Guns 'n' Roses

Guns 'n' Roses

Devoti all'hard-rock

di Tommaso Franci, Michele Saran

I Guns n' Roses del torbido Axl Rose sono stati gli ultimi veri, irriducibili consacratori del Credo hard-rock. Si sono distinti nella California di metà anni 80 per essere i più "punk" fra tutti i gruppi hard-rock. Una attitudine sfruttata appieno nel loro (unico) grande successo: "Appetite for destruction"

L'hard-rock, dacché esiste il rock, non ha mai conosciuto una vera e propria crisi, ma è stato sempre rinfocolato e più o meno riaggiornato ai suoni dominanti nelle varie decadi. La forse più longeva specie del genere rock ha comunque senza eccezione mantenuto il suo piglio e i suoi valori originari e peculiari. Questi, all'interno di sonorità fatte di ritmi cadenzati con ascendenze blues, assoli di chitarra e batteria, di una ripetitiva struttura compositiva piano-forte-piano o forte-piano-forte o piano-forte-in crescendo, di retoriche esecutive date e dalle voci "tecniche" e "alte" e dai giri di chitarra, questi "valori" sono un edonismo fine a se stesso, una morale bizzosa, adolescenziale e meschina, un autolesionismo tanto ostentato quanto pretesto per il vero uso di alcol, droghe e sesso: l'edonismo di cui sopra. Come condimento abbiamo un atteggiamento retorico e pletorico che picchia e ripicchia fideisticamente sui medesimi temi peraltro riassumibili nell'organo sessuale femminile, fine supremo di ogni azione/reazione. L'hard-rock è uno stato di né carne né pesce e tuttavia reazionariamente convintissimo nel suo essere: né metal né blues, né distruzione né sopravvivenza, una nonchalance al limite stupida e inconcludente nel suo fossilizzarsi aprioristico in un X che è uno stato d'animo di ribellione compiaciuta e fondamentalmente in quanto meramente edonistica e non estetica attaccata alla vita.

Nell'ordine: Deep Purple, Aerosmith, Kiss, AC/DC, Van Halen, Def Leppard, Bon Jovi, Guns n' Roses. Anche se in misura minore, il 1991 può essere considerato l'anno di morte del rock anche perché l'anno dell'ultimo album "originale-significante" di hard-rock. Ed è un album dei Guns n' Roses, a loro volta gli ultimi veri irriducibili consacratori del Credo hard-rock.

Tutti tossicodipendenti e alcolizzati fin da giovanissimi i Guns n' Roses si distinsero nella California di metà anni 80 per essere i più "punk" fra tutti i complessi hard-rock; anzi furono, forse, il primo complesso strettamente hard-rock della storia ad abbracciare un'ideologia (= un estremismo) punk. Di solito punk e hard-rock sono agli antipodi, come modo di rapportarsi alla vita e quindi alla musica. Scissione più grande non si ha che all'interno del medesimo contesto: hard-rock e punk sono nel medesimo stato di "male" e "ribellione", ma lo abitano con un approccio antitetico, e quindi sono all'opposto. Nel mezzo, per quanto riguarda l'hard-rock, c'è il blues, che il punk ha programmaticamente provveduto a rinnegare. Ed ecco che l'antecedente più immediato dei Guns n' Roses viene costituito dai Motley Crue: selvaggi che, come i Guns n' Roses, hanno associato melodia, lenti, ballate a debordate e deflagrazioni estreme sonore, spostando però il piede più sul metal (che in certe sue dinamiche hanno contribuito a fondare) che su l'hard-rock. Sono l'ideologia e l'irriverenza punk che hanno portato i Motley Crue prima e i Guns n' Roses dopo a privilegiare più l'aspetto metal (estremo) che quello hard-rock (da compromesso) nella loro "arte". I due gruppi sono accomunati anche dalla fama di "belli-maledetti", riuscendo ad accattivarsi con fisici da modelli trascurati e sciupati, vestiti che facevano inevitabilmente moda, atteggiamenti maschilisti e sessualmente perversi, con le ballate e le sfuriate, con il romanticismo e la devastazione, frange di pubblico dalle più varie. I paragoni finiscono qui, perché i Motley Crue (in virtù di un successo infinitamente minore rispetto ai Guns n' Roses), hanno per ritorsione avuto una carriera più lunga, un'importanza oggettivamente maggiore (si pensi ai numeri alla batteria di Tommy Lee); toccando estremi che rispetto a quelli degli emuli Guns n' Roses sono più estremi.

Anche i Guns n'Roses, tuttavia, non scherzavano. E anzi, negli anni in cui sono vissuti, sono stati tra i gruppi effettivamente e non solo ostentativamente più depravati e irriducibili in assoluto. E lo furono programmaticamente e inguaribilmente (con particolare predilezione per la violenza sessuale, il vandalismo e l'eroina).

