1. It Hits Harder
2. Bad Dreams Summertime
3. You Called Her Camellia
4. Smoke Screen Selene
5. New Radiations
6. If It’s An Illusion
7. Hatchet Man
8. Light Years
9. Weightless Above The Water
10. To Be The Moon King
11. Sad Satellite
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Tra le nuove damigelle del folk post-Duemila, Marissa Nadler spicca per almeno tre qualità. La voce, anzitutto: un mezzo soprano cristallino, capace però di calarsi alla perfezione nelle sue scurissime trame musicali. Poi, un'attitudine "classica", che le conferisce un maggior senso della misura rispetto alle confuse velleità "avant" di altri/e esponenti del genere. Infine, un peculiare talento, di matrice quasi coheniana, nel saper disegnare stupende aperture melodiche all'interno di scarni paesaggi sonori. La cantautrice nata a Washington è così riuscita nell'impresa di distinguersi dalla pletora di ragazze con la chitarra che continua tuttora a inondare il mercato indipendente. Merito di una formidabile sequenza di dischi che possiamo già tranquillamente annoverare tra le migliori produzioni di cantautorato al femminile di questi due decenni post-Duemila.
In perenne migrazione - da New York a Boston fino all'attuale residenza di Nashville - Marissa Nadler vive il suo tempo, ma con un'anima antica, quasi fosse la reincarnazione di un'eroina romantica dell'Ottocento o di qualche sirena dei mistici Sessanta (Nico?). Bell'ovale, incorniciato da lunghi capelli neri, pelle diafana e movenze delicate, attraversa i boschi gelati delle sue canzoni come un fantasma senza requie. Canzoni invernali, appunto, che riportano alla mente le "Songs Of Love And Hate" di Leonard Cohen o le "Murder Ballads" di Nick Cave per la loro esplorazione degli anfratti più oscuri e desolati dell'animo umano. Ma, a veder bene, il cuore della sua musica va ricercato ancora più indietro negli anni: nella tradizione dei cantastorie degli Appalacchi, nel folk celtico e provenzale, nell'antica scuola portoghese del fado (il paragone con Teresa Salgueiro dei Madredeus non è così infondato) e in una sempiterna psichedelia, che oscilla dai ruggenti Sixties ai languori onirici di Hope Sandoval.
Sono più di 20 anni ormai che Marissa Nadler sforna dischi a ciclo continuo, anche se sembra ieri quando aprimmo per la prima volta lo scrigno di Mayflower May. E già questo ne sancisce la statura di assoluta protagonista del cantautorato folk (e non) del nuovo millennio. Ma più della prolificità (siamo già al nono album da solista) e della qualità media delle sue produzioni, colpisce la sua abilità nel sapersi progressivamente trasformare: da damigella del fingerpicking più scarno e trasognato a musicista poliedrica, in grado di innervare le sue ballate invernali con massicce iniezioni di elettricità tra synth, chitarre processate, distorsioni e riverberi, fino a lambire quasi il gothic-metal
Il suo album più recente, "The Path Of The Clouds", segna un'ulteriore novità: per la prima volta, infatti, Nadler ha composto la maggior parte dei brani al pianoforte anziché alla chitarra, attorniata da una interessante pattuglia di ospiti: dall'arpista Mary Lattimore al pluristrumentista Jesse Chandler (Mercury Rev, Midlake), suo insegnante di piano, dalla cantautrice Emma Ruth Rundle ad Amber Webber dei Black Mountain fino all'ex-Cocteau Twins Simon Raymonde, titolare dell'etichetta Bella Union che distribuisce il disco in Europa (negli Usa tocca a Sacred Bones). Il risultato è un album ambizioso, complesso, che nasce dall'isolamento del lockdown, fin dall'ispirazione narrativa suggerita dalla visione compulsiva della docuserie "The Unsolved Mysteries", rielaborazione a firma Netflix di un vecchio format tv che, a quanto pare, da bambina Marissa aveva divorato.