Saga Of Mayflower May" di "Mr John Lee Revisited", "Wind Up Doll"), intatta la classe della Nostra, soprattutto nell'ormai conosciuto esercizio vocale, forse in grado di nobilitare autonomamente il non sempre brillantissimo tessuto compositivo di "Marissa Nadler".
Insomma non v'è troppo da temere, nell'ascolto, ma neanche troppo di cui servirsi, in un disco in cui la fiction, non solo nei testi, non pare essere più il punto focale dell'espressione artistica di Marissa Nadler.

Gettate alle ortiche le confuse velleità sperimentali e gli arrangiamenti più stratificati dei dischi recenti, in The Sister (2012), Marissa torna a fare quello che sa fare meglio. E il risultato è un incanto ridestato dal buio dei boschi ghiacciati e spettrali, dove la sua musica ha sempre vissuto. Vocalizzi mesmerici, assolutamente irresistibili, sposati quasi solo alla grazia innaturale del suo fingerpicking. E, finalmente, nuove melodie di razza, di quelle che le sgorgano fluide e inarrestabili, quasi fosse in trance, posseduta da un'ancestrale, inquietante musa.
Niente più orpelli sintetici, come nel precedente omonimo e in Little Hells, quasi sempre l'unica compagnia è quella della sua voce persa nel vento e quasi innaturale, con le sue sfumature spettrali e gotiche. Un incantesimo che comincia già dall'iniziale, struggente "The Wrecking Ball Company" e prosegue nella raggelata, stupenda melodia di "Love Again, There Is A Fire", cesellata attorno a cori onirici e alla malia ipnotica della voce della Nadler. Basta pochissimo per sprigionare la magia, come tra i sentieri ombrosi di "Christine", altra litania scheletrica, appena ispessita da vocals maschili a supporto. Se "Apostle" mette in mostra soprattutto l'ormai considerevole abilità di Marissa nell'arte del fingerpicking, la parabola di "Constantine", l'ex-rockstar devastata dalla codeina, veste ancora i panni di una ballata senza tempo, fatta di languori e dolori sospesi.
Il lieve calo della parte finale non compromette l'esito di un disco prezioso, probabilmente il migliore composto dalla Nadler dai tempi della saga di Mayflower May, a testimonianza di un talento che le ultime prove minori avevano solo momentaneamente offuscato.
Come una sirena incatenata a un sortilegio, Marissa è costretta a ritrovare la semplicità e l'umiltà per far rinascere la sua magia.

Marissa Nadler è un’artista dalla statura internazionale ormai riconosciuta, come testimoniano l’attenzione delle principali testate del globo, la serie di collaborazioni prestigiose e, non ultimo, il doppio sigillo discografico sul suo nuovo album, July (2014): Sacred Bones (la label di Crystal Stilts, Zola Jesus e Case Studies) per gli Stati Uniti e un'istituzione del songwriting come la Bella Union per l'Europa.
Se nel precedente lavoro Marissa era apparsa quasi costretta a ritrovare la semplicità e l'umiltà per far rinascere la sua magia”, nel suo nuovo disco, grazie anche alla produzione del doomer Randall Dunn (Earth, Sunn O))), Wolves In The Throne Room), sono proprio i brani dagli arrangiamenti più ricchi a spiccare. A cominciare dallo splendido singolo “Dead City Emily”, con il sinistro sciabordio dei synth di Steve Moore a fondersi con gli echi della chitarra elettrica, in un'atmosfera spettrale e soffocante, in cui i tipici vocalizzi riverberati della Nadler finiscono quasi inghiottiti nel mixer. È come se la potenza magniloquente dei paesaggi metallici dei Sunn O))) si fosse dissolta in un pulviscolo di fragili tessiture armoniche, come quelle dell'altra prodezza del disco, la struggente “Was It A Dream”, in cui una smarrita Nadler si interroga sulla fine di una relazione, mentre gli archi gonfiano il pathos e una lacerante chitarra elettrica sfregia una melodia tenerissima. Una rinnovata poliedricità d'arrangiamenti che impreziosisce anche l'interludio pianistico di “I've Got Your Name” e la susseguente “Desire”, dove una chitarra ossessiva e il canto mesmerico di Marissa si insinuano nel flusso delle tastiere, per una nuova romance di amori e rivendicazioni. Così com'è accorata, e diafana al contempo, la cantilena di “Anyone Else”, poggiata su un insistito drone, in un gioco di luci e ombre acuito dall'intensità dei cori.
Laddove osa, insomma, la Nadler non perde la bussola. Ma il suo resta un impianto folk classico e tradizionale, che ha nei suoi tipici bozzetti invernali il marchio di fabbrica. Ecco allora riaffacciarsi i fantasmi tra gli scheletri di alberi spogli e raggelati in “1923”, numero da camera, con il fremito degli archi di Eyvind Kang, la chitarra trattata di Phil Wandscher e qualche tamburo in lontananza a sostenere una litania persa nel vento. E si torna ad assaporare la delizia di un fingerpicking mai banale, sponda naturale per le armonizzazioni vocali della Nadler, ora quasi bisbigliate in un atipico spoken world (“Holiday In”), ora assistite da eleganti arrangiamenti per organo e pedal-steel guitar, come nell'iniziale “Drive”, crogiolo doloroso di ricordi e sensazioni. Sono acrobazie giocate su un filo sottilissimo, che non sempre si rivelano pienamente riuscite (la celebrazione delle estati e degli “Independence Day” a suon di country in “Firecrackers”, la nenia un po' telefonata di “We Are Coming Back”, il dimesso commiato al piano di “Nothing In My Heart”). Ma resta sempre quella piacevole sensazione di smarrimento che irretisce, come il canto delle sirene, chi naviga tra i solchi della discografia nadleriana.