Il chitarrista Slash (nato in Inghilterra nel 1965) proveniva da una famiglia a dir poco benestante: furono il padre (disegnatore grafico per album, fra l'altro, di Neil Young e Joni Mitchell) e la madre (disegnatrice di vestiti e arredi per scenografie cinematografiche) a portarlo a Los Angeles dove, non ancora maggiorenne, abbandonò la famiglia dandosi al vagabondaggio e al teppismo (per sopravvivere fece anche da uomo-test per la Philip Morris: doveva fumare tre pacchetti di sigarette al giorno per poi sottoporsi a vari esami, e con quello che gli davano si comprava da mangiare e il poco di resto). Il cantante Axl Rose (1962) veniva da una situazione molto più degradata (violenze sessuali subite da bambino ecc.) e in questa rimase, cambiando solo di posto: dall'Indiana giunse (assieme a tante altre centinaia di migliaia di persone che fecero della città quella con il più alto incremento demografico, nel breve periodo, della storia) a Los Angeles. Il secondo chitarrista (ma autore della maggior parte della musiche, nonché il vero, sebbene oscurato dagli altri due, uomo-Guns 'n Roses) Izzy Stradlin (1962), alternava la sua vita balorda a una dedizione incondizionata alla musica rock americana vecchio stile. Il bassista Duff Mckagan (Seattle, 1964) era un ladro d'auto. Steven Adler (Ohio, 1965), alla batteria, un epigone di Tommy Lee.

Si ritrovarono tutti a Los Angeles e dopo un paio d'anni di convivenza in un bordello-studio underground giorno e notte popolato da centinaia di persone diverse che accorrevano ad assistere alle prove (ininterrotte: o interrotte solo dal sesso, la droga e l'alcol, in un vortice indecifrabile) del gruppo, dopo questo "totale", disperato, relativamente breve, periodo quando il più vecchio aveva 25 anni e il più giovane 22, uscì Appetite for destruction. Era il 1987, l'album (per dir la verità, all'inizio un po' a stento)spopolò. Se il gruppo si fosse fermato qui per la storia della musica rock sarebbe stato lo stesso. E di fatto il gruppo si fermerà qui (almeno creativamente), sfruttando in futuro solo l'eredità di questa primitiva energia iniziale.

Già alla prima prova i Guns n' Roses dicono tutto ciò che aveva da dire; fanno tutto ciò che possono fare; e si configurano tra gli ultimissimi (temporalmente parlando) gruppi rock della storia. Nascono già classici, i Guns n' Roses: un po' per quel tocco "english" di Slash (Deep Purple, Black Sabbath, Motorhead e Sex Pistols erano inglesi), un po', e soprattutto, per la ripresa delle basi blues del rock americano. E chi trova interesse nel rock-classico, troverà interesse nei Guns n' Roses, gruppo rock-classico-blues per eccellenza. Uno di quei (relativamente pochi: una decina) gruppi a entrare nell'immaginario collettivo di mezzo mondo, e di quello americano in particolare. Sembrava una destinazione, quella dei Guns n' Roses, come lo fu quella dei Rolling Stones, i gruppi costruiti "meno-a-tavolino" della storia. Seppero assecondare questa forza della natura.

"Welcome to the jungle" è già classico (e il brano che meglio esemplifica la copertina del disco, un classico a sua volta che migliaia di adolescenti sfoggeranno in magliette e poster almeno fino a metà anni 90); sembra quasi pletorico parlarne; suona come uno di quei pezzi che ormai, volenti o nolenti, fanno parte dell'immaginario collettivo. Musicalmente è perfetto, per quanto può essere perfetto l'hard-rock di cui esemplifica l'essenza, rapportata al sostrato anni 80 di post-metal e post-punk (poi death-metal e grunge). Il testo è l'autobiografia per eccellenza dei Guns n' Roses, della loro vita randagia e depravata, violenta e così voluta: nella metropoli "catastrofica" che era Los Angeles (allora più di ora) a metà 80.

"It's so easy" impreziosisce la miscela hard-rock con uno stato strascicato-blues che si innalza in uno dei ritornelli più toccanti (meno retorici) dei Guns 'n Roses. La voce di Axl Rose qui tocca un po' tutte le tonalità, appoggiata da vari effetti e molta arte. Il brano è, più che soft, costante nel suo incedere. Un must da riscoprire, per il suo primitivo e "totale" essere; malinconico come certo grunge, nero come altro blues, incrollabile come il metal.

