Residente ormai a New York, Marissa Nadler vive il suo tempo, ma con un'anima antica, quasi fosse la reincarnazione di un'eroina romantica dell'Ottocento o di qualche sirena dei mistici Sessanta (Nico?). Bell'ovale, incorniciato da lunghi capelli neri, pelle diafana e movenze delicate, attraversa i boschi gelati delle sue canzoni come un fantasma senza requie. Canzoni invernali, appunto, che riportano alla mente le "Songs Of Love And Hate" di Leonard Cohen o le "Murder Ballads" di Nick Cave per la loro esplorazione degli anfratti più oscuri e desolati dell'animo umano. Ma, a veder bene, il cuore della sua musica va ricercato ancora più indietro negli anni: nella tradizione dei cantastorie degli Appalacchi, nel folk celtico e provenzale, nell'antica scuola portoghese del fado (il paragone con Teresa Salgueiro dei Madredeus non è così infondato) e in una sempiterna psichedelia, che oscilla dai ruggenti Sixties ai languori onirici di Hope Sandoval.
Stampato in sole 550 copie dalla Empire Records, una piccola etichetta dell'Arizona, il disco d'esordio Ballads Of Living And Dying (2004) è una raccolta di "canzoni d'amore e morte" scritte di proprio pugno dalla Nadler, salvo i due omaggi letterari, a Edgar Allan Poe (la fiaba d'amore dannato di "Annabelle Lee") e Pablo Neruda (la rivisitazione in chiave fado di "Hay Tantos Muertos", con un suggestivo accompagnamento d'organo). Il formato-ballata riacquista il suo significato primigenio: non più un semplice "lento" o una qualsiasi canzoncina sentimentale, ma un piccolo poema drammatico, musicato alla maniera degli antichi cantastorie, con strutture circolari, rime orecchiabili e scarni arrangiamenti a far da contorno. La voce di Marissa Nadler fluttua eterea, punteggiata solo dal suo fingerpicking (chitarre, banjo e ukulele) e dal frusciare ombroso degli archi.
L'iniziale "55 Falls" schiude le porte di questo villaggio arcano sulle note raggelanti di una slide-guitar, "Mayflower May" conduce lungo un desolato sentiero di campagna, affollato di spettri e silenzi inquietanti, "Days Of Rum" imbrocca un country-blues vecchio stampo, pizzicato sulle corde del banjo, mentre "Virginia" è un funereo ritratto della Wolf. Gli unici raggi di sole filtrano tra le scabre tessiture di "Box Of Cedar", sorta di celebrazione della vita nel bel mezzo di un requiem ("I'm going to tell everybody that I'm glad to see you, even though you're coming home in a box of cedar"). E l'altra murder ballad di "Bed Of Solid Stone" (un titolo che è tutto un programma...) chiude nel disco nell'unico modo possibile.
Affascinante ibrido di folk sepolcrale à-la Bert Jansch e psichedelia ipnotica, Ballads Of Living And Dying è un debutto di straordinaria maturità per una ragazza di 23 anni, il biglietto da visita ideale per entrare nel gotha dei folksinger del nuovo secolo.
A un solo anno di distanza, esce The Saga Of Mayflower May , ovvero altri undici bozzetti di folk spoglio e incantevole. L'ouverture di "Under An Old Umbrella" è addirittura commovente: il fingerpicking insistito della Nadler fa da sfondo a una nenia di infinita mestizia, di quelle che ti dilaniano il cuore. Quando poi entra in scena il flauto (a cura di Nick Castro) ad accompagnare l'altra splendida litania medievale di "Famous Song", l'ascoltatore è definitivamente al tappeto, soggiogato da questa sirena che canta come una damigella provenzale del XIII secolo, con una grazia e una melodiosità che non sono di questo mondo.
Con "Mr. John Lee", Marissa scende su una tonalità leggermente più bassa, per declamare con piglio da blues-singer un'altra storia d'amore irrimediabilmente perduto. Lo strimpellio di "Yellow Lights" prelude a un'altra elegante ballata, dove la tristezza si tinge del rosso del rubino e del sangue ("drinking rubies in the rain"... "red the blood inside the old tree"), del verde dei prati ("green the colour of the grasses") e dei colori degli occhi ("Oh, Mary, don't you die/ Cause of the color of her eyes").
La saga di Mayflower May prosegue come un sogno ininterrotto, che si strugge sulle lacrime di piano di "Old Love Haunts Me In the Morning" (altra stupenda melodia a suggellare un'ode d'amore e morte) e sulle delizie del fingerpicking, stavolta più virato verso il folk-country americano, di "In The Time Of The Lorry Low" e "Calico", o dei cori angelici e degli intarsi vocali di "Horses And Their Kin", che chiude il disco in piena trance estatica.
Marissa Nadler parla il linguaggio di un folk universale, che spazia da Joni Mitchell a quell'angelo dimenticato del folk bretone di nome Veronique Chalot. La musa di Cohen (e, indirettamente, di Cave) domina invece sul versante dei testi, tanto elegiaci e delicati, quanto cupamente gotici. Ancor più profondo e toccante del precedente, The Saga Of Mayflower May è un disco da conservare in uno scrigno, come un antico monile prezioso.