Marissa NadlerSquadra che vince non si cambia. Così Marissa Nadler ribadisce il suo sodalizio, apparentemente innaturale, con Dunn su Strangers (2016), il suo ottavo album in 12 anni. Un lavoro che osa ancor più, immergendo il mezzosoprano cristallino della Nadler in un magma ribollente di chitarre processate e riverberi, e intensificando il ricorso al drumming. Al punto che in alcuni casi – e forse per la prima volta nella sua carriera – si finisce col prestare più attenzione ai suoni che alle melodie. Prendiamo la marcia solenne di “Hungry Is The Ghost”, con una chitarra a sferragliare e un'altra a pulsare ritmo, e con l'aggiunta graduale di synth, pedal steel e piano ad addolcire il fragore delle distorsioni. Oppure l'orchestra-fantasma di “Katie I Know” - uno degli arrangiamenti più stratificati e suggestivi del disco - dove un ritmo robusto si contrappone ai ricami della chitarra e alle soffici atmosfere dream-pop pennellate da organo, synth e archi, mentre la voce celestiale di Marissa racconta la fine di una relazione morbosa.
Anche gli episodi più pastorali appaiono meno diafani di un tempo, attraversati comunque da una tensione sottile ma palpabile: dal crescendo di giri acustici di “Skyscraper” ai fiati funerei di “Waking” fino al twang quasi western che sfregia la malinconia di “Nothing Feels The Same”. Fa eccezione forse la sola elegia finale di “Dissolve”, l’episodio più vicino al fingerpicking spoglio degli esordi. Ma ad ampliarsi è anche la gamma dei testi, che dall’autobiografismo muovono verso tematiche più universali, quali la solitudine e la disperazione, con pieghe anche apocalittiche e surreali. Le sconosciute a cui fa riferimento il titolo - ferite, disilluse e sole - forse non sono altro che la proiezione esterna dell’inconscio e dei demoni della loro amorevole creatrice.
Un album che nel complesso suona anche più orecchiabile di molti predecessori. E se potesse mai spuntare una hit a nome Marissa Nadler, la maggiore indiziata sarebbe proprio “Janie In Love”, naturale singolo dell'album: un'altra lullaby persa nel vento, con le chitarre riverberate e i violini dissonanti a incrinare il rapimento estatico della sua melodia, mentre la voce della Nadler sfuma su tonalità più basse prima dell'esplosione del chorus, puntellata da un beat mai così possente. Ma la maggior ricchezza dell'impianto sonoro non soffoca la vocalità magnetica della Nadler, lieve come brezza marina tra i rintocchi di piano e i cori di “Divers In The Dust”, più noir e spettrale tra i languori country della title track (con chitarra elettrica e pedal steel sugli scudi), né comprime il suo talento melodico, pronto a risbocciare nell'ode “All The Colors Of The Dark”, che condensa davvero tutte le sfumature della sua palette espressiva, di una grazia fatata che non è di questo mondo: “This is not your world anymore”, proclama - e sembra quasi rivolgersi a se stessa – in una ipnotica cornice di archi e tastiere.
Se è vero che il vigore delle chitarre e l’uso più intenso di echi e riverberi amplia il pathos, appare invece fuorviante il paragone tentato da alcuni con la Lana Del Rey di “Ultraviolence” e dintorni: manca del tutto quella carnalità da diva erotic-noir, quell’uso lascivo e surreale del formato torch-song.

Marissa non ammicca al pop, resta fedele ai rigidi canoni della folksinger e alla visione gotica del suo mondo ancestrale. L’apporto di Dunn alla console, però, la sta gradualmente facendo uscire dal bozzolo della sua timidezza. E chissà che, dopo i tanti gioielli sfornati in questa dozzina d’anni, non sia davvero giunto per lei il momento di agguantare il successo.

Contributi di Lorenzo Righetto ("Marissa Nadler")



Marissa Nadler

Un cuore in inverno

di Claudio Fabretti

Mezzo soprano cristallino, al servizio di ballate romantiche e "invernali", funestate da un destino di morte, Marissa Nadler rifugge dai cliché indie per rifugiarsi in una musica senza tempo, che attinge all'epos medievale e alle tradizioni dei cantastorie degli Appalacchi, ma anche al folk celtico e al fado portoghese, aggiungendo una languida vena psichedelica ..
Marissa Nadler
Discografia
Ballads Of Living And Dying (Eclipse, 2004)

7

The Saga Of Mayflower May (Eclipse, 2005)

8

 Songs III: Bird On The Water (Peacefrog, 2007)

6,5

 Little Hells (Kemado, 2009)

7

 Marissa Nadler (Box Of Cedar, 2011)

6

The Sister (Box Of Cedar, 2012)

7,5

July (Sacred Bones/Bella Union, 2014) 7,5
Strangers (Sacred Bones/Bella Union, 2016)7,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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(2011 - Box Of Cedar)
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Little Hells

(2009 - Kemado)
Il ritorno della damigella del dream-folk riserva più di una sorpresa

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Songs 3: Bird On The Water

(2007 - Peacefrog)

La cantautrice più talentuosa della sua generazione alla sua opera terza

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The Saga Of Mayflower May

(2005 - Eclipse)
Il disco che ha rivelato lo straordinario talento della cantautrice americana

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