"Nightrain" rende più esplicito, semplificandolo, quanto appena detto. Risulta più rozza (d'altra parte, i Guns n' Roses sono un gruppo rozzissimo, e non solo volutamente, ma naturalmente: tagliato con l'accetta, che si spezza ma non si piega, grossolano, magniloquente nel tenue come nel forte), ma non meno efficace. Diamo un po' la forza causale anche agli anni in questione: gli 80. Un disco "solare" non poteva e non doveva darsi, in quella straordinaria, plagiante, avvolgente, onnicomprensiva decade.

"Outta get me" è un brano secondario, pur curatissimo in ogni particolare. Parte AC/DC, prosegue blues, approda a un ritornello e ad un riff in pratica AC/DC-plagio.

"Mr. Brownstone" tocca la via della sperimentazione in un veloce-tribale cantilenato e assecondato da liquidi fraseggi chitarristici. Poi il ritornello. La novità che i Guns 'n Roses hanno portato nell'hard-rock (ignorata da tutti) sta nella lunghezza dei testi e del cantato (che accompagna quasi tutto il tessuto strumentale); Axl poi si avvale di andamenti in fase di recitazione quasi rap e comunque qui e là sproloquianti in diluvi di parole-parlate: fino a quando non si giunge al ritornello cantato ai limiti del falsetto. Il brano in questione è dedicato all'eroina (l'alimento preferito di Axl). In altri album, canzoni "secondarie" come questa farebbero gridare al capolavoro.

"Paradise city" è tanto famosa quanto affine a "Welcome to the jungle": il fischio che separa la strofa introduttiva (lenta) dal corale irrompere del gruppo (soprattutto dal vivo) rimarrà negli annali. Poi sagge e originali certe cadenze della batteria, protagonista solo quando serve il suo protagonismo. Tutto è sapientemente calcolato. Ogni strumento è protagonista quando gli spetta: e in modo sprezzante e violento. Oltre 6 minuti risultano troppi per non annoiare, ma fa parte del gioco e della vita magniloquente Guns n'roses.

"My Michelle" è un brano assoluto. Il migliore che i Guns n' Roses siano riusciti a produrre. "Your daddy work in porno/ Now that mommy's not around" uno degli attacchi (in termini di versificazione) più espressionisti della storia del rock. Per il resto, un brano senza compromessi (e senza retorica: 3'.39'' secchi ed essenziali): il meglio delle sincopi AC/DC senza il loro sciovinismo. Un Axl in piena ascesi nella sua mistica violenta e teppistica (che qui trova, senza compiacimento e, a modo suo, un contenuto di sincera compassione e invito a resistere con l'affermazione del proprio catastrofico stato esistenziale).

"Think about you" è un garage-rock di scuola tra Mark Bolan e Billy Idol; il suo destino sarebbe quello di passare inosservato, se non fosse per il toccante strascico di voce, nel ritornello, che fa di Axl Rose un cantante hardrock classico riuscito a insinuarsi tra Plant (Led Zeppelin), Tyler (Aerosmith) e Scott (AC/DC), facendo propri tutti gli stilemi del genere senza, quando dà il suo io meno retorico, scadere nelle routine altisonanti dei maestri. È il nichilismo punk a consentirgli di disprezzare le proprie stesse doti canore così da non compiacersene autocelebrativamente, antipaticamente e antiesteticamente. Quello stesso nichilismo punk che ha fatto dei Guns n' Roses l'ultimo gruppo hardrock della storia del rock (l'ultimo in grado di reinterpretare personalmente il genere hardrock); quello stesso nichilismo che quando mancò generò sulla scia dei Guns n' Roses sgorbi pop-hair-metal (che della lezione del gruppo madre non avevano capito nulla) come, ed è solo un esempio, i Bad English.

"Sweet child o'mine" (ma anche solo per il riff iniziale vale quanto segue) può risultare, a distanza di 16 anni, antipatica: come un culto di cui si è abusato e riabusato. Potessero parlare, le pareti di migliaia di cantine dove giovani e meno giovani di fine-80 inizio-90 coltivavano i loro sogni di rock n' roll, riporterebbero questo pezzo come uno dei più biascicati, storpiati e, nel migliore dei casi, coltivati dell'epoca. Ora, o il condizionamento culturale non conta nulla e il brano in questione può ancora stimolare come una volta; oppure se conta, anche solo un po', oggi, quel must, come una prostituta, ma anche come il sole che con indifferenza diamo per scontato nel cielo ogni giorno, è stato così interiorizzato, che non ha più nessuna verginità, nessun piacere, nessun interesse da proporre. Se questa è la fine dei pezzi "classici", sarebbe forse più appropriato chiamarla morte che immortalità.

