Ritroviamo Marissa Nadler, ormai insediatasi in quel di Nashville e indie-star affermata, con collaborazioni prestigiose e lusinghieri attestati di stima da parte della stampa internazionale. Così, quasi a voler rivendicare la nostra piccola primogenitura critica (almeno in Italia) su questa prodigiosa artista statunitense, tracciamo insieme un consuntivo della sua carriera, a partire dall’ultimo capitolo, il sofisticato “The Path Of The Clouds” che, auspicabilmente, ce la riporterà anche sui palchi italiani, pandemia permettendo. Un album affollato di nuovi miti e leggende – a partire da quelli delle misteriose sparizioni della serie tv “Unsolved Mysteries”, divorata durante il lockdown – del quale Marissa ci parla con passione e trasporto, anche perché si tratta della sua prima autoproduzione e l’orgoglio dell’impresa traspare tutto.
In questi vent’anni abbiamo percorso un piccolo tratto di strada insieme, festeggiando progressi e successi, e anche lei, alla fine dell’intervista, ce ne dà atto con riconoscenza, dimostrando di non aver mai smarrito quella disponibilità e sensibilità che ci colpirono fin dai suoi esordi.
Ben ritrovata Marissa, il tuo ultimo album, “The Path Of The Clouds”, è stato realizzato durante la pandemia. In che modo il lockdown ha influito sul tuo lavoro?
Sì, è chiaro che ha influito. Mi ha dato il tempo di lavorare sui testi e sulle melodie, oltre che sulla struttura, sulla mia linea temporale. Sono riuscita a perdermi nel mondo delle canzoni in un modo che sarebbe stato impossibile durante la registrazione in studio tradizionale. Ero chiusa in casa e non c’era molto da poter vedere, giorno dopo giorno, ma ho un’immaginazione molto fervida, che mi ha consentito di spingermi fuori dalle mura domestiche.
Alcune canzoni sono state influenzate dalle vicende narrate nella serie tv “Unsolved Mysteries”. Che cosa hai apprezzato in particolare di quelle storie? E a proposito di queste misteriose sparizioni, credi davvero che vi sia la possibilità che i protagonisti siano sopravvissuti, come ipotizzi nelle tue canzoni?
Sì, mi ha influenzato quel programma così come anche altri, in generale mi piacciono queste storie di persone vere, grandi e piccole che siano. Quanto alla sorte di questi personaggi, è difficile stabilirlo con certezza. Bessie è una di quelli che ha più probabilità di essere sopravvissuta, sulla base dei fatti come sono stati ricostruiti. In quel caso c’è persino qualcuna che ha affermato di essere lei cinquant’anni dopo! Per DB Cooper e i fuggitivi di Alcatraz, beh, sembra molto meno probabile, ma comunque è divertente immaginarlo. Mi piacciono i racconti di imprese incredibili.
A proposito di quest’ultima, incredibile storia di D.B. Cooper (il 24 novembre 1971 dirottò un Boeing 727 e, con in tasca un riscatto di 200mila dollari, si paracadutò scomparendo nel nulla con il suo bottino, ndr), come ne sei venuta a conoscenza?
È da un po’ di tempo che ne sono venuta a conoscenza, visto che ormai D.B. Cooper è divenuto una figura leggendaria. Non ricordo dove ne ho sentito parlare per la prima volta, ma il mio interesse si è riacceso dopo aver visto l’episodio della serie che lo riguarda e così mi venuta l’idea di scrivere una canzone su di lui. All’inizio erano solo spunti iniziali – le canzoni su Bessie, D.B. Cooper etc. – poi alla fine sono diventate storie molto più strutturate e davvero personali allo stesso tempo. I raffronti sono molto riconoscibili.
Avevo già scritto canzoni al piano su “July”, ma a quel tempo non sapevo davvero suonarlo! Ho preso lezioni con Jesse Chandler (Mercury Rev) e ora sono molto più fluida nella scrittura. Basarmi su un nuovo strumento mi ha aperto nuovi orizzonti
È la prima volta che componi le tue canzoni al piano anziché alla chitarra? E come ti sei trovata a lavorare con il tuo insegnante di piano, Jesse Chandler (Mercury Rev)?