Per il suo terzo disco in quattro anni, Songs III: Bird On The Water (2007), Marissa Nadler ha potuto beneficiare del sostegno di una nuova etichetta, l'inglese Peacefrog, e della produzione di Greg Weeks, oltre alla partecipazione di altri due musicisti degli Espers, Jesse Sparhawk (mandolino, arpa) e Otto Hauser (percussioni). Alle prese con violoncello, chitarra e synth, di contorno al suo soprano cristallino, l'aggraziata damigella del Massachusetts conferma anzitutto la sua crescita come musicista e cantante. E resta l'enorme potenza evocativa di una voce spettrale, che sembra provenire addirittura da un altro evo. Lo scheletro delle sue gelide ghost-ballad è intatto, ma gli arrangiamenti si presentano ora meno spogli, con qualche distorsione di chitarra elettrica a irrobustire il sound.
Rispetto a The Saga of Mayflower May , però, l'impianto melodico appare più debole: mancano quelle aperture radiose che schiantavano l'ascoltatore in madrigali da brividi come "Under An Old Umbrella" o "Famous Song", e talora Marissa indulge in qualche leziosismo di troppo. Paradossalmente, proprio l'acquisita consapevolezza dei propri mezzi sembra aver imbrigliato il suo songwriting, attenuando il pathos quasi "primordiale" che lo pervadeva.
Ma la classe non è acqua, e allora basterebbero i bagliori psichedelici di "Mexican Summer", sospesi tra Calexico e Mazzy Star, e le palpitazioni soffuse di "Dying Breed" a surclassare nugoli di cantastorie in gonnella (e non). Poi c'è la folksinger moderna, che flirta con l'elettronica (le tastiere stralunate di "Bird On Your Grave") e con la spigolosità delle chitarre ("Rachel"), senza rinunciare alla sua inflessione classica à-la Joan Baez (il singolo "Diamond Heart", forse la miglior ballata del lotto). E rivive anche il nume tutelare Cohen, virato a tinte (ancor più) fosche nella cover di "Famous Blue Raincoat". Il resto, però, rimane imprigionato in una bolla di vetro, con pochi guizzi e molto mestiere.
Il lirismo gotico e mesmerico di Marissa Nadler affascina ancora, ma non riesce a esprimersi appieno nella sua opera terza. Se però servirà a far conoscere al mondo il talento di questa sirena ammaliatrice, Songs III: Bird On The Water sarà tutt’altro che un disco inutile.
Proseguendo sulla strada inaugurata con Songs III: Bird On The Water e abbandonata la carovana polverosa del folk-revival, su Little Hells, quarto album in cinque anni, la cantautrice di Boston volge lo sguardo verso i lidi placidi e trasognati del dream-pop e di un pop psichedelico à-la Mazzy Star, ma senza tagliare le sue radici, ben salde alle pendici dei monti Appalacchi.
Per l'occasione, si riunisce un supercast, sotto l'egida della nuova etichetta, la newyorkese Kemado. In cabina di regia, Chris Coady (Cat Power, Tv On The Radio, Blonde Redhead, !!!) e “Farmer” Dave Scher (collaboratore di Elvis Costello e Interpol), mentre Simone Pace, batterista dei Blonde Redhead, affianca il fido Myles Baer aka Black Hole Infinity. Ne scaturiscono arrangiamenti più ricchi, innervati dall’elettronica e da una sezione ritmica più robusta. Niente di posticcio, comunque: il nuovo sound funziona, anche se a volte finisce col sacrificare un po' quel fingerpicking in cui Marissa notoriamente eccelle.
Approdo estremo di questo new deal è la vorticosa "Mary Comes Alive", dove un pattern di drum machine detta una cadenza ossessiva, su cui si innestano una ostinata progressione di chitarra e una linea di synth. Una cornice così spessa non mina, però, l'interpretazione della Nadler, alle prese con un'altra commossa riflessione sulle stagioni dell'amore e della vita. Anche il singolo "River Of Dirt" poggia su una sezione ritmica tirata a lucido, con il drumming potente e un incalzante riff di basso a irrobustire le tonalità eteree del canto, mentre la conclusiva "Mistress" suona quasi allegra, nel suo incedere country.
Marissa soffia parole di vetro nel carillon-thrilling di "Heart Paper Lover", si strugge nella ninnananna diafana di "Brittle Crushed And Torn" e tiene in bilico su due note di piano il requiem di "The Whole Is Wide". La sua voce resta lo strumento principe, capace di cambiare faccia ai brani con un solo sospiro. E allora a volte può bastare anche il minimo degli orpelli, come nella title track, ritratto di un cuore in frantumi su tela dream-country, o nell'arpeggio ostinato di "Ghosts And Lovers", sconsolata litania col cuore in gola.
Le qualità "atmosferiche" del sound della Nadler riemergono soprattutto dal vortice di "Loner", dove è un organo sepolcrale a reggere il gioco. Dovendo però individuare un brano che condensi al meglio tutte queste intuizioni, la scelta cadrebbe su "Rosary", un valzer di seducente bellezza, cullato nei riverberi di una slide guitar e su fatate melodie vocali.
Marissa Nadler ha ormai ampliato il suo spettro sonoro, affinando il suo songwriting all'insegna di una sofisticata eleganza, che solo a tratti compromette la nuda visceralità del suo approccio, sebbene il traguardo formale ed emozionale di The Saga Of Mayflower May resti distante. Conferma, poi, tutto il suo valore lo storytelling della bostoniana, poetessa dal gusto noir influenzata da Edgar Allan Poe Poe e dai risvolti più foschi dell'età Vittoriana.