"You're crazy" porta, a livello di tappeto sonoro, al boogie-heavy dei Motorhead. Poi la voce di Axl si inalbera in acuti retrò alla Joe Elliott (Def Leppard). Il brano è un buco nell'acqua. Avrebbe fatto meglio a non comparire nell'album, per il quale (e, direi quasi, per quale album no?) 57 minuti e 33 secondi sono decisamente troppi. D'altra parte non si vive di solo companatico.
"Anything goes", a segno ancora della fondamentale rozzezza degli hardrocker (uso il termine hardrock in senso proprio e in apertura definito; si plachino dunque le critiche che non considerano questo), pensa di essere sperimentale e "divertente" con banali espedienti funk, bolgie, echi più ne ha più ne metta. Fa, più che schifo, semplicemente annoiare (che è peggio).
"Racket queen", anche se non ce n'era nessun bisogno, dimostra inconfutabilmente che Appetite of destruction avrebbe dovuto fermarsi alla traccia n. 9. Quarantasette minuti gli sarebbero valsi vari punti in più nelle classifiche dei critici (non afflitti dalla mania della quantità) dei 57.

Nel 1988 esce Lies, che dovrebbe essere un album, ma di fatto (sia per la sua acusticità sia per la sua inconsistenza) non è mai entrato a far parte della discografia essenziale dei Guns n' Roses; Guns n' Roses che, di fatto grazie solo al primo album, passeranno gli anni tra il 1987 ed il 1990 in giro per il mondo a far toccare di mano a suon (è proprio il caso di dirlo) di tournée quello che già milioni di persone hanno apprezzato su disco.

Poi (e in questo poi ci sono tutte le bizze di Axl, i problemi con la droga, la giustizia, le donne, il male di vivere. insomma, sardonicamente, quelle 3-4 cose che ogni rocker che si rispetti, dai tempi almeno di Jerry Lee Lewis ma forse è più calzante il paragone con i Rolling Stones, deve avere) è la volta dell'album-tormentone. Premessa. Nel frattempo si è aggiunto al gruppo il tastierista Dizzy Reed e il batterista Steve Adler è stato rimpiazzato con Matt Sorum, ex Cult. Ciò è significativo: tastiere in hard rock = sceme sdolcinatezze pseudoromantiche e comunque retoriche; Matt Sorum, nei Guns n' Roses = più professionalità, ma molto meno coinvolgimento-passione-maledizione. Sempre nel frattempo, il produttore Mick Clink (o l'establishment della Geffen dietro di lui) ha costantemente e ovviamente preso più piede. Se i Guns n' Roses, come gli Stones, erano nati come il gruppo non-a-tavolino per eccellenza, hanno finito, come i Beatles che lo furono già da subito, per esserlo. Ciò non significherebbe nulla. Anche i Sex Pistols furono un gruppo "calcolato", programmato e disattivato da Malcom Meclaren. Eppure hanno dato "Nevermind the Bollocks". Peccato che i Guns n' Roses abbiano dato Use your Ilusion. Use your illusion, che poi non sarebbe neanche male; anzi, direi ottimo (e con che progresso tecnico da parte della band rispetto al primo album...), per il genere; se non fosse diviso in due. Mi spiego.Per questo album ci sono (non solo tra i filologi, le "collazioni intertestuali", anche tra i critici musicali, che diamine!) "divisionisti" e "unitarismi". Già, infatti nel settembre 1991 (oltre a Nevermind), uscì Use for illusion I e Use for illusion II. Da acquistare separatamente, eppure con evidenti richiami di copertina (oltre che del titolo ovviamente), di canzoni (da subito una doppia versione di "Dont't cry", che doveva, essendo stata così pianificata, essere un successo epocale) ecc. Il risultato (un po', e chi ci penserebbe mai?, come per gli Helloween di Keeper of the 7 keys, Pt. 1 e Keeper of the 7 keys, Pt. 2) fu che il primo album vendette tantissimo (con le varie scene di file davanti ai negozi: come oggi, grazie fortunatamente a una migliore distribuzione, non avviene più)mentre il secondo, solitamente considerato una fronda per fan sfegatati, una sorta di bonus track, fu rilegato nel quasi-dimenticatoio (e poi non aveva i classici dei, sapientemente promossi, video).

Col tempo, se non fin da subito (grazie anche al fautore del progetto che forse proprio questo voleva), s'è fatta una gran confusione con dibattiti tra "separatisti" (che considerano i due album in modo eminentemente individuale) e "unitaristi" (che considerano il secondo come una specie di "raccolta di scarti" per vendere sulla scia dei successi del primo, e che sono i soliti che, indipendentemente dal valore peraltro il medesimo e della medesima specie di quello dei due Use your illusion, continuano, ad esempio, a trattare Load e Reload dei Metallica come un album in due).