Mi è già capitato di scrivere canzoni al piano ai tempi di “July”, ma a quel tempo non sapevo davvero suonarlo! Ho preso lezioni con Jesse e questo mi ha aiutato a diventare molto più fluida nella scrittura. Anche se in realtà non suono il piano nel nuovo album, ho trovato entusiasmante questo nuovo metodo di composizione, grazie alle diverse sfumature e sensibilità melodiche che un nuovo strumento ti può offrire. Ho conosciuto Jesse tramite Simon (Raymonde, ndr), durante la lavorazione del disco dei Mercury Rev su Bobbie Gentry, e ho anche fatto alcune date con loro.
Ci sono anche altri ospiti importanti nel disco: che cosa hanno aggiunto al tuo universo sonoro Emma Ruth Rundle, Simon Raymonde (ex-Cocteau Twins, boss della Bella Union) e l’arpista Mary Lattimore?
Simon e Mary sono quelli che suonano di più nel disco. Emma fa solo un cameo in una canzone, “Turned Into Air”. Il filo che li accomuna tutti è che sono grandi musicisti e miei amici. Ognuno di loro sa offrire elementi diversi ed è per questo che ho voluto coinvolgerli. Le linee di basso di Simon sono particolarmente melodiche, lui ha un modo davvero unico di suonare; avevo collaborato con lui già in passato, in entrambi gli album di Lost Horizons ed ero davvero entusiasta che avesse suonato su quelle canzoni. Mary è un’amica di lunga data, porta in tavola qualcosa di molto speciale, che poche persone possono riuscire a offrire: è una musicista magistrale con una sensibilità molto delicata e ipnotica. E adoro la chitarra slinky di Emma nella canzone: non vedo l’ora di lavorare di più con lei in futuro. Siamo tutti amici.
Nonostante questo apporto corale, credo che sia anche uno dei tuoi dischi più personali. È la prima volta che ti auto-produci? E in che modo questo ha cambiato il tuo metodo di lavoro?
Tutti i miei dischi sono molto personali, in realtà. Ma, sì, questa è la prima volta in cui ufficialmente produco da sola un album, anche se ho fatto molte co-produzioni e registrazioni casalinghe prima di questo lavoro. Mi sono davvero divertita a gestire tutti gli aspetti della produzione e a intravedere la mia visione attraverso tutti i passaggi.
Come mai hai deciso di trasferirti a Nashville? E come ti trovi a vivere lì?
È una storia lunga e personale. Sto ancora cercando di capire se mi piace o no. Le estati qui sono molto calde…
Ero già doom prima di conoscere Randall Dunn dei Sunn O))), ma lavorare con lui è stato fantastico, ha portato un grande dinamismo nella mia musica. Droneflower con Stephen Brodsky, invece, è stato un bel fiore su un ramo in fondo al giardino
Ho apprezzato molto i tuoi album con Randall Dunn dei Sunn O))). Quel suo cupo fascino “doom” abbinato alla cornice sognante dei tuoi brani. Pensi che collaborerai ancora con lui in futuro? E a quali lavori realizzati con lui sei rimasta più legata?
Randall ha prodotto “July” e “Strangers”, e sono molto orgoglioso di entrambi questi album. Il suo lavoro è sempre fantastico e sono sicuro che lavoreremo di nuovo insieme, prima o poi. Ma ad essere onesti, quel tipo di fascino doom, quell’oscurità, erano già presenti nel mio repertorio fin dai tempi di “Ballads Of Living And Dying”, anche se ovviamente in una formula diversa. Il lavoro di Randall, in ogni caso, è sempre stato fantastico. Ha portato un grande dinamismo sonoro in entrambi gli album.
Mi è piaciuta anche la tua collaborazione con Stephen Brodsky in “Droneflower”, dove ti sei calata in atmosfere sonore del tutto nuove. È un’esperienza che ti ha fatto riflettere sulla possibilità di cimentarti anche con generi molto distanti dal tuo?
