Luke Winslow King

Everlasting Arms

2014 (Bloodshot) | songwriter, folk-blues

Quando arriva in Louisiana, il Mississippi sa di magnolia, di fango e di crocicchi della storia. È il profumo del Sud, il profumo di cui è intrisa da sempre la musica di Luke Winslow-King. Ma nel suo quarto disco, “Everlasting Arms”, c’è anche tutto quello che il Mississippi porta con sé lungo il percorso. Un’Americana dagli orizzonti meno definiti: sempre percorsa dalle reminiscenze nostalgiche del blues di stampo Chess Records, del jazz e dello swing; ma anche legata con più immediatezza al presente, sulle orme del cantautorato roots di Justin Townes Earle.
Non è un caso, allora, che il brano che dà il titolo all’album, “Everlasting Arms”, apra il sipario con la citazione esplicita di un classico. Winslow-King prende il celebre inno gospel “Leaning On The Everlasting Arms”, scritto alla fine dell’Ottocento da Anthony J. Showalter, e lo trasforma in una celebrazione di fratellanza a base di call and response: “You can lean on me brother/ I believe you’ve carried too long”.

Per la sua prima uscita vera e propria targata Bloodshot (il disco precedente, “The Coming Tide”, era uscito all’inizio in versione autoprodotta), il songwriter americano sembra deciso a pensare in grande. Oltre ai familiari Piety Street Studios di New Orleans, le registrazioni hanno toccato anche il Michigan e l’Italia, al Jambona Lab di Livorno, per rinnovare la collaborazione con il vecchio amico (e maestro di slide) Roberto Luti. “Temevo che lavorare in luoghi diversi potesse rendere il suono meno coeso”, spiega Winslow-King. “In realtà ha aggiunto una varietà di trame e sapori capaci di funzionare benissimo insieme”.
Il risultato traduce l’amore di Winslow-King per le atmosfere vintage in una forma più diretta ed energica che in passato. Finendo però, almeno in qualche occasione, per privilegiare la calligrafia alla personalità.

La batteria di Benji Bohannon irrobustisce i contorni, la chitarra si fa tagliente e in “Swing That Thing” Winslow-King offre una febbrile performance vocale. Tutto intorno a un semplice riff improvvisato dietro le quinte di un concerto romano, con tanto di dedica a quella Esther Rose che nel frattempo è diventata sua moglie (oltre che fedele controparte musicale): “Gonna give you my grandma’s diamond ring, make you Miss Esther King”. Ed è proprio Esther Rose a conquistare il centro della scena in “Wanton Way Of Loving”, accarezzando con la sua voce sottile il violino di Matt Rhody.
Per ritrovare i fiati da funeral band di “Old/New Baby” occorre attendere “I’m Your Levee Man” e “Last Night I Dreamed My Birthday”, i brani che mantengono più vivo il legame con i primi lavori di Winslow-King, mentre la fanfara di “La Bega’s Carousel” fa traslocare ai Caraibi gli Squirrel Nut Zippers con il suo passo di calypso. Tra l’andatura stonesiana di “Domino Sugar” e i funambolismi di slide di “Traveling Myself”, tocca allora all’autobiografia giocosa di “Cadillac Slim” riportare tutti a casa, per un’escursione sulle sponde del lago Michigan a visitare la città natale di Winslow-King.

Il suo lato migliore, però, “Everlasting Arms” lo rivela quando le tinte si fanno più scure, dal cammino verso il patibolo sulle note del pianoforte di “Graveyard Blues” fino al baluginare di tromba e clarinetto che si fa strada in “Home Blues”, inoltrandosi tra le ombre del southern gothic: “They’ll make you mean, they’ll make you cruel/ Make you treat your lover like a fool/ Those blues will make you do things you would never do”. E l’aria del Sud, con la sua immutabile gravità, riprende il possesso della scena.

(27/10/2014)

  • Tracklist
  1. Everlasting Arms
  2. Swing That Thing
  3. I’m Your Levee Man
  4. Graveyard Blues
  5. Cadillac Slim
  6. La Bega’s Carousel
  7. The Crystal Water Springs
  8. Wanton Way Of Loving
  9. Interlude I (As It Goes)
  10. Last Night I Dreamed My Birthday
  11. Domino Sugar
  12. Interlude II
  13. Home Blues
  14. Traveling Myself
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