Io sono un tenace "separatista" e da tale mi comporterò. Use your illusion I e Use your illusion II sono due mega-album di 74 minuti l'uno. Questa è la loro croce: una magniloquenza ridondante che si riverbera anche nella lunghezza eccessiva dei relativamente pochi brani (rispettivamente 16 e 14); tanto fumo e poco arrosto; tonnellate di pasta scotta e indigeribile opprimono anche quel sugo prezioso che pur v'è. Un solo album, 45 minuti, e sarebbe stato un altro capolavoro al pari di Appetite for destruction (si noti la rima tra i due titoli). Si sarebbe però perso anche, il di fatto (indipendentemente dalle interferenze e dagli intrighi discografici) scopo dell'operazione. Un "totale" e definitivo punto/summa del rock di ogni tempo e forma; come a lasciare alla posterità (o a dei marziani), unico interprete, unica espressione, e valore più alto della canzone-rock, il nome Guns n' Roses. Non solo chiaramente il gruppo non riesce nell'intento e scade nel ridicolo, ma, spaventosamente, annoia anche e molto.

Insomma questi album, o uno preso singolarmente, vuoi per la durata del nastro e del singolo pezzo, per il martellare dell'esecuzione, per la ridondanza della voce, per il senso di estremo senza costrutto che si respira, risultano inascoltabili tutti d'un fiato. E il fatto (il male) è che questo non deriva (come per i Soft Machine o Captain Beefheart o i Royal Trux) per la complessità dei contenuti, ma per la loro "pesantezza": una laboriosità squadrata e indigeribile, un pezzo di mattone immasticabile se non sbriciolato. Tanti rigiri. Poco costrutto (o almeno poco rispetto al "troppo" ove è abbandonato). Tuttavia, come una cattedrale nel deserto, come un concettoso, cerebrale, magniloquente, enfatico, enfio e straripante poema della tarda antichità, mantiene il suo fascino. Il fascino della triste disperazione di non poter essere scampati, nonostante tutto il darsi da fare e mettere in ballo, al nulla o vuoto. La conclusione è l'inconclusione.

Use your illusion I

"Right next door hell" ha un intro di basso che potrebbe essere di Krist Novoselic dei Nirvana. Per il resto gran pezzo; un vertice dei Roses e della voce Axl (sublimamente tra punk-metal-hardrock). Un'orgia calcolatissima, totale e senza tregua. Deflagrante, come a battesimo (dato che siamo in apertura di un album nella prima edizione del quale era attaccato un adesivo con su scritto: "This album contains language which some listeners may find objectionable. They can F?!* OFF and buy something from the New Age section"; firmato Axl Rose, c'è da scommetterci) in un "fuck you". Tre minuti netti. Anche come atmosfera (si pensi alla velocità della luce amplificamento del magma del traffico cittadino) spaziale. Quello che ci vuole, se si vuole hard-rock.

"Dust n' bones" vede l'irrompere delle tastiere e un tono fondamentalmente Aerosmith; il ritornello, maschilmente romantico (vedi, oltre agli Aerosmith, Bon Jovi), non dispiace (per il genere) né annoia. Toni quasi-country/ubriachi. Il finale riverberato è copia-Rolling Stones.

"Live and let die" mantiene qualità e decoro: copia la pomposità eccessiva (di una dolcezza così ostentata che si traduce in stucchevolezza stupida, fine a se stessa e insopportabile) dei Meat Loaf: raggiunge un proprio essere grazie all'avvento blues-metal di Slash alla chitarra lento e in-calare nel bel mezzo della mazurca orchestrale.

"Don't cry": sdolcinata, falsa come una moneta di latta, vigliacca, prostituta, retorica. Oggi poi . Quante cose vere . Eppure, eppure quell'attacco di Slash, l'incespicare in un respiro a un certo punto esitante di Axl: non solo memorabile; toccante comunque. Sono le cover che ne sono state fatte a sciuparla; lei stessa, eccessivamente programmatica, si è sciupata con le proprie mani (quel "baby" di troppo . e che così piace agli americani). Sta lì tuttavia. E non c'è da augurarsi che ci stia, perché tanto ci starà. Come il sesso: tutti lo fanno anche se tutti lo fanno; le ballate tutti gli hardrocker le fanno anche se tutti gli hardrocker le fanno. Sarà genetica.

"Perfect crime" è il vero inizio dell'album in quanto a pomposità. D'altra parte è l'unico mezzo con cui Axl, Slash e Stradlin possono investigare il loro io e il loro modo di vita devastato dagli eccessi (tutti fisici, peraltro). Ed ecco l'album: un eccesso, tutto fisico, tutto di quantità e non di qualità. Perfetto nella realizzazione, per carità. Peccato che sia la realizzazione di un qualcosa con assenza di valore in sé (il massimo valore che hanno le vite di questi individui è quello già espresso in Appetite for destruction e qui inutilmente e quasi sempre peggio ribadito; inutilmente se non ad un cosa, al sopravvivere loro).