La nostra collaborazione, in realtà, è avvenuta in modo organico. Non l’ho considerato davvero così distante dal mio stile. Ho scritto i testi e le melodie, e suonano decisamente come le mie canzoni. La strumentazione, invece, è totalmente diversa, ma per me una canzone rimane comunque una canzone. Ho sempre cercato di non etichettarmi troppo, di non identificarmi solo con un genere, perché penso che questo possa davvero ostacolare la crescita di un’artista. Direi che quel progetto è stato un bel fiore su un ramo in fondo al giardino.
Mi piace pensare che in ogni mio disco ci siano stati dei grandi cambiamenti. Ristagnare è davvero la morte di un’artista. Bisogna sempre spingersi oltre i propri limiti
Credo che, a dispetto di quello che pensano alcuni, la tua musica si sia evoluta molto in realtà, durante questi quasi 20 anni di carriera. In cosa pensi di essere cambiata di più in questi anni?
Mi piace pensare che attraverso ogni disco che ho fatto ci siano stati dei grandi cambiamenti, una crescita costante. Ristagnare è davvero la morte di un’anima artistica. Voglio dire, i cambiamenti possono essere sottili, ma sono una grande sostenitrice della necessità di continuare a spingersi sempre oltre i propri limiti. Questo nuovo album mi sembra un salto significativo per me, in molte direzioni. E il salto dai miei primi lavori a “July” è stato altrettanto significativo. Questi mi sembrano i due snodi cruciali della mia carriera.
Tornerai a esibirti anche in Europa e in Italia?
Sì, certamente. Ho suonato molto in Europa e in Italia in questi ultimi 20 anni. Non appena sarà sicuro farlo, ho intenzione di venire a presentare le canzoni ai miei ascoltatori anche lì.
Tu sei la dimostrazione vivente del fatto che ogni tanto a OndaRock ci abbiamo preso: ti seguiamo e ammiriamo con convinzione fin dai tuoi esordi. Quest’anno la nostra webzine compie 20 anni, abbiamo fatto un bel tratto di strada insieme e devo dirti che la cosa mi emoziona un po’…
Beh, è fantastico! Congratulazioni e grazie mille per aver sostenuto da sempre la mia musica. Spero che continuerete a scrivere di musica con estro e passione.
(28/11/2021)
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| Il Luglio caldo del dream-folk
Raggiungiamo ancora Marissa Nadler per un’intervista, in occasione dell’uscita del suo ultimo, prezioso album “July”, che la vede a fianco di un produttore d’eccezione come Randall Dunn (Earth, Sunn O))), Wolves In The Throne Room). Ripartiamo da dove ci siamo lasciati nel 2005. Dopo lo splendido “The Saga Of Mayflower May” sembra che tu abbia cercato nuove direzioni per la tua musica: hai inserito synth, chitarre elettriche, drum machine… Il folk acustico cominciava a starti stretto?Sinceramente non mi sono mai considerata un’artista “acoustic folk”. Anche in “Ballads Of Living And Dying” ci sono dei synth e un sacco di riverberi, theremin e suoni atmosferici. “Saga” è stata probabilmente una breve incursione in quel territorio, ma sono tornata subito sulle mie rotte più “atmosferiche”. In un certo senso mi sembra che i tuoi due ultimi album, “The Sister” e “July”, mostrino le due facce della tua musica. Su “The Sister” hai ritrovato la tua miglior vena melodica con arrangiamenti semplici e scarni, mentre in “July” hai trovato il giusto equilibrio tra folk acustico e suoni elettronici. Sei d’accordo? E quali pensi siano le principali differenze tra questi due lavori? Come mai hai deciso di puntare proprio su Randall Dunn come produttore per “July”? Nonostante il suo background musicale – Earth, Sunn O))) – possa sembrare un po’ lontano dal tuo, il vostro sodalizio funziona molto bene: qual è il segreto del vostro affiatamento? Le tue canzoni hanno sempre uno spirito molto invernale, stavolta però hai intitolato il disco “July”, come nasce questa scelta? “July” esce per due importanti label internazionali. Come sei riuscita a mettere in contatto Sacred Bones e Bella Union? Il videoclip