"You ain't the first" è un acustico contro. I Guns n' Roses hanno (anche se a un livello moto inferiore) lo stesso spirito (oltre che tanti stessi atteggiamenti e modi di rapportarsi ala vita e alla musica) dei Rolling Stones: fagocitano tutto. Anche quando non c'è un "cosa" con la "c" maiuscola. Insomma, danno spettacolo, mettono su un concerto (e un album, come si vede) anche senza canzoni di qualità. Sono animali da palco. Inattaccabili e incorruttibili professionisti. Lo dimostrano. Non basta per il companatico, ma almeno per il pane.

Stesso discorso per "Bad obsession", spostata a ritmi elettrico-Aerosmith-Rolling Stones. Contenutisticamente zero (non c'è la vita di Axl o di Slash e un conseguente messaggio, come c'era in Appetite for destruction, almeno che ciò non si sia così svilito da apparire inconsistente). Realizzazione perfetta. Edonismo senza estetica. Alle bestie può bastare. Agli altri è noia.

"Back off bitch" accarezza l'essenza dell'hard-rock sound di cui ripercorre tutti gli stilemi e gli espedienti, configurandone il "pentagramma" completo. Scuola tassonomica. Senza interpretazione. Per "comprendere" e far proprio questo pachiderma incandescente (dargli valore e giustificazione: quello che hanno i grandi/significativi pezzi) ci vorrebbero un "cuore" e una "voglia" così pieni di abnegazione, da rasentare la santità. Tutto si può "giustificare" (apprezzare). Il punto sta in quanta fatica ci si deve imbattere per ciò.

"Double talkin'jive" stessissimo discorso (soprattutto nella parte finale del discorso). Al ritmo del brano va tuttavia riconosciuto un piglio più particolare e un andamento più sperimentale che lo fa, in qualche misura, apprezzare più facilmente se non tout court. Da rifletterci su.

"Novembre rain" è il, direi, b-side, di "Don't cry": annoia di più e si sopporta di meno soltanto perché è più lunga (troppo: 9 minuti; come "Riders on the storm" dei Doors: troppo lunghe). Piano, flauto, chitarra, ragazza sotto il braccio, accendino sulla sinistra, cenno di assenso e soddisfazione (per il quadretto) col capo. Se tutto questo condividete, condividerete (o avete già) "Novembre rain". Certo la voce di Axl (qui cantautore) si cala e impreziosisce come nessun altra la parte. Certo non compare la orrorifica parola "baby". E già qualcosa. Ma questo qualcosa su Appetite for destruction avrebbe fatto sorridere o gridare al "gay".

"The garden" finalmente riporta a un humus più esplicitamente esistenziale. Maligna, pur soft, pur troppo lunga, crea un'atmosfera da quasi-ballata onirica e visionaria. Da riscoprire e apprezzare. Riesce quasi nel totalizzante. Per nulla retorica. Esplicita e sincera.

"Garden of eden" riprecipita però in un non-sense di violenza e teppismo (andamento rap omicida) fine a se stesso, non credente nemmeno in se stesso, per quanto lo sostenga (come al solito, ma sarebbe come dire a Piero della Francesca di provare a non saper disegnare: non ci riuscirebbe, anche se non fosse ispirato) un savoir faire supremo. "Don't damn me" più che un punto interrogativo, qualcosa indegno anche di questo. Rigetta feci. Per chi? Per altri rigettatori di feci? Se questo è il modo di sopravvivere dei Guns n' Roses sarebbe stato meglio morire (cioè sciogliersi; infatti di qui a poco.).

"Bad apples" è rhythm and blues di gran scuola, ci mancherebbe. Ma se leggete un pentagramma ci trovate qualcosa di pregevole o inventivo? "Dead horse" rischia di sorprendere: acustico che sembra preludere l'"Unplugged in New York"dei Nirvana. Poi arriva il rozzo ensemble blues-hard rock e rovina tutto. Evidentemente non c'era molto da dire.

"Coma" offre 10 minuti di classica standing ovation conclusiva. Ai 10 minuti credeteci, al classico uguale, al conclusivo pure. Alla standing ovation, mi permetto di non partecipare. È il migliore brano dei brani peggiori che abbiamo trattato: ma ancora non basta; sì agli urli, agli alienanti fraseggi chitarristici, alla squadrata batteria: no al complessivo troppo senso di intrattenimento fine a se stesso. sembra come si cerchi di disperatamente e inutilmente riempire una fossa vuota. Interpretate come volete la metafora.

Use your illusion II

"Civil war": quant'era (se si viene dall'indigestione del precedente album) che non si sentivano i Guns n' Roses hardrocker come dio comanda (in piano-forte, devastanti, teppisti, in conflagrazione in un catapultare e roboare del tutto spezzettato su di loro). Eccoli di nuovo strepitosi, innovativi, colpo di coda così deciso da far sperare in una rinascita. E il tutto (grazie ad una composizione di valore) pur (e lo dico a valore negativo) negli oltre 7 minuti del discorso, nello sproloquiare (a riempire in Jerry Lee Lewis style-roboante-crescendo, alcuni innegabili cali) delle tastiere. Quando c'è la sostanza. qui un bisbiglio (con un attacco geniale di una voce maltrattata su nastro), un arpeggio, eppoi il disperare resistente/morente di Axl. Forse il miglior brano dei Guns n' Roses dopo "My Michelle"; di sicuro il migliore dall'87. Dal vivo, infine, stratosferico: come tutti i grandi pezzi, che reggono a tutto.
"14 years" è un power-pop sostenuto alle tastiere non inascoltabile ma nulla di più (anche se non è poco, dati i tempi.). Diamogli, se fosse un voto, un "riuscito". "Yesterdays" è l'orrendo. In ballata. (con titoli così d'altra parte si va poco lontano; anche se le atmosfere sono collegiali e la voglia di "ricordo" impera).
"Knockin'on heaven's door" è la versione del brano che passerà alla storia (mezzo mondo dei non, almeno un minimo, addetti ai lavori ignora che il pezzo è di Bob Dylan).
"Get in the ring", con l'artificio panico del live, raggiunge l'apice della violenza, della pesantezza (tanto come suono quanto noiosità) e della irriducibilità (manifesto dell'hardrock-teppista o metal-street inventato dai Guns n' Roses; dopo che i Rolling Stones avevano fatto lo stesso trattamento al blues) quanto della rozzezza e non-valore (che cosa stimola, all'infuori di spegnere lo stereo?). Il testo, almeno quello, si salva.
"Shotgun blues" continua a riecheggiare testardamente i bluesman per eccellenza Rolling Stones. "Breakdown" fischietta, fa partire le tastiere, ammicca una voce semi-tenorile di Axl. E poi . e poi annoia per quanto ricerchi l'epico dell'underground.
"Pretty died up" si avventa addirittura su un'apertura orientale (capirai.); poi con quella pianoletta sembra quasi un intrattenimento per vecchi rincorbelliti da saloon appena un po' più scalmanati/arzilli o ubriachi del normale. "Locomotive", 9 minuti. Di che, dite una cosa che non vi piace e azzeccherete. Axl tenta di fare i miracoli alla voce, ma non basta (per quanto gli faccia onore).

"So fine" era, assieme a "Don't cry" (in pratica uguale: con però, eppure, quel "maledetto", e diverso dalla maestra, inattaccabile, orecchiabile, voto 10, ritornello concitato sinceramente trascinante), l'altro pretesto per pomiciare alle feste dei ragazzini dell'anno Domini 1991. Slash, con la chitarra, sembra reggere il lume ad Axl che, con la voce, "si fa" una (spensierata quanto rozza) pianola-western.
"Estranged" ripresenta nel mondo sinfonico/retorico Meat Loaf da cui almeno in parte si salva grazie a una certa struttura e ai miracoli (di intrattenimento) di Slash e Axl (che cambia "tono" in modo impressionante; è un maestro, gli va riconosciuto) nei rispettivi ambiti di competenza.
"You could be mine" è un sottofondo credibile per l'epoca post-nucleare che tuttavia si limita al massimo a descrivere senza interpretare. Potrebbe, filosoficamente, avere anche ragione. Uno dei pochi brani a salvarsi dall'informe magma. Ma la personalità gli è conferita solo da uno straordinariamente perfetto stato-hardrock. Forma che Axl è determinato a garantire con quel suo (di sua fabbricazione-invenzione) AI-AI strascicato-urlato (attraverso espedienti tali si rifondano i generi rock). Dopo una seconda, inutile versione di "Don't cry", "My World" tenta di stupire con un attacco e proseguo selvaggiamente rap. Sottofondo, un orgasmo femminile. Se non altro, dura un minuto e mezzo.