del primo singolo, “Dead City Emily”, è magnifico: ce ne puoi parlare? In “Was It A Dream” racconti la fine di una storia d’amore. “Drive”scava in altri ricordi dolorosi… Ci sono eventi particolari che ti hanno ispirato questi testi? Le tue canzoni sono state spesso affollate di personaggi e al tempo stesso autobiografiche… Come riesci a combinare finzione e realtà nei tuoi testi? Prima di dedicarti alla musica eri un’ottima artista visiva, vicino alla cosiddetta new wave of American Gothic. Credi che quell’estetica sia rimasta in qualche modo presente nelle tue canzoni? Ultima domanda: hai in in programma un tour per promuovere “July” e c’è qualche possibilità di vederti in Italia? (3/4/2014) |
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| Ascesa di una folksinger Può capitare ancora, nella frenetica giostra musicale contemporanea, di incontrare artisti che rispondono con rapidità e gentilezza alle tue domande, senza farsi desiderare e senza frapporre scomodi intermediari? Ebbene sì, è possibile se si ha a che fare con Marissa Nadler, cantautrice di Washington, che nell’anno appena trascorso ha infranto molti cuori con la sua “Saga Of Mayflower May”. Una raccolta di ballate spettrali e struggenti, nobilitate dal suo mezzo soprano cristallino e da un sobrio corredo strumentale, per lo più acustico (chitarra a dodici corde, ukulele, flauto, banjo, organo, tastiere). L’attenzione dei media specializzati di tutto il mondo (da The Wire a Pitchfork) per questo e per il suo precedente disco (“Ballads Of Living And Dying”) non ha ancora trovato in Italia un adeguato corrispettivo. Su Onda Rock, allora, andiamo orgogliosamente controcorrente: eleggiamo Marissa a folksinger del 2005 e glielo riveliamo subito, in apertura di questo nostro carteggio telematico. Marissa, ti confesso subito di averti scelto come miglior cantautrice del 2005. Per tutti gli altri, che magari ancora non ti conoscono bene, ci puoi raccontare brevemente come si è sviluppata la tua passione per la musica e la tua carriera di folksinger? Il tuo secondo album ci ha stregato fin dal primo ascolto. Ci puoi raccontare in cosa consiste la saga di Mayflower May? C’è una sorta di “concept” dietro? Che cosa lega le storie che racconti nelle tue canzoni? Ascoltando il disco, mi sembra di poter dire che per te Joan Baez, soprattutto nella tecnica di modulare la voce, e Leonard Cohen, per la capacità di estrarre melodie ed emozioni da paesaggi sonori estremamente spartani, sono due riferimenti importanti. E’ così? La ballata è un po’ l’eterna fenice della musica popolare, un genere che sembra sempre sul punto di estinguersi e invece, miracolosamente, ritrova sempre nuova vita. Nel tuo caso, come ti approcci a questo tipo di composizione, quali aspetti – musicali e testuali – cerchi di privilegiare per perpetuarne la magia? Le tue ambientazioni sono sempre spettrali, malinconiche, direi invernali, ed è anche questo il senso che trasmette la grafica del tuo website. C’è qualcosa che ti ispira particolarmente in questo tipo di paesaggi e di umori? Quali sono i tuoi gusti musicali? Quale musica ascolti abitualmente? Tu, Joanna Newsom , Elizabeth Anka Vajagic , Josephine Foster e perfino il ritorno della leggendaria Vashti Bunyan : sembra che per le folksinger sia un momento particolarmente felice. Come ti spieghi questa ri-esplosione del movimento folk, che anche sul versante maschile ( Devendra Banhart , Bonnie “Prince” Billy , Sufjan Stevens etc.) sembra riscuotere un inaspettato successo? Il tuo sito parla di un imminente Ep: ci puoi raccontare qualcosa di questo tuo nuovo progetto? In un’altra intervista, hai dichiarato che il tuo stile potrebbe divenire più sperimentale. Puoi spiegarci più precisamente che cosa intendi? Hai anche una piccola attività nel campo delle arti figurative: nel tuo sito sono raffigurati alcuni dipinti e sculture in legno… Possiamo sperare di vederti suonare in Italia nel corso del 2006? |