Nel 2008 il nuovo shock. Dopo una serie infinita di voci e polemiche, esce Chinese Democracy. Con una formazione allargata ma stabile - composta da Axl Rose, Robin Finck, Bumblefoot Thal, Buckethead, Paul Tobias, Richard Fortus, Tom Stinson, Chris Pitman e Brain Mantia (più arrangiamenti e parti supplementari di Frank Ferrer, Dizzy Reed e John Freese) - e un sound tra i più saturi che si siano mai uditi, almeno nei rispetti del rock pesante.
Il pseudo-ossimoro della democrazia cinese è una centrata metafora del leader. Prima di tutto, l’album è un agglomerato inestricabile di suoni ammassati, affastellati secondo un ordine che - molto probabilmente - sta solo nella testa di Axl. E’ anche, banalmente, un “Cut The Crap” con molta più cognizione di causa. Power-ballad marcianti come “Better”, che prendono avvio da elettronica stridente, nascondono faticosi risvolti melodrammatici, e esperimenti crossover (intro flamenco, battito hip-hop, velatura easy-listening) come “If The World” risultano bizzarramente astratti. La più lirica, “Street Of Dreams”, relega un’intera orchestra a semplice brusio di sottofondo; la più soul, “Madagascar”, è una sarabanda irriconoscibile; la più pomposa, “This I Love”, è una serenata in cui per i primi due minuti non si ode nemmeno una chitarra.
Più chiara è la questione quando Axl fa l’autoindulgente, o cerca di dimostrare che gli anni di attesa sono serviti a carpire il segreto delle nuove tendenze di metal e hard-rock. “Shackler's Revenge” passa semplicemente la “Welcome To The Jungle” al vaglio di un serioso appeal post-disco psicotico, e “Riad N' The Bedouins” - maggiormente oleografica - lo rende aggressivo. “There Was A Time” e, di seguito, “Catcher In The Rye”, scimmiottano l’enfatico melisma di “November Rain”, ma mentre la prima ne importa il respiro monumentale, “Catcher In The Rye” sciupa tutto con il solito confabulare di suoni sullo sfondo. Meglio fa “Sorry”, un lento in progressione che sfocia in un urlo nu-metal.
Ma il doppiogiochismo del frontman non conosce limiti, capace com’è di confondere il post-grunge più sanguigno con i vecchiumi dei primi Aerosmith (“Scraped”, con attacco gospel), e, viceversa, di mascherare l’anziano album-rock radiofonico con le velleità recenti degli Skunk Anansie (“I.R.S.”). Chiassosa a vuoto, ma anche emblematica e industriale di quel tanto, è proprio la title track, un carosello di riff pompati, anthem esosi, siparietti campionati.

Diciassette anni, per Axl Rose, tre quarti dei quali passati a tener ferma la line-up, e ad assistere pressoché impotente alla dipartita inesorabile dei membri storici; il resto del tempo a comporre, rifinire e farcire all’inverosimile (orchestra, coro e reggimento fantascientifico d’ingegneri del suono) la leggenda che - di necessità virtù - si stava via via stagliando. Di quando in quando è permeato da un rarefatto atto di coscienza. Ha colto la palla al balzo anche nello sperpero di budget, spartito tra la miriade di studi di registrazione utilizzati, gli acconti della Geffen ad Axl (solo 2 milioni di dollari per consegnare il nuovo disco alla fine del ’99), i danni delle risse conseguenti alle defezioni live dei primi anni 2000, senza contare le umiliazioni, l’ostinazione, l’orgoglio maciullato. I primi “leak” risalgono al 2003, gli ultimi arrivano ai giorni nostri. La Dr. Pepper ha perso la scommessa.

Per quanto riguarda la storia dei Guns n' Roses, i punk dell'hardrock, vi sarebbero e vi sono altri pezzi e bocconi. Ma è meno inutile tacerli.

Guns 'n' Roses

Devoti all'hard-rock

di Tommaso Franci, Michele Saran

I Guns n' Roses del torbido Axl Rose sono stati gli ultimi veri, irriducibili consacratori del Credo hard-rock. Si sono distinti nella California di metà anni 80 per essere i più "punk" fra tutti i gruppi hard-rock. Una attitudine sfruttata appieno nel loro (unico) grande successo: "Appetite for destruction"
Guns 'n' Roses
Discografia
 GUNS'N'ROSES  
   
Appetite For Destruction (Geffen, 1987)

7

 Guns N' Roses Lies! (Geffen, 1988)

 

 Use Your Illusion I (Geffen, 1991)

6

 Use Your Illusion II (Geffen, 1991)

6

 The Spaghetti Incident? (Geffen, 1993)

5

 Live Era 87-93 (live, Geffen, 1999)

 

  Chinese Democracy (Geffen, 2008)

6

   
 SLASH'S SNAKEPIT  
   
 It's Five O'Clock Somewhere (Geffen, 1995) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

GUNS 'Ní ROSES

Chinese Democracy

(2008 - Geffen)
La fine di un mito: la pubblicazione del fantomatico nuovo album della band di Axl Rose

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